assemblea diocesana

resoconto incontri

lettera ai Romani

master paolino

prolusione S. Tommaso

prolusione ISSUR e ISSR

catechesi in avvento

catechesi in quaresima

simposio studi paolini - ITST

simposio studi paolini - ISRR
conferenza cittadina - 10 gennaio 2009

conferenza cittadina - 26 gennaio 2009

pomeriggio di studio - 26 febbraio 2009
Incontri zonali di formazione paolina - gennaio
Incontri zonali di formazione paolina - marzo
Incontri zonali di formazione paolina - maggio

 

 

 

 

 
Convegno paolino
Benedizione del Portale dedicato a S. Paolo
Chiesa giubilare S.S. Pietro e Paolo di Messina
Chiusura Anno Paolino - Isole Eolie
Pellegrinaggio a Barcellona - S. Paolo
Pellegrinaggio a Pagliara
Veglia Eucaristica Parr. SS. Pietro e Paolo
Chiusura diocesana dell'Anno Paolino

 
   

PROPOSTE PASTORALI

 

ATTIVITÀ CULTURALI

 
     

Celebrazioni Liturgiche

 

- APERTURA DELL'ANNO PAOLINO

27 giugno 2008, ore 18,30: Pellegrinaggio sulla "pietra di Paolo", presieduto dall'Arcivescovo Metropolita S.E. Rev.ma Mons. Calogero La Piana. Chiesa "San Paolo Apostolo", Briga Marina - Messina

 

28 giugno 2008, ore 18,00: Apertura dell'Anno Paolino. Celebrazione Eucaristica presieduta dall’Arcivescovo, con Dedicazione della Chiesa e Consacrazione dell'altare della Chiesa "San Paolo Apostolo", Camaro Inferiore S. Paolo - Messina

 

- PELLEGRINAGGI DI RINGRAZIAMENTO

12 maggio 2009: Concattedrale "San Bartolomeo", Lipari. Per le isole Eolie

 

20 giugno 2009: Chiesa "San Paolo", S. Paolo - Barcellona. Per la zona tirrenica

 

22 giugno 2009: Chiesa "Santi Pietro e Paolo", Pagliara. Per la zona ionica

 

28 giugno 2009: Chiesa "Santi Pietro e Paolo", Messina. Per la città e i villaggi

 

- CHIUSURA DELL'ANNO PAOLINO

29 giugno 2009: Celebrazione Eucaristica, presieduta dall'Arcivescovo, nella Basilica Cattedrale di Messina

 

- 27 LUGLIO - 4 AGOSTO 2009

Pellegrinaggio in Turchia, sulle orme di Paolo, in collaborazione con l'Ordine Equestre del S. Sepolcro

 

Assemblea Diocesana

29-30 settembre: Messina, Seminario Arcivescovile "S. Pio X"

2 ottobre: Lipari, "Centro Giovanile"

Aggiornamento biblico e teologico paolino

 

Lettera al Romani nelle Comunità ecclesiali

Ottobre 2008: Intronizzazione e consegna della Lettera ai Romani, la Magna Charta di Paolo, nelle Comunità Ecclesiali della Diocesi

 

Assemblee zonali

- Gennaio

martedì 27 (Messina): mercoledì 28 (S. Teresa); giovedì 29 (Milazzo)

- Marzo

martedi 10 (Messina): mercoledì 11 (S. Teresa); giovedì 12 (Milazzo)

- Maggio

martedì 5 (Messina): mercoledì 6 (S. Teresa); giovedì 7 (Milazzo)

- 17 febbraio e 24 marzo: Lipari

Aggiornamento biblico e teologico paolino

 

Catechesi bibliche nella Basilica Cattedrale

Domeniche di Avvento 2008: Lettere ai Tessalonicesi

Scarica il volantino - Scarica la brochure

Domeniche di Quaresima 2009: Lettere ai Corinti

 

 

 

 

Arcidiocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela

Istituto Teologico "S. Tommaso"

Master in Teologia e spiritualità paolina. Uno stage mensile (venerdì, ore 16,30-18,45) da ottobre a maggio, per approfondire la figura e l'opera di Paolo. (Direttore del Corso: Prof. mons. Giuseppe Costa)

 

Istituto Teologico "S. Tommaso" (ITST)

Prolusione dell'Anno Accademico: IO novembre 2008 (Prof. mons. Romano Penna, Roma PUL)

 

Istituto Superiore di Scienze Religiose

"S. Maria della Lettera" (ISSR)

Prolusione dell'Anno Accademico: 27 novembre 2008 (Prof. don Pasquale Basta, Roma PIB)

 

ITST: Primo Simposio di studi paolinl

IO dicembre 2008. Proff. Giuseppe Costa (Messina, Uborio Di Marco (Patti), Rosario Pistone (Palermo)

 

Conferenza cittadina sulla figura e

l'opera di Paolo

IO gennaio 2009: Chiesa "Santa Caterina", Messina (in collaborazione con l'Ordine Equestre del S. Sepolcro)

