GIOVANNI MARRA
ALLA SORGENTE ZAMPILLANTE
Per rinnovare la parrocchia
Orientamenti pastorali per gli anni 2003-2006
1. Il mio cuore è
colmo di gratitudine e di attese per l'arricchente esperienza
della Visita Pastorale, che mi conduce in mezzo a voi “
Con Gesù Buon Pastore per portare speranza ”.
Guardo e visito ogni comunità ecclesiale con il
proposito di testimoniare la carità di Cristo verso il suo
Gregge, per rinsaldare i vincoli di comunione, per incoraggiare
e confermare l'impegno nell'evangelizzazione che rimane priorità
pastorale degli anni a venire, per verificare in quale misura
sono recepiti e attuati gli insegnamenti del Concilio Vaticano
II.
Riprendiamo il cammino
2. Il cammino triennale “Sui sentieri della
speranza” e la Visita Pastorale nei primi quattro Vicariati
dell'Arcidiocesi hanno dato modo di cogliere segnali
incoraggianti nelle nostre comunità: segni di
notevole crescita nella consapevolezza e nella corresponsabilità
ecclesiale testimonianze di grande generosità, spesso radicata
nell'offerta e nel sacrificio silenzioso; crescente richiesta di
aiuto per maturare nell'esperienza delle fede. Non possiamo però
ritenerci soddisfatti, né vogliamo nasconderci le difficoltà.
Percepiamo, infatti, motivi di grandi perplessità e
preoccupazioni pastorali, in conseguenza di trasformazioni via
via più estese, più profonde e più difficili da decifrare e
affrontare
3 . I
contesti culturali attuali offrono, da una parte,
possibilità insospettate e spazi straordinari di apertura ai
valori umanizzanti del Vangelo e, dall'altra, visioni e stili di
vita che tendono a svuotare l'essenza stessa delle fede,
riducendola a vago senso religioso, o a forme di soggettivismo e
talvolta di magia. Nella realtà complessa e non sempre
facilmente decifrabile dei nostri giorni vanno emergendo quanti
si dichiarano “senza religione”, l'analfabetismo religioso,
l'eclisse del senso morale, le varie forme di relativismo e di
indifferenza riguardo alle domande più profonde dell'animo
umano, la drammatica difficoltà a comunicare la fede.
La questione è molto seria. È chiamata in causa
l'esperienza della fede stessa nella sua globalità, nel suo
significato più profondo, nelle sue ricadute esistenziali.
Si chiede ai cristiani di riscoprire e di saper
motivare il senso del loro ritrovarsi in comunità, del porsi in
fedele ascolto della Parola di Dio, del pensare e comunicare la
fede, del celebrare i sacramenti, dell'impegnare tempo ed
energie in progetti di carità.
La mentalità del mondo in cui viviamo può
permeare i cristiani e l'incredulità è tentazione che attraversa
il loro cuore. È fondamentale, dunque, saper discernere
potenzialità e rischi presenti anche nella nostra esistenza
Per rinnovare la parrocchia
4 . Grandi e
radicali trasformazioni hanno toccato le fondamenta della vita
cristiana, dell'essere e dell'agire ecclesiale, e obbligano a
dirigere il nostro sguardo alla parrocchia, luogo ordinario e
privilegiato di evangelizzazione. Per queste ragioni,
nel triennio 2003-2006, la parrocchia, la pastorale
parrocchiale, starà ancora una volta al centro del
nostro pensare, progettare, agire pastorale.
Non significa però fare una scelta restrittiva
che giustifichi esclusioni, svalutazioni, privilegi. Abbiamo
sempre coralmente manifestato che tutti, ognuno per la propria
parte, operiamo e preghiamo, affinché si realizzi il dono
sorprendente della Comunione, che apre vie autentiche per
accogliere persone ed eventi, carismi e ministeri, apporti e
progetti di bene da qualsiasi parte provengano.
Porre la parrocchia al centro dell'agire
pastorale non vuol dire nemmeno fermarsi a ripetere le linee
pastorali “A partire dalla parrocchia”. L'esperienza maturata
in questi anni, gli approfondimenti della riflessione pastorale
e le indicazioni del Magistero ci dicono che possiamo e dobbiamo
fare molto di più.
La scelta della Parrocchia ci pone in profonda
sintonia con le diocesi italiane, le quali sono impegnate a
recuperare la centralità della Parrocchia, per farle ritrovare
nuovo vigore missionario da investire soprattutto in questi
ambiti: “Comunità eucaristica”; “
Battezzati non praticanti” ;
attenzione al territorio
Sullo stile di Gesù Cristo
5 . Quali
processi rimotivare o innescare perché la parrocchia ritrovi
nuova vitalità? Dove condurre la parrocchia perché la sua
presenza abbia senso oggi e domani?
L'esperienza sospinge e la riflessione conferma
alcune scelte prioritarie: la formazione degli
operatori pastorali; il coinvolgimento del Laicato; la
ri-evangelizzazione dei battezzati; la presenza significativa e
competente nel territorio; la comunicazione basata sulla
qualità delle relazioni umane; la riqualificazione e
riorganizzazione delle risorse pastorali sul territorio.
Queste mete non sono raggiungibili soltanto
ritoccando l'esistente o riorganizzando l'assetto
organizzativo. Esigono che si riscoprano e potenzino le
fondamenta. Bisogna
ripartire da Cristo per
rinnovare la Parrocchia . Ripartire dalla Parrocchia per
rievangelizzare il territorio.
“La Chiesa può affrontare il compito
dell'evangelizzazione solo ponendosi, anzitutto e sempre, di
fronte a Gesù Cristo, parola di Dio fatta carne.
Solo il continuo e rinnovato ascolto del Verbo
della vita, solo la contemplazione costante del suo volto
permetteranno ancora una volta alla Chiesa di comprendere chi è
il Dio vivo e vero, ma anche chi è l'uomo.
Solo seguendo l'itinerario della missione
dell'Inviato… sarà possibile per la Chiesa assumere uno stile
missionario conforme a quello del Servo, di cui essa stessa è
serva”.
