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Cari Sacerdoti,
l’Anno Sacerdotale, indetto dal nostro amato Papa Benedetto XVI, per
celebrare il 150º anniversario della morte di S. Giovanni Maria Vianney,
il Santo Curato D’Ars, è alle porte.
Lo aprirà il Santo Padre il 19
giugno p.v., festa del Sacro Cuore di Gesù e Giornata Mondiale di
preghiera per la santificazione dei sacerdoti. L’annunzio di quest’anno
speciale ha avuto una ripercussione mondiale positiva, specialmente tra
gli stessi sacerdoti.
Tutti vogliamo impegnarci, con determinazione, profondità e fervore,
affinché sia un anno ampiamente celebrato in tutto il mondo, nelle
diocesi, nelle parrocchie, in ogni comunità locale, con il
coinvolgimento caloroso del nostro popolo cattolico, che indubbiamente
ama i propri sacerdoti e li vuol vedere felici, santi e gioiosi nel
lavoro apostolico quotidiano.
Dovrà essere un anno positivo e propositivo, in cui la Chiesa vuol dire
innanzitutto ai sacerdoti, ma anche a tutti i cristiani, alla società
mondiale, attraverso i massmedia globali, che è fiera dei suoi
sacerdoti, li ama, li venera, li ammira e riconosce con gratitudine il
loro lavoro pastorale e la loro testimonianza di vita. Davvero, i
sacerdoti sono importanti non solo per ciò che fanno, ma anche per ciò
che sono.
Al contempo, è vero che
alcuni sacerdoti sono talora apparsi coinvolti in problemi gravi e
situazioni delittuose. Ovviamente, bisogna continuare ad investigarli,
giudicarli debitamente e punirli.
Questi casi, però, riguardano una percentuale molto piccola del clero.
Nella stragrande maggioranza i sacerdoti sono persone molto degne,
dedicate al ministero, uomini di preghiera e di carità pastorale, che
investono l’intera esistenza nell’attuazione della propria vocazione e
missione, spesso con grandi sacrifici personali, ma sempre con amore
autentico verso Gesù Cristo, la Chiesa e il popolo, solidali con i
poveri e i sofferenti. Perciò, la Chiesa è fiera dei suoi sacerdoti in
tutto il mondo.
Quest’anno sia anche un’occasione per un periodo di intenso
approfondimento dell’identità sacerdotale, della teologia del sacerdozio
cattolico e del senso straordinario della vocazione e della missione dei
sacerdoti nella Chiesa e nella società. Ciò richiederà convegni di
studio, giornate di riflessione, esercizi spirituali specifici,
conferenze e settimane teologiche nelle nostre facoltà ecclesiastiche,
ricerche scientifiche e rispettive pubblicazioni.
Il Santo Padre, nel discorso d’indizione, durante l’Assemblea Plenaria
della Congregazione per il Clero, il 16 marzo u.s., disse che con
quest’anno speciale si vuole “favorire questa tensione dei sacerdoti
verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende
l’efficacia del loro ministero”. Perciò deve essere, in modo molto
speciale, un anno di preghiera dei sacerdoti, con i sacerdoti e per i
sacerdoti, un anno di rinnovamento della spiritualità del presbiterio e
dei singoli presbiteri. In questo contesto, l’Eucaristia si presenta
come il centro della spiritualità sacerdotale. L’adorazione eucaristica
per la santificazione dei sacerdoti e la maternità spirituale di
monache, donne consacrate e laiche verso i singoli presbiteri, come già
proposte, qualche tempo fa, dalla Congregazione per il Clero, potrebbero
essere sviluppate con sicuri frutti di santificazione.
Sia anche un anno in cui si prendono in esame le condizioni concrete ed
il sostentamento materiale in cui vivono i nostri sacerdoti, alle volte
obbligati a situazioni di dura povertà.