 

Conferenza presso la "Libreria Paoline"

26 gennaio 2009, ore 16,00: "Paolo, grande comunicatore" (in collaborazione con le Suore Figlie di San Paolo)

 

Convegno Pastorale Familiare

14 febbraio 2009: "La famiglia nella catechesi paolina", Seminario Arcivescovile "S. Pio X"

 

ISSR: Secondo Simposio di studi paolinl

20 aprile 2009. Proff. Giuseppe Costa (Messina), Vincenzo Marano (Messina), Rosario Gisana (Noto)

 

ITST: Monografia paolina

Nella Rivista ltinerarium n. 41 (gennaio-aprile 2009). Proff. Ugo Vanni (Roma PUG), Romano Penna (Roma PUL), Antonio Pitta (Roma PUL), Prosper Grech (Roma IPA), Rosario Gisana (Noto STSP), Giuseppe Costa (Messina ITST)

 

ITST: Commento alla Lettera al Fllippesl Commento, per sezioni, da parte di differenti biblisti. Proff. Francesco Bianchini (Lucca), Giuseppe Costa (Messina), Uborio Di Marco (Patti, Rosario Gisana (Noto), Rosario Pistone (Palermo, Angelo Passaro (Palermo)

 
   

 

COMMISSIONE

PER LA PROGRAMMAZIONE DELL'ANNO PAOLINO

 

Coordinatore

Prof. mons. Giuseppe Costa

Ordinario di Sacra Scrittura e Vice Preside, Istituto Teologico "S. Tommaso", Messina

 

Membri

Prof. don Valerio Chiovaro

Docente di Sacra Scrittura, Studio Teologico "Pio XI" e Istituto Superiore di Scienze Religiose "Vincenzo Zoccali", Reggio Calabria

 

Prof. don Uborio Di Marco

Docente di Sacra ScrittUra, Istituto Teologico "S. Tommaso", Messina e Facoltà Teologica di Sicilia "S. Giovanni Evangelista", Palermo

 

Prof. sig. Vincenzo Marano

Docente di Sacra Scrittura, Istituto Superiore di Scienze Religiose "S. Maria della Lettera", Messina

 

Prof. don Stefano Ripepi

Docente di Sacra Scrittura, Studio Teologico "Pio XI" e Istituto Superiore di Scienze Religiose "Vincenzo Zoccali", Reggio Calabria

 

Prof. don Francesco Varagona sdb

Docente Stabilizzato di Sacra Scrittura, Istituto Teologico "S.Tommaso", Messina

 

Prof. don Michele Viviano sdb

Docente di Sacra Scrittura, Istituto Teologico "S. Tommaso", Messina

 

Suore Figlie di San Paolo

"Mostra di dodici pannelli sulla vita e le opere dell'Apostolo delle genti", Nell'Assemblea Diocesana e nei Simposi

 


 

PER INFORMAZIONI, SUSSIDI E RICHIESTE DI COLLABORAZIONI RIVOLGERSI A:

Prof. mons. Giuseppe Costa

tel. 090 59418 - celI. 347 1750206

 
     

 

 

 

Assemblea Diocesana

 

“L’ambiente e la figura di Paolo:

Ebreo di nascita, Apostolo delle genti per vocazione ”

 

 

Lunedì 29 settembre:


Paolo, Ebreo di nascita e persecutore

 

1.

ore 16,00:

Introduzione (S.E. Rev. ma l’Arcivescovo)

 

2.

ore 16,15:

L’ambiente vitale di Paolo. Contesto sociale, politico, religioso intertestamentario (sec. I a.C. – sec. I d.C.) (Prof. G. Costa)

 

3.

ore 17,00:

Pausa

 

4.

ore 17,15:

Paolo: personalità, carattere, stile (Prof. V. Chiovaro)

 

5.

ore 18,00:

I viaggi di Paolo. (Prof. M. Viviano)

 

 

Martedì 30 settembre:


credente e apostolo per vocazione

 

1.

ore 16,00:

Conversione o vocazione di Paolo? (Prof. C. Lupò)

 

2.

ore 16,30:

Epistolario paolino. Autenticità, integrità (Prof. S. Ripepi)

 

3.

ore 17,15:

Pausa

 

4.

ore 17,30:

Elementi per una  cronologia paolina (Prof. G. Costa)

 

5.

ore 18,00:

Interventi e Conclusione (S.E. Rev. ma l’Arcivescovo)

 

 

Giovedì 2 ottobre:


Paolo, Ebreo, credente e apostolo per vocazione

 

1.

ore 16,00:

Introduzione (S.E. Rev. ma l’Arcivescovo)

 

2.

ore 16,15:

L’ambiente vitale di Paolo. Contesto sociale, politico, religioso intertestamentario (sec. I a.C. – sec. I d.C.) (Prof. G. Costa)

 

3.

ore 17,00:

Pausa

 

4.

ore 17,15:

Vocazione di Paolo. Epistolario paolino (Prof. C. Lupò)

 

5.