“Soltanto lasciandoci conformare a Cristo, fino
ad assumere il suo stesso sentire , potremo
predicare Gesù Cristo e non noi stessi. L'Evangelizzazione può
avvenire solo seguendo lo stile del Signore Gesù
, il primo e più grande evangelizzatore”
6 . La
Parrocchia, dunque, è chiamata a ripensare se stessa
rispecchiandosi in Cristo Gesù, a rinnovarsi, assimilando il
pensiero del suo Maestro, a rigenerarsi spendendosi sullo stile
del suo Signore.
Animati da questo convincimento abbiamo scelto la
pagina evangelica dell' incontro tra Gesù e la
Samaritana (Giovanni 4,1-42) come icona del cammino
pastorale che ogni parrocchia e ogni realtà ecclesiale della
nostra Arcidiocesi è chiamata a percorrere nel triennio
2003-2006.
Senza perdere di vista la dinamica unitaria e
graduale del cammino proposto nel triennio, ogni anno ci
proponiamo di evidenziare un aspetto particolare.
Nell'anno 2003-2004 , i nostri
occhi saranno rivolti particolarmente “ Al pozzo di
Giacobbe in terra di Samaria ”. La prospettiva
missionaria è chiave del rinnovamento pastorale. Come devono
porsi e cosa devono fare i cristiani nella “terra di Samaria” di
oggi? Cosa occorre per giungere e sostare al “pozzo” della
Famiglia?
Nell'anno 2004-2005 ,
contempleremo “Dammi da bere ed io ti offrirò
l'Acqua via” . L'esperienza della fede e di
formazione come laboratori del rinnovamento pastorale.
Come viene accolta e vissuta l'esperienza della
fede (“Acqua viva”) nelle nostre comunità? Da chi e come è
proposta questa a quanti ritornano in comunità? Quale formazione
per saper giungere e sostare al pozzo delle nuove generazioni?
Nell'anno 2005-2006 ,
considereremo “La brocca al pozzo per ritornare in
città” . Presenze di servizio e di
evangelizzazione nel territorio come vie del rinnovamento.
Quali forme di presenza nell'ambiente da parte
della comunità ecclesiale? Come riorganizzare e riqualificare le
forze ministeriali per un più efficace servizio pastorale? Come
realizzare il primo annunzio della Salvezza?
Quando il Signore venne a sapere che i farisei
avevan sentito dire: Gesù fa più discepoli e battezza più di
Giovanni sebbene non fosse Gesù in persona che battezzava,
ma i suoi discepoli -,lasciò la Giudea e si diresse di nuovo
verso la Galilea. Doveva perciò attraversare la Samaria.
Giunse pertanto ad una città della Samaria
chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a
Giuseppe suo figlio: qui c'era il pozzo di Giacobbe
. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era
verso mezzogiorno.
Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere
acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere». I suoi discepoli infatti
erano andati in città a far provvista di cibi. 9 Ma la
Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da
bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non
mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose:
«Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice:
"Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti
avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non
hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai
dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro
padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i
suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di
quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io
gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò
diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita
eterna». «Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua,
perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad
attingere acqua».
Le disse: «Va' a chiamare tuo marito e poi
ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù:
«Hai detto bene "non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti
e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il
vero».
Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei
un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte
e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».
Gesù le disse: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su
questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate
quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo,
perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed
è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito
e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e
quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli
rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il
Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse
Gesù: «Sono io, che ti parlo».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si
meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno
tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?».
La donna intanto lasciò la brocca,
andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che
mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il
Messia?». Uscirono allora dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì,
mangia». Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non
conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno
forse gli ha portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Mio cibo è
fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua
opera. Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la
mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i
campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve
salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda
insieme chi semina e chi miete. o vi ho mandati a mietere ciò
che voi non avete lavorato; altri hanno lavorato e voi siete
subentrati nel loro lavoro».
Molti Samaritani di quella città credettero in
lui per le parole della donna che dichiarava: «Mi ha detto tutto
quello che ho fatto». E quando i Samaritani giunsero da lui, lo
pregarono di fermarsi con loro ed egli vi rimase due giorni.
Molti di più credettero per la sua parola e dicevano alla donna:
«Non è più per la tua parola che noi crediamo; ma perché noi
stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il
salvatore del mondo».
Al pozzo di Giacobbe in terra di Samaria
La prospettiva missionaria
come chiave del rinnovamento
7 . Gesù lascia
la Giudea e si incammina verso la Galilea. “ doveva
attraversare la Samaria ” (v. 4).
Per un ebreo questa non era una regione ambita.
Attraversarla non era scelta facile né piacevole. Gesù la
“deve” percorrere, non tanto perché rientra
nell'itinerario abituale, ma perché qui la sua presenza è
necessaria. Su questa strada egli “deve” compiere la
volontà di Colui che l'ha mandato (v. 34). Deve incontrare anche
i Samaritani, nella quotidianità della loro vita e nella loro
terra.
Gesù si presenta senza titoli, né potere, né
prerogative. È affaticato e assetato per il
viaggio sotto il sole (v. 6). Pienamente umano e fragile, per
quella “carne” che ha voluto assumere (Gv 1,14).
Si siede presso il pozzo di
Giacobbe, al quale si sono dissetate generazioni e generazioni.
A questa sorgente è giunto Colui che può
dichiararla insufficiente e superata. Gesù non solo ha preso
posto presso di essa, ma ne prende il posto. Egli è datore di
un'Acqua che nel credente diviene sorgente zampillante per la
vita eterna (v. 14).
Così il nostro sguardo passa da Giacobbe a
Cristo, dall'Antico al Nuovo Testamento, dalla Legge alla
Parola.
E' mezzogiorno , l'ora sesta,
ora pesante e difficile. Gesù siede e attende “qui”
per un appuntamento che non viene disatteso.
8 . La scelta di
Gesù ci ricolloca sulla strada, per proseguire “Sui sentieri
della speranza” , ci riconsegna il mandato di servizio nei
confronti di questo mondo, ci pone dinanzi orizzonti nuovi.
Così che “ il pozzo di Giacobbe in terra
di Samaria” è un'interessante chiave di lettura e una
luminosa prospettiva del nostro essere ed agire ecclesiale.