Sia, al contempo, un anno di celebrazioni religiose e pubbliche, che
portino il popolo, le comunità cattoliche locali, a pregare, a meditare,
a festeggiare e a prestare il giusto omaggio ai loro sacerdoti. La festa
nella comunità ecclesiale è un’espressione molto cordiale, che esprime e
nutre la gioia cristiana, una gioia che sgorga dalla certezza che Dio ci
ama e con noi festeggia. Sarà un’opportunità per sviluppare la comunione
e l’amicizia dei sacerdoti con la comunità loro affidata.
Molti altri aspetti ed iniziative potrebbero essere nominati per
arricchire l’Anno Sacerdotale. Qui dovrà intervenire la giusta
creatività delle Chiese locali. Perciò, è bene che ogni Conferenza
Episcopale, ogni diocesi ed ogni parrocchia e comunità locale
stabilisca, al più presto possibile, un vero e proprio programma per
quest’anno speciale. Ovviamente, sarà molto importante cominciare l’anno
con un avvenimento significativo. Nello stesso giorno dell’apertura
dell’Anno Sacerdotale a Roma con il Santo Padre, il 19 giugno, le Chiese
locali sono invitate a partecipare, in qualche modo, alla inaugurazione,
magari con un atto liturgico specifico e festivo. Coloro che potranno
venire a Roma per l’apertura, vengano senz’altro, per manifestare la
propria partecipazione a questa felice iniziativa del Papa. Dio, senza
dubbio, benedirà questo impegno con grande amore. E la Vergine Maria,
Regina del Clero, pregherà per tutti voi, cari sacerdoti.
Cardinale Cláudio Hummes
Arcivescovo Emerito di São Paulo
Prefetto della Congregazione per il Clero
(Benedetto
XVI)
Il sacerdote "deve oggi più che mai essere uomo della gioia e
della speranza". Lo afferma il Papa nel videomessaggio trasmesso
lunedì 28 settembre durante il ritiro internazionale sacerdotale
in corso ad Ars fino al prossimo 3 ottobre
Cari
fratelli nel sacerdozio,
Come potete facilmente immaginare, sarei stato estremamente
felice di potere essere con voi in questo ritiro sacerdotale
internazionale sul tema: "La gioia del sacerdote consacrato per
la salvezza del mondo". Vi state partecipando in gran numero e
state beneficiando degli insegnamenti del cardinale Christoph
Schönborn. Saluto cordialmente anche gli altri predicatori e il
vescovo di Belley-Ars, monsignor Guy-Marie Bagnard. Devo
accontentarmi di rivolgervi questo video messaggio, ma
credetemi, attraverso queste poche parole è a ognuno di voi che
parlo nel modo più personale possibile, poiché, come dice san
Paolo: "Vi porto nel cuore... voi con me siete tutti partecipi
della grazia" (Fil 1, 7).
San Giovanni Maria Vianney sottolineava il ruolo indispensabile
del sacerdote quando diceva: "Un buon pastore, un pastore
secondo il cuore di Dio, è questo il tesoro più grande che il
buon Dio può concedere a una parrocchia, e uno dei doni più
preziosi della misericordia divina" (Il curato d'Ars, Pensieri,
presentato dall'abate Bernard Nodet, Desclée de Brouwer, Foi
Vivante, 2000, p. 101). In questo Anno sacerdotale siamo tutti
chiamati a esplorare e a riscoprire la grandezza del sacramento
che ci ha configurati per sempre a Cristo Sommo Sacerdote e che
ci ha tutti "consacrati nella verità" (Gv 17, 19).