ore 18,00:

I viaggi di Paolo. (Prof. M. Viviano)

  

Messina 29-30 settembre 2008, ore 16,00-18,30: Seminario Arcivescovile S. Pio X

Lipari 2 ottobre 2008, ore 15,30-18,00: Centro Giovanile

 

scarica file con programma

 

 

 

anno paolino diocesano

incontri di lunedì 29, martedì 30 settembre, giovedì 2 ottobre

 

 

 

 

L’ambiente vitale e la figura di Paolo

In occasione dell’Anno Paolino, indetto da Benedetto XVI per solennizzare il bimillenario della nascita dell’Apostolo Paolo, anche nella nostra Diocesi sono state messe in atto numerose iniziative che, come scopo primario, si prefiggono una conoscenza più approfondita della figura e dell’opera dell’Apostolo, per poter fare tesoro della sua esperienza e crescere nell’amore verso Dio e i fratelli. Dopo le celebrazioni liturgiche di apertura nelle varie Chiese Giubilari, il primo momento importante è stato l’Incontro Diocesano di Formazione Paolina, organizzato per tutti gli operatori pastorali, il 29 e il 30 settembre scorsi nel Seminario Arcivescovile «San Pio X», di Messina, e il 2 ottobre, nei locali del “Centro Giovanile”, di Lipari. In queste tre giornate, negli incontri tenutisi dalle ore 16:00 alle 18:30, i numerosi presenti hanno avuto modo di riflettere su vari aspetti della vita e dell’attività di Paolo e comprendere come egli, uomo del suo tempo, impegnato nell’affermazione delle sue idee e nella realizzazione di suoi progetti, abbia dovuto fare i conti con il progetto di Dio che ne ha fatto una “creatura nuova”. Nella prima giornata, al saluto dell’Arcivescovo S.E. Rev.ma Mons. Calogero La Piana, hanno fatto seguito gli interventi del prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di Sacra Scrittura e Vicepreside presso l’Istituto Teologico «S. Tommaso» a Messina; del prof. don Valerio Chiovaro, Docente di Sacra Scrittura presso lo Studio Teologico «Pio XI» e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose «Vincenzo Zoccali»  a Reggio Calabria; e del prof don Michele Viviano, Docente di Sacra Scrittura presso  l’Istituto Teologico «S. Tommaso» a Messina.

 

 

 

Paolo nel suo contesto culturale, religioso, politico

Il professore Costa, presentando l’ambiente vitale di Paolo e tracciando le linee del contesto sociale, politico e religioso, ha fatto emergere come il campo operativo dell’Apostolo si sviluppò intorno al Mediterraneo per trovare il culmine a Roma, suo punto di arrivo e punto di partenza del Cristianesimo. La sua esperienza non si può comprendere se scissa dal periodo in cui visse: la realtà greca del I sec. d.C. pullulante di nuovi influssi, con l’apertura della città ellenistica, con la nascita delle religioni misteriche e di nuove correnti filosofiche; la politica e l’organizzazione di Roma, “caput mundi”; la sfaccettata natura e le varie credenze delle sette religiose giudaiche lo stimolarono e lo favorirono.  Paolo, nato a Tarso tra il 6 e il 10 d. C., giudeo di fede ebraica che aveva ereditato la cittadinanza romana e profondo conoscitore della lingua e della cultura greca, è un vivo esempio di ecumenismo: in lui la via ebraica, la via greca e la via romana convergono e si fondono unificate dalla via di Cristo. In seguito il prof. Chiovaro soffermandosi sulla personalità, sul carattere e sullo stile di San Paolo, ha sottolineato come Saulo, letteralmente «richiesto da Dio», nato in una città cosmopolita culturalmente attiva si formò secondo la Mishnah, studiando la legge e lavorando manualmente; allievo del rabbino Gamaliele, facente parte della setta dei farisei, seppe aprirsi all’interreligiosità; conoscitore di varie lingue Paolo parlerà di sé solo per evangelizzare, per parlare di Cristo e per parlare di noi, con grande ricchezza di linguaggio affettivo, indice di uno stile che è di sicuro l’amore in Cristo e nei fratelli. Nell’ultima relazione, il prof. Viviano ha presentato i viaggi di Paolo: dalle Lettere e dagli Atti si evince che l’Apostolo, la cui area di movimento fu il Mediterraneo nord-orientale, viaggiò per mantenere la comunione fra le chiese portando anche aiuti economici e annunciare Cristo e il suo Vangelo anche ai pagani.