9 . “Il pozzo di Giacobbe in Samaria” è la vita
quotidiana
in tutti i suoi aspetti, di
gioia e di dolore, di ricerca e di fallimento, di benessere e di
povertà. È la cultura con le diverse e molteplici visioni di
vita, con le sue aperture al Trascendente, ma anche con le sue
chiusure o involuzioni magiche, superstiziose, integraliste.
“Samaria” è la politica, l'economia, il mercato
che con le sue logiche grava su ogni aspetto della vita sociale,
personale e familiare. È il mondo del lavoro e
dell'emarginazione, dei giovani e degli anziani, della
sofferenza e dello svago, dell'emigrazione e della diversità.
“Samaria” sono le Istituzioni con le loro
complicate macchine organizzative, difficili da conoscere e da
utilizzare, sono i sempre più sofisticati mezzi di comunicazione
sociale. “Samaria” sono pure tanti quartieri, tante strade e
angoli della nostra città.
“Samaria” esprime la vita di ogni giorno che
tutti inchioda nel suo realismo e dalla quale nessuno, neanche
(e soprattutto) il credente, può desiderare o tentare di
uscirne.
10. “Il pozzo di Giacobbe in Samaria”è la chiave
di lettura dell'agire di Dio
, in particolare dell'evento
straordinario della fede cristiana: il mistero dell'amore del
Padre che ama tanto questo mondo da donarci suo Figlio; il
mistero del Figlio di Dio che “si è fatto carne” e ha donato la
pienezza del suo Amore come vita del mondo.
Colpisce questo Figlio di Dio, viandante, stanco,
assetato seduto presso il pozzo dei samaritani ad un'ora molto
insolita. Quest'ora “strana” si rivela un appuntamento
sorprendente e provvidenziale, che rimanda ad altri incontri
decisivi nei quali Gesù è presente e agisce.
È l'ora sesta quando Cristo è rifiutato,
condanna, consegnato (Gv 19,14). È L'ora nella quale entra in
crisi e viene demolita ogni sicurezza umana, mentre
misteriosamente si fa strada l'opera di Dio, che squarcia le
tenebre, irrompe nel silenzio e ricrea novità di vita.
11. “Il pozzo di Giacobbe in Samaria” è la via
dell'agire della chiesa.
I discepoli di Gesù “devono
attraversare la Samaria” per vocazione e per dovere di fedeltà
al mandato ricevuto dal Maestro. Giungono alla fede non per
chiudersi negli ambito del sacro, ma per “prendere il largo”,
per entrare nella vita quotidiana.
Andare alla sorgente
esprime generalmente il dinamismo dell'uscire di
casa mossi da un bisogno fondamentale, del raggiungere un luogo
mai banale, del convergere verso una meta dalla quale si è
attratti, del ripartire carichi di un'esperienza.
Sedersi al pozzo segna lo stile missionario, che
nasce dalla decisione coraggiosa di raggiungere gli altri là
dove si ritrovano, dibattono, investono tempo e risorse.
Incontrarli nella loro cultura, nel tempo più opportuno e nel
linguaggio per essi più familiare, nei problemi concreti che
segnano la loro esistenza.
I cristiani attraversano la “terra di Samaria”
investendovi la loro fede e il meglio di sé, sullo stile
del pellegrino : stanco, assetato, debole. Si ritrovano
bisognosi e deboli accanto ad ogni altro uomo nella ricerca di
risposte ai problemi della quotidianità e sperimentano la
necessità di “chiedere” persino a colui che ritengono straniero
o avversario nella fede e nella morale.
La testimonianza vissuta nella ferialità rimane
la comunicazione più efficace che fa sorgere domande,
interesse, desiderio di incontrare personalmente Colui che
arricchisce di umanità e di responsabilità storica quanti
credono il Lui
12. “Il pozzo di Giacobbe in Samaria” è
provocazione per una serena verifica.
Ripensare i nostri modi di
vedere, conoscere, accostare, abitare, coltivare questa “terra
di Samaria” è scelta opportuna e salutare.
Gioiamo nell'osservare comunità accoglienti e
festanti nell'esprimere esuberanza di ministerialità, di
iniziative e di strutture. Rimaniamo ammirati dinanzi alla loro
semplicità nel mostrare dignitosa povertà che non fa mistero di
carenze di presenze, risorse e risultati.
Ma emergono insistenti Interrogativi e pressanti
aspettative quando si percepisce un rapporto talvolta non
costruttivo né in sintonia con il Vangelo fra comunità
ecclesiali, gruppi, movimenti e questa “terra di
Samaria”.
Non ci accorgiamo che le “cose all'interno”, per
le quali spendiamo la maggioranza delle nostre energie, non
riescono più a suscitare stupore e interesse, ricerca e
adesione nei riguardi di Gesù?
Ci si tiene lontani per paura di ciò che accade e
si richiede in “terra di Samaria”? Si preferiscono la comoda
sicurezza e il gradevole tepore del proprio ambiente, contenti
tutt'al più di osservare da lontano quanto succede fuori?
Forse perché stanchi, delusi, non considerati, né
cercati si rimane arroccati in atteggiamenti di dura critica nei
riguardi della "gente di Samaria", la quale, preoccupata dei
tanti problemi contingenti, non avverte il bisogno di recarsi
al “pozzo” della comunità?
Perché si stenta ad esprimere stili ecclesiali
basati su consapevole e matura corresponsabilità, su
metodologie di presenza nel mondo autenticamente laicali e
missionarie?
Il risultato è una pastorale attrezzata per la
formazione di cristiani ad "uso interno", pensati, di fatto, per
una ministerialità laicale da vivere prevalentemente nella
ritualità e nel tempio, in una sorta di oasi tranquilla ove
dimenticare la quotidianità.
Ogni qualvolta la chiesa e i cristiani hanno
scelto strategie di collisioni, di collusione e di indifferenza
nei confronti del mondo hanno pagato un caro prezzo.
13. “Il pozzo di Giacobbe in Samaria” è una
scommessa pastorale della nostra chiesa
. Nella scelta di Gesù che “deve
attraversare la Samaria” e nel suo modo di stare al pozzo
troviamo un'audace consegna di rinnovamento pastorale e
parrocchiale.