Scelto fra gli uomini, il sacerdote resta uno di essi ed è
chiamato a servirli donando loro la vita di Dio. È lui che
"continua l'opera di redenzione sulla terra" (Nodet, p. 98). La
nostra vocazione sacerdotale è un tesoro che conserviamo in vasi
di creta (cfr 2 Cor 4, 7). San Paolo ha espresso felicemente
l'infinita distanza che esiste fra la nostra vocazione e la
povertà delle risposte che possiamo dare a Dio. Vi è, da questo
punto di vista, un legame segreto che unisce l'Anno paolino e
l'Anno sacerdotale. Noi udiamo ancora e conserviamo nell'intimo
del nostro cuore la commovente e fiduciosa esclamazione
dell'Apostolo che dice: "Quando sono debole, è allora che sono
forte" (2 Cor 12, 10). La consapevolezza di questa debolezza
apre all'intimità di Dio che dà forza e gioia. Più il sacerdote
persevererà nell'amicizia di Dio, più continuerà l'opera del
Redentore sulla terra (cfr Nodet, p. 98). Il sacerdote non è per
se stesso, ma per tutti (cfr Nodet, p. 100).
È questa una delle sfide più grandi del nostro tempo. Il
sacerdote, certamente uomo della Parola divina e del sacro, deve
oggi più che mai essere uomo della gioia e della speranza. Agli
uomini che non possono concepire che Dio sia puro amore, egli
dirà sempre che la vita vale la pena di essere vissuta e che
Cristo le dà tutto il suo senso perché Egli ama gli uomini,
tutti gli uomini. La religione del Curato d'Ars è una religione
della felicità, non una ricerca morbosa della mortificazione,
come a volte si è creduto: "La nostra felicità è troppo grande;
no, no, non lo capiremo mai" (Nodet, p. 110), diceva. O ancora:
"Quando siamo in cammino e vediamo un campanile, questa visione
deva far battere il nostro cuore come quella della casa dove
dimora il suo amato fa battere il cuore della sposa" (Ibidem).
Desidero qui salutare con un affetto particolare quelli fra voi
che si prendono cura di molte chiese e che si prodigano senza
limiti per mantenere la vita sacramentale nelle loro diverse
comunità. La riconoscenza della Chiesa verso tutti voi è
immensa! Non perdetevi d'animo, ma continuate a pregare e a far
pregare affinché molti giovani accettino di rispondere alla
chiamata di Cristo che non smette di volere fare crescere il
numero dei suoi apostoli per mietere i suoi campi.
Cari sacerdoti, pensate anche alla grande diversità dei
ministeri che esercitate al servizio della Chiesa. Pensate al
gran numero di messe che avete celebrato o che celebrerete,
rendendo ogni volta Cristo realmente presente sull'altare.
Pensate alle innumerevoli assoluzioni che avete dato e darete,
permettendo a un peccatore di lasciarsi redimere. Percepite
allora la fecondità infinita del sacramento dell'Ordine. Le
vostre mani, le vostre labbra, sono divenute, per un istante, le
mani e le labbra di Dio. Portate Cristo in voi; siete, per
grazia, entrati nella Santissima Trinità. Come diceva il santo
Curato: "Se si avesse la fede, si vedrebbe Dio nascosto nel
sacerdote come una luce dietro un vetro, come un vino mescolato
all'acqua" (Nodet, p 97). Questa considerazione deve portare ad
armonizzare le relazioni fra sacerdoti al fine di realizzare
quella comunità sacerdotale alla quale invitava san Pietro (cfr
1 Pt 2, 9) per costruire il corpo di Cristo e costruirvi
nell'amore (cfr Ef 4, 11-16).
Il sacerdote è l'uomo del futuro: è colui che ha preso sul serio
le parole di Paolo: "Se dunque siete risorti in Cristo, cercate
le cose di lassù" (Col 3, 1). Ciò che fa sulla terra fa parte
dei mezzi ordinati al Fine ultimo. La messa è quel punto unico
di congiunzione fra il mezzo e il Fine, poiché ci permette già
di contemplare, sotto le umili specie del pane e del vino, il
Corpo e il Sangue di Colui che adoreremo per l'eternità. Le
frasi semplici e intense del santo Curato sull'Eucaristia ci
aiutano a percepire meglio la ricchezza di questo momento unico
della giornata in cui viviamo un faccia a faccia vivificante per
noi stessi e per ognuno dei fedeli. "La felicità che vi è nel
dire la messa si comprenderà solo in cielo" scriveva (Nodet. p.