 

Da persecutore ad Apostolo per vocazione

I lavori della seconda giornata sono iniziati con l’intervento del Vicario Generale, don Carmelo Lupò, sulla “vocazione o conversione” di Paolo: l’evento di Damasco, raccontatoci dalle fonti e riletto da molti studi, ci rivela un evento non casuale, ma voluto e preparato d Dio. Un evento in cui Cristo si rivela, si rende presente e si identifica con la Chiesa. Un evento in cui Paolo vede svanire i suoi progetti davanti al progetto di Dio che è grazia. Nella seconda relazione il prof. don Stefano Ripepi, Docente di Sacra Scrittura presso lo Studio Teologico «Pio XI» e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose «Vincenzo Zoccali» a Reggio Calabria, ha affrontato il problema dell’autenticità e dell’integrità degli scritti di Paolo, illustrando l’iter storico-critico della questione e la posizione della Chiesa. Nell’ultimo intervento, dedicato alla cronologia paolina, il prof. Giuseppe Costa, dopo aver inquadrato tutta l’esperienza di Paolo in circa ottanta anni, non mancando di rivolgere uno sguardo su Roma e sulla sua politica di quel periodo, ha fatto cenno alla tradizione riguardante l’Apostolo a Messina: una tradizione antica, costante, ma di certo poco conosciuta. A conclusione delle due giornate l’Arcivescovo, dopo aver ringraziato i relatori e in modo particolare mons. Giuseppe Costa, Coordinatore Diocesano dell’Anno Paolino, che ha guidato i lavori, ha annunciato le prossime iniziative che offriranno alla città e all’intera Diocesi la possibilità di attingere dalla testimonianza di Paolo la fede, la forza e la gioia di testimoniare il Vangelo di Cristo che, con il suo amore, rende nuove tutte le cose.

 

 

L’Assemblea di Lipari

Anche le isole Eolie sono state coinvolte nell’Incontro Diocesano di Formazione Paolina, con un pomeriggio di studio e di riflessione molto intenso. Introdotto dal saluto del Vicario Generale, don Carmelo Lupò, che ha rappresentato l’Arcivescovo, il prof. Giuseppe Costa ha aperto i lavori illustrando il tema presentato nella due giorni di Messina e coordinando i successivi interventi dello stesso prof. Lupò e del prof. Michele Viviano. Anche a Lipari, il numeroso e attento uditorio ha dimostrato vivo interesse per la tematica, manifestando un desiderio di conoscenza e di approfondimento della figura e dell’opera dell’Apostolo delle genti. Particolarmente apprezzata, dai presbiteri e dagli operatori pastorali, l’attenzione con la quale l’Arcivescovo ha voluto inserire delle giornate “in loco”, proprie per la realtà delle Isole Eolie, per favorire la più larga partecipazione.

 

Prossimi appuntamenti

L’Itinerario di Formazione Paolina prosegue, immediatamente, con la consegna della Lettera ai Romani, strumento preparato dal prof. Costa (con introduzione, commento e schede di riflessione) offerto a tutta la Diocesi, e con le Catechesi sulle Lettere ai Tessalonicesi, nelle quattro Domeniche di Avvento in Cattedrale. In Gennaio, Marzo e Maggio riprendono gli Incontri di Formazione nelle varie zone pastorali della Diocesi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In occasione dell’Anno paolino, indetto nel bimillenario della nascita dell’Apostolo delle genti e aperto ufficialmente nella nostra Diocesi in concomitanza con Papa benedetto XVI il 29 giugno 2008, sono lieto di presentare la pubblicazione della Lettera ai Romani, destinata a tutta la Diocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela.

Il testo è quello della nuova traduzione italiana de “La Sacra Bibbia”, nella versione ufficiale a cura della Conferenza Episcopale Italiana 2008, mentre l’introduzione, il commento e le schede di riflessione sono state preparate dal professore mons. Giuseppe Costa, Ordinario di Sacra Scrittura e Vicepreside dell’Istituto Teologico “S. Tommaso”, di Messina.

La divulgazione di questa Lettera, una delle più importanti di tutto l’Epistolario Paolino, è un’occasione per dare risonanza all’invito del Pontefice che esorta tutto il popolo di Dio, in modo particolare in quest’anno, ad approfondire la figura dell’Apostolo e a trarre nutrimento dalla sua testimonianza di vita, spesa alla sequela di Cristo e alla diffusione del Vangelo, “in tutte le direzioni del mondo” (Rm 15,19).

Le tredici epistole tramandate dalla Tradizione della Chiesa e inserite nel Canone, che egli inviò in qualità di “servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunziare il vangelo di Dio” (Rm 1,1), sono una testimonianza dell’amore per le Comunità che, dopo aver edificato con la testimonianza di fede nel Cristo morto e risorto, continuava a nutrire, gettando il seme della parola di Dio e attualizzando i principi della fede nella vita comunitaria e personale di ciascun credente.

Le esortazioni e i moniti, lanciati dall’Apostolo ai credenti, sono validi ancora oggi per gli uomini di tutti i tempi che si mettono alla sequela di Cristo e del vangelo. In modo particolare, la Lettera ai Romani rappresenta una preziosa sintesi dottrinale, morale e pastorale ed è un valido strumento da utilizzare all’interno delle Parrocchie, nelle Comunità religiose, nei movimenti ecclesiali per formare il popolo di Dio e arricchirlo con la testimonianza sempre valida e attuale di un autentico “servo di Cristo”.