Come non sentire venir meno le nostre sicurezze
pastorali riposte nelle “cisterne” costruite in tempi di
abbondanti provviste, ma che ormai manifestano crepe profonde?
Le nostre chiese, i nostri saloni, i nostri
gruppi non sono gli unici pozzi e sarebbe tragico pensarlo. Ci
sono altri pozzi nella nostra terra di Samaria, che dobbiamo
conoscere, presso i quali aspettare, incontrarsi, ascoltare e
narrare la gioia e la fatica del vivere e del credere in Gesù.
La comunicazione della fede agli uomini di oggi ripartirà da
questi pozzi se i cristiani avranno ancora fede e ardore
missionario di raggiungerli.
Ad ogni realtà ecclesiale, nella piena
valorizzazione di vocazioni e ministeri, è richiesta una
scommessa convinta e corale che in Gesù, guida attraverso la
Samaria, ritroveremo vitalità, freschezza, novità. Nella
ricerca dei nuovi pozzi nel mondo di oggi, sentendo in noi
quella “sete” del Cristo, si illumina e si caratterizza il
cammino della nostra Chiesa diocesana, già da alcuni anni
impegnata nel campo vasto ed esigente della formazione in
prospettiva missionaria.
Per rinnovare la parrocchia, tutti ce ne rendiamo
conto, occorre ripensare la pastorale per renderla idonea
a formare cristiani capaci di frequentare la “terra di Samaria”,
di cogliere la cultura di oggi come luogo positivo d'incontro,
di domande talvolta inquietanti, di scelte, di lotta per la
legalità e la giustizia, di desiderio di autenticità e di
cambiamento, di ricerca profonda di Dio. Occorre progettare
tutto per suscitare nuove forme di autentica ministerialità
laicale.
I cristiani che abitualmente si ritrovano
nell'assemblea festiva e gli operatori pastorali percorrono una
via maestra di formazione: nella celebrazione del Mistero di
Cristo durante l'Anno Liturgico, fanno l'esperienza personale di
Cristo, contemplano e imparano la sua sollecitudine per questo
mondo, assumono il suo sguardo di sano ottimismo e di speranza.
14 . “Il pozzo di Giacobbe in Samaria” è istanza
di formazione.
Ripensare il nostro agire
ecclesiale nella prospettiva missionaria ed estroversa mette in
crisi la pastorale nelle sue dimensioni costituite. Mentre si
aprono orizzonti di rinnovamento, cogliamo che una buona e
critica preparazione integrale (umana, culturale, teologica,
spirituale, pastorale) diviene giorno dopo giorno più urgente
nella prospettiva dell'incontro e del dialogo con il mondo di
oggi.
Dare alla pastorale come obiettivo prioritario la
formazione ad una vita cristiana così intesa significa
ripensarla a partire da particolari istanze colte nella stessa
“terra di Samaria”. Nel progettare e nel condurre il cammino di
fede della comunità eucaristica e degli operatori pastorali è
necessario fare attenzione ad alcune esigenze che chiamano in
causa soprattutto relazioni interpersonali, linguaggi,
contenuti, metodologie.
a. Concretezza.
La “terra di Samaria” vuole essere accostata, letta e compresa
nella sua realtà. È gelosa del proprio ruolo di protagonista,
nella totalità, imprevedibilità e complessità del suo farsi e
modificarsi. Vi si incontrano eventi che interpellano,
emergenze che esplodono, potenzialità di bene inaudite. Non
accetta risposte teoriche, né letture preordinate d'ordine
sociologico, né tanto meno religioso. Rimane ammirata dinanzi a
credenti, uomini e donne di carne e ossa, che riescono a
“gioire” e “piangere” con chi gioisce e con chi soffre.
b. Essenzialità.
Nell'attraversare la “terra di Samaria” non ci si
può portare tutto dietro. Si è obbligati a scegliere ciò che
veramente è necessario, utile, secondario. Alla luce di questo
criterio potremmo concludere che, molto di ciò che si fa ed è
utile per la vita interna della comunità cristiana sulla strada,
non serve. È importante svelare le ricadute esistenziali e i
nuovi orizzonti etici di umanizzazione, cui apre un'autentica
esperienza di fede. L'uomo contemporaneo esige cogliere quale
ricchezza di umanità, di relazionalità, di atteggiamenti, di
gusto di vivere apporta il seguire Cristo Salvatore.
c. Ricerca.
Incontrare l'uomo sulla strada della semplice umanità, ricca o
povera che sia. Presentarsi uomini accanto ad altri uomini,
senza nascondersi dietro la corazza di appartenenze di vario
genere, senza barare nel gioco della vita con soluzioni
provenienti dall'esterno o prese in prestito da chi conta. La
“terra di Samaria” mal sopporta persone troppo sicure delle loro
conclusioni. Gradisce uomini che osano pensare, che accettano la
sfida a mettere in discussione le proprie certezze religiose
morali, che gestiscono con dignità e coraggio la povertà delle
loro risposte, soprattutto di fronte al mistero della vita e
della morte, del dolore e della sofferenza, della Trascendenza
e del silenzio di Dio. È il percorso tipicamente umano,
pericoloso ed affascinante, del camminare sulle onde incerte
della ricerca, per saper cogliere la verità nei frammenti,
dell'attendere finché il valore morale contemplato nella sua
esigente chiarezza possa mettere radici e germogliare fino a
dare il frutto possibile.
d. Flessibilità.
La strada è il luogo ove abita il nuovo,
irripetibile e imprevedibile. Anche nei rapidi e profondi
cambiamenti la persona umana rimane al centro, nella sua
assoluta unicità. Tutti i percorsi formativi, quelli per la
comunità della domenica, per gli operatori pastorali, per i
battezzati non praticanti, non possono essere confezionati
su contenuti e metodologie standardizzati, sempre gli stessi e
uguali per tutti. Gradualità e flessibilità nella formazione non
è questione semplicemente di quantità di cose e di tempo, ma
principalmente di qualità della proposta formativa e della
capacità di quanti collaborano per attuarla. Grande impegno ci
viene richiesto prioritariamente per la formazione a tutti i
livelli degli operatori pastorali, ministri ordinati, consacrati
e laici. Ci sono richieste accresciute e sperimentate abilità a
leggere ciò che accade in “terra di Samaria” e a gestire il
bagaglio di conoscenze e di strategie pastorali a misura
dell'unicità dell'interlocutore. Ulteriori e più decisi sforzi
vogliamo compiere nell'acquisire competenze valide che toccano
in modo particolare il piano del linguaggio, dell'adattabilità
alle situazioni, del dialogo e dell'accompagnamento personale.