104). Vi incoraggio quindi a rafforzare la vostra fede e quella
dei fedeli nel Sacramento che celebrate e che è la sorgente
della vera gioia. Il santo d'Ars scriveva: "Il sacerdote deve
provare la stessa gioia (degli apostoli) nel vedere Nostro
Signore che tiene fra le mani" (Ibidem).
Rendendo grazie per ciò che siete e ciò che fate, vi ripeto:
"Niente rimpiazzerà mai il ministero dei sacerdoti nella vita
della Chiesa!" (Omelia durante la messa del 13 settembre 2008
all'Esplanade des Invalides, Parigi). Testimoni viventi della
potenza di Dio all'opera nella debolezza degli uomini,
consacrati per la salvezza del mondo, siete, miei cari fratelli,
stati scelti da Cristo stesso al fine di essere, grazie a Lui,
sale della terra e luce del mondo. Che possiate, durante questo
ritiro spirituale, sperimentare in modo profondo l'Intimo
Indicibile (Sant'Agostino, Confessioni, iii, 6, 11, va 13, p.
383) per essere perfettamente uniti a Cristo al fine di
annunciare il suo amore attorno a voi e di essere totalmente
impegnati al servizio della santificazione di tutti i membri del
popolo di Dio! Affidandovi alla Vergine Maria, Madre di Cristo e
dei sacerdoti, imparto a tutti voi la mia Benedizione
Apostolica.
(L'Osservatore Romano - 30 settembre 2009)
...Siate Grandi ! ...Siate
Santi
Sacerdoti,
io non sono prete, e non sono stato mai degno di poterlo
diventare. Come fate a vivere dopo aver celebrato la Messa? Ogni
giorno avete il Figlio di Dio nelle vostre mani.
Ogni giorno avete una potenza che Michele Arcangelo
non ha.
Con la vostra bocca voi trasformate la sostanza del pane in
quella del Corpo di Cristo; voi obbligate il Figlio di Dio a
scendere sull’altare.
Siete grandi. Siete creature immense. Le più potenti che possano
esistere.
Sacerdoti, ve ne scongiuriamo, siate santi! Se siete santi voi,
noi siamo salvi. Se non siete santi voi, siamo perduti.
Sacerdoti, noi vi vogliamo ai piedi dell’Altare. A costruire
opere, fabbricati, giornali, lavoro, a correre di qua e di là in
lambretta o con la 1100 siamo capaci noi. ma a pregare siete
capaci solo voi.
State accanto all’Altare. Andate a tenere compagnia al Signore:
Preghiera e Tabernacolo, Tabernacolo e Preghiera.
Abbiamo bisogno di quello. Nostro Signore è solo,
è abbandonato. Le Chiese si riempiono soltanto per la Messa.
Cosa stupenda! ma Gesù ci sta 24 ore su 24 e chiama le anime,
chiama te sacerdote, chiama noi: “Tienimi
compagnia dimmi una parla. Dammi un sorriso, ricordati che
t’amo. Dimmi soltanto passando: “Amore mio, ti voglio tanto
bene!”. E io ti coprirò di ogni consolazione e di ogni
conforto”.