Il testo è arricchito da un’introduzione generale, dalla suddivisione in parti e sezioni, da titoli e sottotitoli. Il commento, semplice e immediato, pur nel rispetto della scientificità esegetica, consente una comprensione sempre più profonda di uno scritto che a volte potrebbe risultare difficile da interpretare, mentre le “Schede di riflessione” permettono l’utilizzazione del testo nella Lectio Divina, nei Ritiri spirituali e nella Catechesi.

Ringrazio il professore Giuseppe Costa per il lavoro svolto, con competenza e spirito di servizio alla Diocesi, e mi auguro che esso possa essere occasione di crescita nella fede di tutto il nostro popolo di Dio.

Paolo, apostolo di Cristo, ci accompagni in questo cammino affinché come Chiesa possiamo riscoprirci “amati da Dio e santi per chiamata” (Rm 1,7), per “essere trasparenza luminosa di Cristo” nel mondo (Lettera pastorale, 2008-2009).

 

Messina, 12 ottobre 2008                                                                         + Calogero La Piana

                                                                                                            Arcivescovo Metropolita

 

 
   

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Venerdì 24 ottobre presso l’Istituto Teologico “S. Tommaso”, alle ore 15,30, è stato inaugurato il Master in Teologia e Spiritualità Paolina. Promotore e Direttore del Corso il prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di Sacra Scrittura e Vicepreside dello stesso Istituto, nonché Coordinatore Diocesano dell’Anno Paolino.

Presenti il Vicario Generale della Diocesi, don Carmelo Lupò, e il Preside dell’Istituto, prof. don Giovanni Russo. L’iniziativa rientra tra le tante proposte che la Diocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela e l’Istituto Teologico “S. Tommaso” promuovono, nell’anno pastorale e accademico 2008-2009, per fare conoscere la figura e l’opera di San Paolo, nell’occasione del bimillenario della sua nascita. Il Master si avvale della collaborazione di diversi Uffici Diocesani: Catechistico, Religione Cattolica, Pastorale Familiare, “Migrantes”.

Il corso si sviluppa in quattro aree formative differenti. La prima intende ripercorre l’ambiente storico-culturale del I secolo dopo Cristo, per rintracciare le radici e il percorso formativo di colui il quale, da Saulo persecutore, sarà riconosciuto da tutti come Paolo, “Apostolo delle genti”. La seconda area tocca la nuova “via teologica” proposta dagli scritti paolini, riconosciuti da tutti come testi di fondamentale importanza per la conoscenza e la formazione delle prime comunità cristiane. La terza e la quarta area prendono in esame gli aspetti spirituali e i risvolti liturgici e catechetici dell’annunzio di san Paolo. Il Master, che prevede lezioni mensili frontali e ore di studio personale, ha la durata di un anno e si concluderà a settembre 2009. Altissimo il numero degli iscritti, che ha risposto con entusiasmo all’iniziativa, tanto che, a causa del numero definito di 250 corsisti, non si è riusciti a soddisfare le ulteriori e numerose richieste di iscrizioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PROLUSIONE ANNO ACCADEMICO

ISTITUTO TEOLOGICO S. TOMMASO DI MESSINA

 

 

 

 

 

 

Lunedì 10 novembre è stato inaugurato l’Anno Accademico dell’Istituto Teologico “S. Tommaso”, con la Solenne Prolusione dal titolo: “L’originale fecondità di Paolo oggi come allora”. Relatore il professore mons. Giuseppe Costa, Ordinario di sacra scrittura e vicepreside dello stesso Istituto che, dopo avere invitato il biblista prof. Romano Penna, concordando titolo e contenuto dell’argomento, è stato chiamato a  sostituirlo, causa gli improvvisi scioperi aerei della giornata.

All’atto Accademico, introdotto e moderato dal preside prof. don Giovanni Russo, che ha relazionato sulla vita e sulle attività dell’Istituto, sono intervenuti con il saluto l’Arcivescovo, Mons. Calogero La Piana, e l’Ispettore dei salesiani di Sicilia, don Giovanni Mazzali. Il prof. Costa, partendo dalla relazione di Penna, ha rielaborato nel suo intervento una rilettura esistenziale della vita e della vicenda umana e spirituale dell’Apostolo Paolo, contestualizzandone la figura alla luce di Gesù, della chiesa primitiva e del giudaismo.

La sua attenzione si è soffermata nel cogliere il punto nodale della novità operata da Paolo, che trova il suo culmine nell’adesione piena e totale alla persona di Cristo. Ebreo tra gli ebrei, non rinnegando assolutamente il suo passato di profondo legame con la Torah e la tradizione cultuale giudaica, Paolo si pone, dopo la chiamata di Damasco, sulla via nuova dell’accoglienza di Cristo, rifiutando ogni forma di compromesso con il passato e affermando che con Gesù si inaugura un nuovo ciclo della storia, una rinnovata identità antropologica, una sorprendente apertura universalistica. Ripensando a fondo la fede cristiana, gli orizzonti di Paolo si spingono ben oltre Israele: a lui interessa l’uomo come tale, ogni uomo, a prescindere da qualunque distinzione o contrapposizione culturale e religiosa. Accogliendo Cristo, secondo l’insegnamento di Paolo, non si entra a fare parte di un gruppo esclusivo, né si continua a percorrere la via di escludere altri: al contrario, si inaugura la stagione dell’inclusivismo. “Se uno è in Cristo è una creatura nuova: le cose antiche sono passate” (2Cor 5,17): tutti, diversi e differenti per nazione, popolo, lingua, religione e retroterra culturale, sono “inclusi”, chiamati e convocati dallo stesso Signore.