Le Famiglie
Un “pozzo” da raggiungere nell'anno 2003-2004
Per costruire il futuro della parrocchia e della
pastorale occorre una prospettiva missionaria, cioè “vedere
oltre” le nostre comunità abituali.
Fra i tanti “pozzi” esistenti scegliamo le
famiglie, perché nel loro vissuto quotidiano ritroviamo le
dimensioni e le realtà sociali.
Le famiglie ci obbligano a ripensare la pastorale
con criteri di concretezza, essenzialità, gradualità.
Al “pozzo” delle Famiglie per…
Incontrare
ciascuna dove vive e manifestarle la sollecitudine della
comunità cristiana.
Ascoltare con
discrezione problemi e angosce, gioie e speranze.
Sostenere la
ricerca di soluzione ad eventuali difficoltà.
Promuovere
interesse per Gesù a partire da aspetti concreti del vissuto.
Ci proponiamo di assumere l'
accompagnamento delle famiglie come priorità.
Le nostre parrocchie divengano sempre più luoghi
di ascolto e di sostegno
delle famiglie in difficoltà, avendo ben chiaro che la l'amore
fraterno e la misericordia rimangono la medicina efficace.
Occorre riuscire a stabilire, da parte delle
comunità cristiane, attraverso i presbiteri, i religiosi e gli
operatori pastorali, rapporti personali con
ogni famiglia – sia che frequenti la Chiesa sia che non la
incontri mai – in un tessuto relazionale nuovo e
capillare .
L'Acqua viva sorgente zampillante
L'esperienza di fede e di formazione come laboratori del
rinnovamento
15. Un esordio
paradossale: colui che può dare l'Acqua di vita chiede da bere
ad una Donna e per di più Samaritana. Con un semplice
dammi da bere (v. 7) provoca un sorprendente
cammino gestito con l'arte di perspicace regista e sostenuto
dalla saggezza di fine maestro. Lungo il percorso non mancano il
gioco sui fraintendimenti, i colpi di scena, le sovrapposizioni
delle immagini, le immersioni in nuove consapevolezze.
Attraverso la tensione fra rivelazione e
incomprensione, si giunge al multiforme dono dell'Acqua
viva , che non sgorga dalla “cisterna” cercata dalla
Donna, ma da Gesù (v. 11).
L'Acqua viva è la conoscenza del Padre che,
attraverso Gesù e l'opera dello Spirito, il credente accoglie in
sé. È l'accoglienza della verità di Cristo e di se stessi. È
l'esistenza animata dall'adorazione in Spirito e Verità. È
l'esperienza di fede alimentata nella comunità cristiana.
Quest'Acqua viva, che sgorga dal Cristo, nella
vita del credente esprime sorprendente creatività, divenendo
sorgente che zampilla per la vita eterna (v.14).
16. Quella Donna
Samaritana, che sotto il sole di mezzogiorno va al pozzo ad
attingere, esprime un'immagine della comunità cristiana, che si
reca all' Assemblea liturgica dove Cristo
l'attende.
Recuperare la centralità della parrocchia,
rileggendone la funzione storica concreta a partire dal “Giorno
del Signore” e dall'Eucaristia, è via completa di formazione e
di rinnovamento.
La liturgia rimane “via e scuola” principale di
ogni crescita e formazione nella fede, per accogliere in sé
l'Acqua che zampilla per la vita eterna. I segni della liturgia,
come brocca consegnata dal Maestro, permettono di attingere alle
profondità della Sorgente.
Di domenica in domenica i cristiani si radunano
per fare memoria della Pasqua di Cristo nei segni della liturgia
e sono coinvolti in un processo di conversione che li abilita ad
offrire il culto in spirito e verità (v. 23). Non offrono le
cose, ma la propria esistenza come “sacrificio spirituale
gradito a Dio per mezzo di Gesù Cristo” (1Pt 2,5).
Nella liturgia il linguaggio della vita
quotidiana, i segni essenziali, come pane e acqua, olio e vino,
i gesti e le parole, le vicende lieti e tristi, per la Parola
proclamata nella potenza dello Spirito Santo, squarciano gli
occhi dei credenti e svelano il mistero straordinario di Dio che
parla e agisce nella storia umana, per renderla Storia di
Salvezza.
Si esce dalla celebrazione della liturgia, per
trasformare la vita quotidiana in liturgia.
17. Il dialogo
per l'Acqua fra Gesù e la Samaritana offre interessanti
spunti per la verifica . Entrambi si ritrovano nello
stesso luogo. Uguale è la sete che affligge il Viandante e la
Donna. Diversa è l'acqua alla quale l'Uno e l'Altra fanno
riferimento. Per potersi intendere percorrono insieme un cammino
esigente, schietto e coinvolgente.
Alla luce di queste premesse diamo uno sguardo ad
alcuni modi inadeguati di vivere l'esperienza dell'Acqua viva,
per coglierne ragioni e conseguenze, senza smarrire la
prospettiva missionaria.
La sacramentalizzazione rimane
obiettivo prevalente di tutta la pastorale. Ma la maggioranza
della nostra gente coglie il dono di salvezza espresso nei segni
sacramentali? Li chiede perché li riconosce fondamentali nella
propria vita?
La religiosità è coltivata prevalentemente
nell'aspetto rituale e devozionistico . Si fa
fatica a risanare la vistosa frattura tra
vissuto quotidiano e celebrazione.