Prof. Enrico Medi
Omelia di Benedetto XVI a conclusione dell'Anno sacerdotale
venerdì, 11 giugno 2010
Cari confratelli nel ministero sacerdotale,
Cari fratelli e sorelle,
l'Anno Sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la morte
del santo Curato d'Ars, modello del ministero sacerdotale nel
nostro mondo, volge al termine. Dal Curato d'Ars ci siamo
lasciati guidare, per comprendere nuovamente la grandezza e la
bellezza del ministero sacerdotale. Il sacerdote non è
semplicemente il detentore di un ufficio, come quelli di cui
ogni società ha bisogno affinché in essa possano essere
adempiute certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun
essere umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la
parola dell'assoluzione dai nostri peccati e cambia così, a
partire da Dio, la situazione della nostra vita. Pronuncia sulle
offerte del pane e del vino le parole di ringraziamento di
Cristo che sono parole di transustanziazione - parole che
rendono presente Lui stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo
Sangue, e trasformano così gli elementi del mondo: parole che
spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il sacerdozio
è quindi non semplicemente «ufficio», ma sacramento: Dio si
serve di un povero uomo al fine di essere, attraverso lui,
presente per gli uomini e di agire in loro favore. Questa
audacia di Dio, che ad esseri umani affida se stesso; che, pur
conoscendo le nostre debolezze, ritiene degli uomini capaci di
agire e di essere presenti in vece sua - questa audacia di Dio è
la cosa veramente grande che si nasconde nella parola
«sacerdozio». Che Dio ci ritenga capaci di questo; che Egli in
tal modo chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si
leghi ad essi: è ciò che in quest'anno volevamo nuovamente
considerare e comprendere. Volevamo risvegliare la gioia che Dio
ci sia così vicino, e la gratitudine per il fatto che Egli si
affidi alla nostra debolezza; che Egli ci conduca e ci sostenga
giorno per giorno. Volevamo così anche mostrare nuovamente ai
giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio per
Dio e con Dio, esiste - anzi, che Dio è in attesa del nostro
«sì». Insieme alla Chiesa volevamo nuovamente far notare che
questa vocazione la dobbiamo chiedere a Dio. Chiediamo operai
per la messe di Dio, e questa richiesta a Dio è, al tempo
stesso, un bussare di Dio al cuore di giovani che si ritengono
capaci di ciò di cui Dio li ritiene capaci. Era da aspettarsi
che al «nemico» questo nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe
piaciuto; egli avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in
fin dei conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. E così è
successo che, proprio in questo anno di gioia per il sacramento
del sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti -
soprattutto l'abuso nei confronti dei piccoli, nel quale il
sacerdozio come compito della premura di Dio a vantaggio
dell'uomo viene volto nel suo contrario. Anche noi chiediamo
insistentemente perdono a Dio ed alle persone coinvolte, mentre
intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinché
un tale abuso non possa succedere mai più; promettere che
nell'ammissione al ministero sacerdotale e nella formazione
durante il cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che
possiamo per vagliare l'autenticità della vocazione e che
vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel loro
cammino, affinché il Signore li protegga e li custodisca in
situazioni penose e nei pericoli della vita. Se l'Anno
Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione della nostra
personale prestazione umana, sarebbe stato distrutto da queste
vicende. Ma si trattava per noi proprio del contrario: il
diventare grati per il dono di Dio, dono che si nasconde "in
vasi di creta" e che sempre di nuovo, attraverso tutta la
debolezza umana, rende concreto in questo mondo il suo amore.
Così consideriamo quanto è avvenuto quale compito di
purificazione, un compito che ci accompagna verso il futuro e
che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il grande dono di
Dio. In questo modo, il dono diventa l'impegno di rispondere
al coraggio e all'umiltà di Dio con il nostro coraggio e la
nostra umiltà. La parola di Cristo, che abbiamo cantato come
canto d'ingresso nella liturgia odierna, può dirci in questa ora
che cosa significhi diventare ed essere sacerdote: "Prendete il
mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile
di cuore" (Mt 11,29).