La relazione del prof. Costa è stata accolta con grande entusiasmo dall’affollata presenza che gremiva l’Aula Magna dell’Istituto, suscitando l’interesse sull’apostolo Paolo e sulle ricadute del suo insegnamento per la Chiesa di oggi. Allietata da intermezzi musicali, la Prolusione è stata conclusa dall’intervento del preside Russo che, ringraziando il Relatore e tutti presenti, ha ricordato le altre manifestazioni di cui l’Istituto si rende promotore per far conoscere sempre meglio la figura e l’opera di San Paolo: il Master paolino, già in corso, e il Simposio di Studi paolini del prossimo 10 dicembre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PROLUSIONE ANNO ACCADEMICO

ISTITUTO SUPERIORE DI SCIENZE RELIGIOSE

"S. MARIA DELLA LETTERA"

 

 

 

 

Giovedì 27 Novembre si  è tenuta all’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Maria della Lettera” la solenne prolusione dell’Anno Accademico.

L’antica Sala di lettura della Biblioteca dell’Istituto ha accolto docenti, allievi, sacerdoti, religiosi e laici, convenuti per approfondire un nuovo aspetto della figura e dell’opera dell’apostolo Paolo.

Il Direttore, prof. mons. Eugenio Foti, dopo aver salutato tutti i presenti, ha tracciato una breve storia dell’Istituto, illustrandone le iniziative e le attività accademiche attuali.

Al saluto del Direttore ha fatto seguito quello dell’Arcivescovo, mons. Calogero La Piana. Egli ha puntualizzato che la tematica impegnativa, scelta per la Prolusione: S. Paolo interprete della Scrittura. Percorsi del Nuovo a partire dall’Antico, si inserisce all’interno delle iniziative dell’Anno Paolino, che costringe tutti a confrontarsi con un “gigante della fede” come san Paolo e sta portando una grazia abbondante  in tutta la Diocesi. Ha ringraziato, per questo, quanti si prodigano dando un valido contributo per la realizzazione delle diverse iniziative, in modo particolare il prof. mons. Giuseppe Costa incaricato ad essere “regista” dell’anno Paolino, e gli Istituti San Tommaso e S. Maria della Lettera, per la loro collaborazione. Ha infine augurato a tutti i presenti, e a quanti si nutrono della testimonianza dell’Apostolo, di essere come lui “testimoni delle cose viste e udite”, facendo risplendere dinanzi agli uomini la luce della fede.

Il prof. Costa ha presentato all’uditorio il prof. don Pasquale Basta, illustrandone il curriculum di studi, che lo ha condotto dalla Licenza in Sacra Scrittura alla Tesi dottorale. Proprio quest’ultima, per la brillante intuizione contenuta, gli ha consentito di accedere alla docenza presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Ha sottolineato, inoltre, che il suo modo di procedere e argomentare, leggendo il Nuovo Testamento attraverso l’Antico, ha molto da dire oggi nel dialogo, non sempre facile, non solo fra ebraismo e cristianesimo, ma fra tutte le religioni che cercano di trovare punto di incontro e di dialogo.

Il prof. Basta ha esordito puntualizzando che la sua ricerca è partita dalla curiosità di scoprire come mai l’Apostolo, citando l’Antico Testamento, faccia seguire ad una prima sempre una seconda citazione. Questo quesito lo ha portato ad un lungo cammino all’interno dei testi biblici, per comprendere come i rabbini interpretino la Scrittura e come Paolo utilizzi il metodo dell’analogia, per collegare passi simili. L’intervento del relatore ha condotto l’uditorio a comprendere il modo di argomentare rabbinico che Paolo aveva attinto dalla scuola di Hillel: spiegare la Scrittura con la stessa Scrittura. Ciò consentiva di attualizzare il messaggio e sopperire ai vuoti legislativi, sulla base della certezza che tutta la Scrittura è attraversata dallo Spirito che ne guida anche la futura interpretazione. In modo particolare il relatore la documentato come Paolo abbia dimostrato che la giustificazione avviene per la fede, attraverso l’accostamento di Gn 15 e del Sl 32,2, facendo notare che le argomentazioni paoline nascevano da un presente che interpellava con domande nuove, a cui egli cercava di rispondere affondando le radici nell’Antico Testamento. Paolo ha cercato, attraverso l’ermeneutica biblica, di costruire un ponte, che tutti potessero attraversare, circoncisi e non circoncisi, tutti  a proprio agio dinanzi alla grazia di Dio. La relazione del prof. Basta è stata accolta con un caloroso applauso dei presenti che lo hanno seguito nel suo affascinante cammino tra il Nuovo e l’Antico Testamento.