C'è un “consumo di sacro” per
rispondere ad esigenze immediate che non trovano risposta da
parte di altre agenzie. C'è una ricerca di gratificazione
soggettiva e attesa miracolistica. Una religiosità “fai
da te” , senza radicamento nella Verità, senza
appartenenza, senza impegni definitivi, che talvolta si esprime
con l'attaccamento a tradizioni religiose le quali non hanno più
il sottofondo cristiano del passato che le giustificava.
C'è un'identità cristiana evanescente,
caratterizzata da soggettivismo . Chi aderisce
alla fede non sempre accetta tutta la morale che da essa
scaturisce. Nel presentare la proposta della morale
cristiana ci si trova talvolta spiazzati, sia nei
contenuti come nel rivestimento culturale. Anche la grande area
dell'etica, fiore all'occhiello di ogni autentica cultura che
promuove umanità, sembra bloccata su scelte di corto respiro,
senza radici né prospettive.
I modi inadeguati di vivere l'esperienza
dell'Acqua viva chiamano in causa e spesso mettono in crisi gli
itinerari formativi sin dai loro presupposti e fondamenti.
18. Per
comunicare il Vangelo in un mondo già molto cambiato e in veloce
trasformazione occorre rivedere, riqualificare, inventare il
nostro universo comunicativo, che non coincide con gli strumenti
della comunicazione.
Solo a partire da una buona qualità di rapporti
umani sarà possibile far risuonare nei nostri interlocutori
l'annunzio del Vangelo.
Tutti ci rendiamo conto quanto sia urgente,
anzitutto per gli operatori pastorali, una formazione
alla comunicazione , per acquisire quello stile che
Gesù adotta con la Samaritana.
Egli si rivela l'artista dell'incontro personale
e della comunicazione. Già con le prime parole crea una
piattaforma comunicativa, libera da pregiudizi, fondata
sulla rispettosa relazione interpersonale, aperta all'aiuto
vicendevole. Chiede un po' d'acqua, condivide il bisogno, si fa
povero che chiede, riconosce all'Altra la capacità di dare.
Per Gesù la persona rimane sempre più grande dei
giudizi e va incontrata al di fuori dei pregiudizi. Per
questo il suo modo di fare stupisce, scandalizza, fa centro (v.
9; 27).
Il suo linguaggio è immediato, concreto,
significativo, perché non parla per sentito dire né per dovere
di stato, ma confeziona le parole sulla misura data
dall'ascolto. L'ascolto che sa cogliere bisogni, stati d'animo,
dubbi, ricerche proprie e altrui, è il grembo della parola
buona ed efficace.
La buona comunicazione entra nella vita, in essa
“zampilla” e trabocca. “Dammi da bere” si estende in “Venite a
vedere” e sfocia in “Noi crediamo che Lui è il salvatore del
mondo” (v. 7; 29; 42).
Se dinanzi alla Samaritana Gesù avesse esordito
dicendo “ Io sono il Messia che voi aspettate” , il
dialogo come si sarebbe svolto? Perché invece nella pastorale si
incomincia solitamente dalla fine? La fatica di ascoltare
persino discorsi non rifiniti, disapprovazione, contestazione,
inquietudini, lungaggini vale più del parlarsi addosso.
19. Per
riscoprirla nella propria vita e per accompagnare altri
all'Acqua viva è necessaria un‘adeguata formazione
liturgica .
Il coinvolgimento esistenziale nella esperienza
di fede che si compie nella liturgia celebrata dalla comunità
cristiana è possibile solo riscoprendo il senso del celebrare e
percorrendo un'adeguata iniziazione all'universo dei segni della
liturgia.
È in gioco la formazione a leggere tutta la
realtà con gli occhi dell'uomo della Bibbia, il quale negli
eventi, nelle persone, nelle cose, nelle religioni, nella
saggezza popolare, vede oltre quello che appare e vi scorge la
presenza di Dio che guida la storia.
È necessario accrescere la capacità di leggere in
chiave “sacramentale” l'esistenza umana. Il linguaggio, segni e
gesti, il frutto della terra e del lavoro dell'uomo, visti e
vissuti nella quotidianità, sono colmati di novità salvifica e
svelati nella loro pienezza dalla Parola e dallo Spirito del
Risorto.
Occorre un'adeguata formazione liturgica a tutti
i livelli, per servire un'assemblea che viene dalla “Samaria” e
alla “Samaria” deve ritornare per portarvi l'esperienza
dell'Acqua viva.
20 . Seppure
consapevoli e mossi della medesima sete, tuttavia per
condividere il cammino verso la sorgente, occorre concordare il
tragitto. Saper ridestare l'interesse e progettare
cammini formativi è banco di prova per gli operatori
pastorali come per ogni educatore.
Sono molte le circostanze per le quali tante
persone tornano ad accostarsi alla Chiesa, anche se
saltuariamente e dopo un'assenza più o meno lunga. Vi ritornano
per chiedere i sacramenti o perché coinvolti in circostanze
lieti o tristi.
Queste occasioni vanno trasformate in personali
esperienze di evangelizzazione. La presenza in Chiesa o la
semplice richiesta di un servizio, infatti, non sempre è
sinonimo di fede.
Qui si aprono prospettive inusuali dinanzi alle
quali talvolta si rimane pensosi e preoccupati per la carenza di
idee, esperienze e risorse. Occorrono intelligenza, creatività,
coraggio.
In questi cammini di evangelizzazione e di
iniziazione alla fede l'accoglienza e i linguaggi, le mete e i
tempi, i contenuti e le modalità dovrebbero essere modulati
secondo la capacità di ricezione e la sensibilità di ciascuno.
Non si richiede di partire da zero o di creare
dal nulla, perché a questa finalità di maturità della fede,
avendo considerazione delle diverse età, tende il
Progetto Catechistico Italiano. Va riproposto con
fedeltà e decisione nelle nostre comunità, orientandolo
esplicitamente nella prospettiva dell'evangelizzazione.
L'operatore pastorale non può contare
semplicemente sui contenuti appresi, senza mettere in campo
tutto se stesso per saper incontrare in una relazione serena e
umana chi varca la soglia della comunità. È chiamato, per
vocazione e non per tatticismo, a valorizzare ogni occasione e
circostanza, a trovare per “questa persona concreta”
l'itinerario appropriato.