Celebriamo la festa del Sacro Cuore di Gesù e gettiamo con la
liturgia, per così dire, uno sguardo dentro il cuore di Gesù,
che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato romano. Sì,
il suo cuore è aperto per noi e davanti a noi - e con ciò ci è
aperto il cuore di Dio stesso. La liturgia interpreta per noi il
linguaggio del cuore di Gesù, che parla soprattutto di Dio quale
pastore degli uomini, e in questo modo ci manifesta il
sacerdozio di Gesù, che è radicato nell'intimo del suo cuore;
così ci indica il perenne fondamento, come pure il valido
criterio, di ogni ministero sacerdotale, che deve sempre essere
ancorato al cuore di Gesù ed essere vissuto a partire da esso.
Vorrei oggi meditare soprattutto sui testi con i quali la Chiesa
orante risponde alla Parola di Dio presentata nelle letture. In
quei canti parola e risposta si compenetrano. Da una parte, essi
stessi sono tratti dalla Parola di Dio, ma, dall'altra, sono al
contempo già la risposta dell'uomo a tale Parola, risposta in
cui la Parola stessa si comunica ed entra nella nostra vita. Il
più importante di quei testi nell'odierna liturgia è il Salmo 23
(22) - "Il Signore è il mio pastore" -, nel quale l'Israele
orante ha accolto l'autorivelazione di Dio come pastore, e ne ha
fatto l'orientamento per la propria vita. "Il Signore è il mio
pastore: non manco di nulla": in questo primo versetto si
esprimono gioia e gratitudine per il fatto che Dio è presente e
si occupa dell'uomo. La lettura tratta dal Libro di Ezechiele
comincia con lo stesso tema: "Io stesso cercherò le mie pecore e
ne avrò cura" (Ez 34,11). Dio si prende personalmente cura di
me, di noi, dell'umanità. Non sono lasciato solo, smarrito
nell'universo ed in una società davanti a cui si rimane sempre
più disorientati. Egli si prende cura di me. Non è un Dio
lontano, per il quale la mia vita conterebbe troppo poco. Le
religioni del mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre
saputo che, in ultima analisi, c'è un Dio solo. Ma tale Dio era
lontano. Apparentemente Egli abbandonava il mondo ad altre
potenze e forze, ad altre divinità. Con queste bisognava trovare
un accordo. Il Dio unico era buono, ma tuttavia lontano. Non
costituiva un pericolo, ma neppure offriva un aiuto. Così non
era necessario occuparsi di Lui. Egli non dominava. Stranamente,
questo pensiero è riemerso nell'Illuminismo. Si comprendeva
ancora che il mondo presuppone un Creatore. Questo Dio, però,
aveva costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato da
esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo cui si
sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva intervenire.
Dio era solo un'origine remota. Molti forse non desideravano
neppure che Dio si prendesse cura di loro. Non volevano essere
disturbati da Dio. Ma laddove la premura e l'amore di Dio
vengono percepiti come disturbo, lì l'essere umano è stravolto.
È bello e consolante sapere che c'è una persona che mi vuol bene
e si prende cura di me. Ma è molto più decisivo che esista quel
Dio che mi conosce, mi ama e si preoccupa di me. "Io conosco le
mie pecore e le mie pecore conoscono me" (Gv 10,14), dice la
Chiesa prima del Vangelo con una parola del Signore. Dio mi
conosce, si preoccupa di me. Questo pensiero dovrebbe renderci
veramente gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel
nostro intimo. Allora comprendiamo anche che cosa significhi:
Dio vuole che noi come sacerdoti, in un piccolo punto della
storia, condividiamo le sue preoccupazioni per gli uomini. Come
sacerdoti, vogliamo essere persone che, in comunione con la sua
premura per gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a
loro sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E,
riguardo all'ambito a lui affidato, il sacerdote, insieme col
Signore, dovrebbe poter dire: "Io conosco le mie pecore e le mie
pecore conoscono me". "Conoscere", nel significato della Sacra
Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così come si
conosce il numero telefonico di una persona. "Conoscere"
significa essere interiormente vicino all'altro. Volergli bene.