Alla fine, il Direttore e l’Arcivescovo hanno consegnato i diplomi di Magistero a quanti nell’anno accademico trascorso hanno completato il loro curriculum di studi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

Domenica 30 novembre 2008, alle ore 18,30, nella splendida cornice della Basilica  Cattedrale, si è tenuta la prima delle quattro catechesi sul tema “La Chiesa in attesa della venuta del Figlio”, che saranno sviluppate nelle domeniche d’Avvento dal prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di Sacra Scrittura e Vicepreside dell’Istituto S. Tommaso.

Questa interessante proposta, che prende in esame brani tratti dalla Lettere ai Tessalonicesi, si inserisce nel quadro delle molteplici iniziative programmate dall’Arcivescovo mons. Calogero La Piana in occasione dell’Anno Paolino Diocesano, per fare conoscere e approfondire la figura e l’opera dell’Apostolo Paolo. Il relatore è stato presentato, ai numerosi intervenuti, dal Vicario Generale della Diocesi, don Carmelo Lupò, che ha invitato a far tesoro di queste sollecitazioni, occasioni di grazia in questo tempo di avvento in cui la Chiesa ci invita a preparaci alla venuta del Signore.

Il professore Costa, con la sua ormai nota chiarezza espositiva, ha introdotto il tema di questa prima catechesi “Parusia e giorno del Signore”, facendo una breve presentazione delle due Lettere scritte alla Comunità di Tessalonica, evidenziando il valore storico-documentario soprattutto della Prima Lettera, scritta alla distanza di pochi anni dalla morte e resurrezione di Gesù. Ha successivamente spiegato il significato della parola parusia, evidenziando il senso cristiano di venuta-presenza del Signore, che Paolo attribuisce a questa espressione, rispetto a quello profano. Si è soffermato sul primo versetto del capitolo cinque, mettendo in evidenza il fatto che l’Apostolo, mentre dichiara con  certezza la realtà della seconda venuta del Figlio di Dio, subito dopo afferma, invece, l’assoluta incertezza del tempo in cui essa avverrà. Al cristiano, che si trova in questo tempo di “perenne attesa”, non resta che l’agire operoso, perché non si trovi  impreparato dinanzi alla manifestazione improvvisa e gloriosa del Signore. L’interessante e chiara relazione è stata accolta dai presenti da un caloroso applauso di gradimento.

Il Vicario Generale, al termine della relazione del prof. Costa, ha tratto le conclusioni, augurando ai presenti di crescere nella fede, mettendosi all’ascolto della parola dell’ Apostolo Paolo. Prossimo appuntamento domenica 7, alle ore 18,30.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

La seconda catechesi biblica in Cattedrale sulle Lettere ai Tessalonicesi, nelle quattro Domeniche di Avvento, ha avuto come tema “Tribolazione, pazienza e speranza in attesa della gloria futura”. Mons. Giuseppe Costa si è soffermato, in modo particolare, sulla Seconda Lettera ai Tessalonicesi, presentandone inizialmente il contenuto e le questioni riguardanti l’autenticità paolina per poi passare allo sviluppo del tema proposto.

L’Apostolo Paolo risponde con prontezza alle difficoltà presentate dai cristiani di Tessalonica, circa i tempi e le modalità della seconda venuta del Signore, illuminando le loro incertezze e sanando i loro timori circa una immediata venuta. Paolo li invita a non vivere con timore l’attesa del Signore e a non dare credito a quei fanatici che, servendosi di falsi carismi, di dubbia profezia e di discutibili lettere attribuite all’Apostolo, vanno predicando l’imminenza della venuta del Signore. Infatti, oltre al fatto che “il giorno dl Signore viene come un ladro”, i tessalonicesi devono tenere conto dei “segni premonitori”.

La parusia, in effetti, sarà preceduta dall’apostasia e dall’uomo del peccato, il “figlio della perdizione”. Non si tratta di due segni, ma di un solo segno premonitore, dato che l’apostasia o la defezione religiosa generale sarà prodotta dalle seduzioni dell’uomo dell’iniquità, dell’anticristo, come spesso viene chiamato: i cristiani di Tessalonica conoscono per esperienza il suo potere seducente!

L’invito di Paolo è quello di manifestare concretamente la loro fede nella venuta del Signore, comportandosi disciplinatamente e laboriosamente. Lavorare in pace, con Dio e con il prossimo, oltre che eliminare l’ozio e la detrazione, è un andare incontro al Signore con la lampada accesa e ben fornita dell’olio della carità (3,1-5). In questo atteggiamento di sana laboriosità, il Signore li confermerà nella fede, li custodirà dal maligno e dirigerà i loro cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo.