Il cammino in questa direzione è lungo ed
esigente, ma ne vale la pena perseverare, e impegna tutti a
promuovere negli operatori pastorali, ministri ordinati,
consacrati e laici, un buon bagaglio di virtù umane, di
conoscenze antropologiche e teologiche aggiornate, di competenze
progettuali.
Le Nuove Generazioni
Un “pozzo” da raggiungere
nell'anno 2004-2005
L'acqua viva si attinge a Cristo presente nei
segni della liturgia. L'esperienza di fede e gli itinerari di
formazione sono i laboratori del rinnovamento.
Privilegiamo il “pozzo” dei Giovani, perché essi
ci obbligano alla coerenza, alla flessibilità, alla ricerca,
alla novità. Ci aiutano a ripensare tutti gli aspetti della
comunicazione della fede.
Al “pozzo” delle Nuove Generazioni per…
Stare con loro
nei loro luoghi e nei loro tempi con discrezione e simpatia.
Condividere il
gusto per le cose belle, la sofferenza per vicende particolari,
la fatica nelle difficoltà.
Testimoniare con
semplicità le convinzioni, i valori, la fede che animano
la propria vita.
Offrire la
disponibilità all'ascolto libero e serio
Promuovere la
riflessione, il confronto, il dialogo circa questioni di fondo
sulla vita, Dio, il mondo.
Siamo chiamati a una grande attenzione e a un
grande amore nei confronti delle nuove generazioni.
A loro vanno trasmessi il gusto per la preghiera
e per la liturgia e la capacità di leggere il mondo nella la
riflessione e il dialogo con ogni
persona.
Occorre creare laboratori della fede
, in cui i giovani crescano e diventino testimoni della Buona
Notizia.
Occorre impegnarsi perché scuola
e università siano luoghi di piena
umanizzazione aperta alla dimensione religiosa, sostenere i
giovani nel delicato passaggio al mondo del lavoro
, aiutare a dare senso al loro tempo libero
.Dobbiamo aiutare ciascuno a discernere la «forma di vita» in
cui vivere la sequela del Signore Gesù.
La brocca al pozzo per ritornare in città
Presenze di servizio e
di evangelizzazione nel territorio
come vie del rinnovamento
21. Senza indugio
la Donna lascia la brocca e corre in città per
dire alla gente: “Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto
quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?” (v. 28-29). Il
suo vissuto personale pesante, vecchio ed umiliante, adesso
riletto in Gesù diventa apertura missionaria e presupposto di
evangelizzazione.
Va a dire alla gente in città, dalla quale prima
fuggiva, di aver trovato un Uomo straordinario, il quale, pur
dicendole tutto quello che lei aveva
fatto, l'ha rispettata come nessuno mai. Questa
esperienza tanto forte le permette di pagare di persona la
verità che annunzia. Adesso, è più importante dire cosa ha
realizzato Gesù in lei e non più ciò che lei aveva fatto nella
sua vita.
La Samaritana ha imparato molto bene come
provocare negli altri il desiderio di “recarsi al pozzo”. Non è
gelosa del suo rapporto con Gesù, non impone certezze né dà
risposte a domande non fatte. Interpella e responsabilizza: “Non
sarà forse lui il Messia?”Invita a fare una esperienza
personale: “Venite a vedere”.
22. Dall'ascolto
delle parole della Donna scaturisce per i Samaritani un
cammino a tappe. Inizialmente credono in Gesù per le
parole testimoniate dalla Donna e s'incamminano verso di lui.
Trovatolo, lo pregano di restare con loro. Egli si ferma due
giorni (v. 39-40). Le parole della Donna hanno fatto il loro
corso e devono lasciare spazio all'incontro personale con Gesù.
È il momento della prova dell'efficacia e
dell'autenticità di ogni processo educativo e di crescita. Ogni
autentico testimone ed educatore, sa che la sua presenza e la
sua opera è realtà “penultima”. È consapevole di essere servo
della Verità che sta “oltre”. Con umiltà e gioia accetta di
essere “superato”, anzi per questo ha operato, perché la Fonte
e la Meta stanno “altrove”. Non tiene legato a sé chi riceve il
suo aiuto o chi lo ascolta, perché un Altro è il Salvatore.
Adesso, “molti di più” Samaritani giungono a
credere in Gesù, per averlo sentito parlare. Non credono più per
le parole della Samaritana, ma per esperienza personale sanno
che egli è il Salvatore del mondo (v. 41-42).
23 . Come un
testimone la brocca scandisce le tappe della
vicenda. Apre il cammino della Samaritana verso il pozzo. Sta
fra le sue mani durante la disputa sulla capacità di Gesù di
darle acqua. Assiste mentre la Donna confessa il suo vissuto e i
suoi interrogativi religiosi e morali. Segna il momento decisivo
del suo incontro con il Cristo. Apre il suo cammino di ritorno
in città.
Nel frattempo la brocca è lasciata ai piedi di
Gesù al pozzo: pegno di un ritorno sollecito, memoria di un
incontro che va ripetuto, promessa di una conoscenza che va
approfondita, augurio di una relazione vitale che non ammette
interruzioni, profezia di nuove presenze e di nuovi incontri.
Assiste all'arrivo numeroso di Samaritani
desiderosi di vedere, di sentire, di conoscere. Attesta
finalmente la corale professione di fede di quanti credono in
Gesù Salvatore del mondo.
24 . Anche per la
comunità cristiana e per il cristiano giunge il momento di
lasciare la propria brocca e tornare in città ove testimoniare
la vita nuova ricevuta dal Signore incontrato nella celebrazione
liturgica. Questa straordinaria vitalità di fede delle nostre
comunità non può rimanere privilegio esclusivo di pochi eletti
ma va offerta a tutta la gente che vive sul territorio.
La parrocchia si fa carico del territorio
, nel suo insieme di spazio
abitato dall'uomo con tutti i sui problemi sociali e religiosi.
Esso, prima così familiare alla comunità parrocchiale, non
gravita più attorno ad essa. Per diverse ragioni è divenuto
lontano, sconosciuto, frammentato. Dinanzi a questi nuovi
scenari potrebbero sorgere preoccupazioni, scoraggiamenti,
chiusure soprattutto quando si tratta di individuare e
organizzare le risorse umane e pastorali da investire nei
molteplici ambienti di vita.