Noi dovremmo cercare di "conoscere" gli uomini da parte di Dio e
in vista di Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla
via dell'amicizia con Dio.
Ritorniamo al nostro Salmo. Lì si dice: "Mi guida per il giusto
cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle
oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo
bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza" (23 [22], 3s). Il
pastore indica la strada giusta a coloro che gli sono affidati.
Egli precede e li guida. Diciamolo in maniera diversa: il
Signore ci mostra come si realizza in modo giusto l'essere
uomini. Egli ci insegna l'arte di essere persona. Che cosa devo
fare per non precipitare, per non sperperare la mia vita nella
mancanza di senso? È, appunto, questa la domanda che ogni uomo
deve porsi e che vale in ogni periodo della vita. E quanto buio
esiste intorno a tale domanda nel nostro tempo! Sempre di nuovo
ci viene in mente la parola di Gesù, il quale aveva compassione
per gli uomini, perché erano come pecore senza pastore. Signore,
abbi pietà anche di noi! Indicaci la strada! Dal Vangelo
sappiamo questo: Egli stesso è la via. Vivere con Cristo,
seguire Lui - questo significa trovare la via giusta, affinché
la nostra vita acquisti senso ed affinché un giorno possiamo
dire: "Sì, vivere è stata una cosa buona". Il popolo d'Israele
era ed è grato a Dio, perché Egli nei Comandamenti ha indicato
la via della vita. Il grande Salmo 119 (118) è un'unica
espressione di gioia per questo fatto: noi non brancoliamo nel
buio. Dio ci ha mostrato qual è la via, come possiamo camminare
nel modo giusto. Ciò che i Comandamenti dicono è stato
sintetizzato nella vita di Gesù ed è divenuto un modello vivo.
Così capiamo che queste direttive di Dio non sono catene, ma
sono la via che Egli ci indica. Possiamo essere lieti per esse e
gioire perché in Cristo stanno davanti a noi come realtà
vissuta. Egli stesso ci ha resi lieti. Nel camminare insieme con
Cristo facciamo l'esperienza della gioia della Rivelazione, e
come sacerdoti dobbiamo comunicare alla gente la gioia per il
fatto che ci è stata indicata la via giusta.
C'è poi la parola concernente la "valle oscura" attraverso la
quale il Signore guida l'uomo. La via di ciascuno di noi ci
condurrà un giorno nella valle oscura della morte in cui nessuno
può accompagnarci. Ed Egli sarà lì. Cristo stesso è disceso
nella notte oscura della morte. Anche lì Egli non ci abbandona.
Anche lì ci guida. "Se scendo negli inferi, eccoti", dice il
Salmo 139 (138). Sì, tu sei presente anche nell'ultimo
travaglio, e così il nostro Salmo responsoriale può dire: pure
lì, nella valle oscura, non temo alcun male. Parlando della
valle oscura possiamo, però, pensare anche alle valli oscure
della tentazione, dello scoraggiamento, della prova, che ogni
persona umana deve attraversare. Anche in queste valli tenebrose
della vita Egli è là. Sì, Signore, nelle oscurità della
tentazione, nelle ore dell'oscuramento in cui tutte le luci
sembrano spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti,
affinché possiamo essere accanto alle persone a noi affidate in
tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare loro la tua luce.
"Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza": il
pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche che
vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti che cercano
il loro bottino. Accanto al bastone c'è il vincastro che dona
sostegno ed aiuta ad attraversare passaggi difficili. Ambedue le
cose rientrano anche nel ministero della Chiesa, nel ministero
del sacerdote. Anche la Chiesa deve usare il bastone del
pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i
falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà,
disorientamenti. Proprio l'uso del bastone può essere un
servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore,
quando si tollerano comportamenti indegni della vita
sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia
proliferare l'eresia, il travisamento e il disfacimento della
fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se
non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo
strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di
nuovo diventare il vincastro del pastore - vincastro che aiuti
gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire
il Signore.