Quali presenze dei cristiani nell'ambiente?
Come rivedere strutture, funzioni, ministeri
delle nostre comunità in vista di una più efficace distribuzione
delle forze ministeriali?
Quali forme di evangelizzazione per i non
praticanti? Quale attenzione per chi vive situazioni morali
particolari?
25 . La
parrocchia si fa carico del territorio anzitutto attraverso il
molteplice servizio della carità , che le
permette di far fruttificare il grande Amore ricevuto dal suo
Signore.
Si fa carico, facendosi “prossimo” di quanti
vivono i nuovi drammi in situazioni di vecchie e nuove povertà:
l'emarginazione del diverso, la illegalità, la droga, la
violenza, la criminalità mafiosa, l'estorsione, l'usura, e
quant'altro ferisce la dignità umana e il vivere civile.
Di fronte a questi mali essa si offre luogo ove
si organizza la speranza per resistere e sconfiggerli,
seguendo quella fantasia della carità, il cui ispiratore e
regista è lo Spirito di Amore.
26 . La
parrocchia manifesta la sua sollecitudine nei confronti del
territorio, attraverso le tante forme di pastorale
d'ambiente , la quale sarà tanto più efficace quanto
più le parrocchie sapranno aprirsi alla collaborazione tra loro
e ad un'azione concertata con associazioni, movimenti e gruppi,
che esprimono la loro carica educativa soprattutto negli
ambienti.
Ci stanno a cuore le sorti della nostra gente e
delle nostre città, alle quali come cristiani vogliamo
manifestare attenzione, solidarietà e disponibilità operosa.
Condividiamo la speranza con tanti giovani alla
ricerca del primo impiego e con quei lavoratori che faticano a
trovare punti di riferimento nella complessità e precarietà del
mondo del lavoro .
Guardiamo con grande attenzione al mondo
della scuola, dell'Università e della cultura con le
sue molteplici espressioni. Vogliamo raggiungere il
mondo della sofferenza e della salute nel quale vanno
garantiti il rispetto della vita e a ciascuno le cure di cui
necessita.
Vogliamo contribuire all'umanizzazione piena e
vera socializzazione nell'ambito del tempo libero
, Sport e turismo . La stessa attività
propriamente politica non la sentiamo estranea
alla vocazione cristiana.
27 . La
parrocchia prepara il futuro se si impegna nel
primo annunzio della salvezza.
È giunto il momento di operare una inversione di
marcia verso le “novantanove pecore” che non conoscono
l'ovile.
Sovente si tratta di persone che portano in sé
ferite inferte dalle circostanze della vita o più semplicemente
sono cristiani verso i quali non si è stati capaci di mostrare
ascolto, interesse, simpatia, condivisione.
Chi “lascia la brocca” per ritornare in città,
ove c'è sete di senso, di fiducia, di speranza?
È necessario ripartire dal primo annuncio, sul
quale innestare un vero e proprio itinerario di iniziazione o di
ripresa della loro vita cristiana. La terza nota pastorale
sull'iniziazione cristiana offre un illuminante quadro di
riferimento teorico e operativo.
Dobbiamo inoltre affrontare un inedito ed
arricchente compito missionario: compiere la missione “ ad
gentes” nelle nostre città, cioè evangelizzare persone
condotte tra noi dalle migrazioni
28 . Dissetati
dall'Acqua che zampilla in ciascuno, siamo ritornati in città,
per compiere fra la nostra gente le opere dell'amore che
ridestano l'interesse per la Vita, la Bellezza, la Gioia. Nei
molteplici e vari ambienti abbiamo consegnato l'annunzio di
Colui nel quale adorare il Padre in Spirito e Verità.
La brocca, memoria di quell'incontro e profezia
di nuove presenze, ci richiama al pozzo. Vi ritorniamo,
non da soli, ma con i molti fratelli incontrati in città.
Andiamo insieme a vedere Gesù, a stare con lui, ad ascoltare la
sua parola. Spinti dalla Sorgente che zampilla in noi, lasciamo
la brocca al pozzo e ritorniamo in città perché altri conoscano
Gesù Salvatore del mondo .
14 Settembre 2003
Esaltazione della Santa Croce
+ Giovanni Marra
Arcivescovo
Il territorio
“Pozzi” particolari da raggiungere
nell'anno 2005-2006
Le vie per rinnovare la parrocchia attraversano
il territorio nella sua complessità. Bisogna “lasciare la brocca
e tornare in città”, per compiervi il servizio della carità, per
consegnarvi l'annunzio di Gesù Salvatore del mondo. Ai “pozzi”
nel nostro territorio per…
Osservare con
sguardo di fede e saper scorgere in essi risorse, povertà,
potenzialità.
Collaborare nel
cercare le cause di malesseri e povertà, e nel trovare soluzioni
ai vari problemi.
Contribuire nella
elaborazione e realizzazione di autentici progetti di sviluppo.
Promuovere
cultura di legalità, corresponsabilità, partecipazione.
Progettare forme
efficaci di cooperazione pastorale e più equa distribuzione
delle risorse ministeriali.
Ipotizzare nuovi
assetti all'attuale all'impianto pastorale e nuove presenze
ministeriali.
La pastorale d'ambiente richiede alle parrocchie
di ripensare le forme di presenza e di missione e il loro
rapporto con il territorio, aprendosi alla collaborazione tra
parrocchie e a un'azione concertata con associazioni, movimenti
e gruppi. Dove questa dimensione della pastorale eccede la
parrocchia, sarà fondamentale il riferimento alla Chiesa
diocesana.
I cristiani sono chiamati a farsi prossimi agli
uomini e alle donne che vivono situazioni di frontiera: i malati
e i sofferenti, i poveri, gli immigrati, le tante persone che
faticano a trovare ragioni per vivere e sono sull'orlo della
disperazione, le famiglie in crisi e in difficoltà materiale e
spirituale. Ai credenti è chiesto di inventare nuove forme di
solidarietà e di condivisione secondo una nuova fantasia della
carità.
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