Alla fine del Salmo si parla della mensa preparata, dell'olio
con cui viene unto il capo, del calice traboccante, del poter
abitare presso il Signore. Nel Salmo questo esprime innanzitutto
la prospettiva della gioia per la festa di essere con Dio nel
tempio, di essere ospitati e serviti da Lui stesso, di poter
abitare presso di Lui. Per noi che preghiamo questo Salmo con
Cristo e col suo Corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di
speranza ha acquistato un'ampiezza ed una profondità ancora più
grandi. Vediamo in queste parole, per così dire,
un'anticipazione profetica del mistero dell'Eucaristia in cui
Dio stesso ci ospita offrendo se stesso a noi come cibo - come
quel pane e quel vino squisito che, soli, possono costituire
l'ultima risposta all'intima fame e sete dell'uomo. Come non
essere lieti di poter ogni giorno essere ospiti alla mensa
stessa di Dio, di abitare presso di Lui? Come non essere lieti
del fatto che Egli ci ha comandato: "Fate questo in memoria di
me"? Lieti perché Egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio
per gli uomini, di dare loro il suo Corpo e il suo Sangue, di
offrire loro il dono prezioso della sua stessa presenza. Sì,
possiamo con tutto il cuore pregare insieme le parole del Salmo:
"Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia
vita" (23 [22], 6).
Alla fine gettiamo ancora brevemente uno sguardo sui due canti
alla comunione propostici oggi dalla Chiesa nella sua liturgia.
C'è anzitutto la parola con cui san Giovanni conclude il
racconto della crocifissione di Gesù: "Un soldato gli trafisse
il costato con la lancia e subito ne uscì sangue ed acqua" (Gv
19,34). Il cuore di Gesù viene trafitto dalla lancia. Esso viene
aperto, e diventa una sorgente: l'acqua e il sangue che ne
escono rimandano ai due Sacramenti fondamentali dei quali la
Chiesa vive: il Battesimo e l'Eucaristia. Dal costato squarciato
del Signore, dal suo cuore aperto scaturisce la sorgente viva
che scorre attraverso i secoli e fa la Chiesa. Il cuore aperto è
fonte di un nuovo fiume di vita; in questo contesto, Giovanni
certamente ha pensato anche alla profezia di Ezechiele che vede
sgorgare dal nuovo tempio un fiume che dona fecondità e vita (Ez
47): Gesù stesso è il tempio nuovo, e il suo cuore aperto è la
sorgente dalla quale esce un fiume di vita nuova, che si
comunica a noi nel Battesimo e nell'Eucaristia.
La liturgia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù prevede,
però, come canto di comunione anche un'altra parola, affine a
questa, tratta dal Vangelo di Giovanni: Chi ha sete, venga a me.
Beva chi crede in me. La Scrittura dice: "Sgorgheranno da lui
fiumi d'acqua viva" (cfr Gv 7,37s). Nella fede beviamo, per così
dire, dall'acqua viva della Parola di Dio. Così il credente
diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra assetata della
storia acqua viva. Lo vediamo nei santi. Lo vediamo in Maria
che, quale grande donna di fede e di amore, è diventata lungo i
secoli sorgente di fede, amore e vita. Ogni cristiano e ogni
sacerdote dovrebbero, a partire da Cristo, diventare sorgente
che comunica vita agli altri. Noi dovremmo donare acqua della
vita ad un mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché
hai aperto il tuo cuore per noi; perché nella tua morte e nella
tua risurrezione sei diventato fonte di vita. Fa' che siamo
persone viventi, viventi dalla tua fonte, e donaci di poter
essere anche noi fonti, in grado di donare a questo nostro tempo
acqua della vita. Ti ringraziamo per la grazia del ministero
sacerdotale. Signore, benedici noi e benedici tutti gli uomini
di questo tempo che sono assetati e in ricerca. Amen.
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