La venuta del Signore, dunque, fa parte del mistero cristiano perché il giorno del Signore è stato annunziato da tutti i profeti e Gesù stesso, più volte, ha parlato della sua venuta nella gloria quale Figlio dell’Uomo, per porre fine a questo mondo e inaugurare un cielo nuovo e una terra nuova. Nella consapevolezza del compimento dei tempi, ormai avvenuto in Cristo, la Chiesa si fa voce di questa attesa e, nel tempo di Avvento, ripete con più forza e assiduità l’antica invocazione dei credenti: “Marana tha! Vieni Signore!”.

San Basilio, alla domanda su chi fosse il cristiano, così rispondeva: “Il cristiano è colui che resta vigilante ogni giorno e ogni ora sapendo che il Signore viene”. Ecco perché l’Avvento non è solo una preparazione al Natale del Signore, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme. In verità, il cristiano sa che c’è un’altra venuta da attendere, ha la consapevolezza che la venuta nella gloria apre le porte del Regno eterno, conduce alla dimora del Padre, spalanca un futuro ricco di vera novità.

È questo futuro, verso il quale la Chiesa è sospinta dal Mistero del Cristo, vincitore del peccato e della morte, che dà senso alla vita del credente e che apre gli orizzonti della speranza, anche in mezzo alle prove, alle tribolazione e alle sofferenze della vita presente.

Anche in questa seconda catechesi, numerosa la partecipazione del popolo di Dio che, nonostante l’inclemenza del tempo, non ha voluto mancare all’appuntamento per conoscere e approfondire il pensiero dell’Apostolo Paolo.

Al termine della catechesi, il Parroco della Cattedrale, Mons. Angelo Oteri, tracciando una breve sintesi dell’intervento e ringraziando l’Arcivescovo per la proposta di questa iniziativa che si inserisce nel contesto dell’Anno Paolino, ha voluto ringraziare i presenti per la loro attenzione e Mons. Costa per le sue parole. Prossimo appuntamento Domenica 14, sempre alle ore 18,30.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

Domenica 14 dicembre, la Cattedrale ha aperto di nuovo le sue porte ai numerosi fedeli che si sono ritrovati per il consueto incontro di catechesi biblica in preparazione alla “venuta del Figlio”, accompagnati dalla parola competente e sicura del biblista mons. Giuseppe Costa. Il tema di questa terza catechesi: I segni della fine del mondo: apostasia e anticristo, ha contribuito sicuramente ad attirare un uditorio ancora più numeroso del solito, desideroso di accrescere la propria conoscenza su argomenti così  importanti quanto sconosciuti della nostra fede. Il biblista ha esordito facendo un excursus attraverso l’Antico Testamento, per far conoscere all’uditorio i segni che avrebbero preannunciato l’avvicinarsi della fine: terribile guerra che vedrà la nazioni sollevarsi l’una contro l’altra; terremoti, carestie e distruzioni; segni nel cielo; apparizione di  portenti  misteriosi e terribili. Quella dell’Antico Testamento, ha ben messo in evidenza mons. Costa, era una letteratura e una terminologia ben nota all’Apostolo che si era formato nelle scuole rabbiniche, ed è pensando ad esse che Paolo si riferiva per rassicurare i Tessalonicesi (2Ts 2,3), ricordando loro che prima che arrivasse la Parusia, sarebbe avvenuta l’apostasia e sarebbe stato rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, l’anticristo.

Si è soffermato successivamente a spiegare i due concetti dell’apostasia e dell’anticristo. Ha chiarito che l’apostasia (dal greco apo, “lontano, distaccato”; stasis, “restare”) definisce l’abbandono formale della propria religione sottolineando che nelle Sacre Scritture viene menzionata una “grande apostasia”, ovvero un lungo periodo di allontanamento dell’uomo dai principi primitivi contenuti nel Vangelo. Ha inoltre puntualizzato alcune cause dell’apostasia: paura della persecuzione; prestare ascolto ad insegnamenti alieni ed ingannevoli; tentazioni e prove a cui non si resiste ; seguire lo spirito di questo mondo; conoscenza difettosa di Cristo; ripetute cadute morali; abbandono del culto pubblico e della spiritualità; incredulità diffusa. A partire dagli spunti biblici, ha rassicurato l’uditorio, facendo notare che mai l’apostasia nella storia dell’umanità si è manifestata in modo assoluto, perché sempre, accanto all’uomo che abiura contro la fede, c’è stato e c’è colui che rimane fedele al Dio della speranza e della vita.

Per quanto riguarda l’anticristo ha messo in evidenza che negli scritti apocalittici dell’Antico Testamento, strettamente associato con i “segni della fine”, rappresenta il personaggio che si credeva sarebbe apparso negli ultimi giorni per ingaggiare battaglia addirittura contro Dio. Le sue radici possono essere ricondotte a Ez 38-39 dove si parla di «Gog della terra di Magòg», capo delle forze del male che si sollevano contro Dio. Pur cambiando l’identificazione dell’anticristo, permane  la caratteristica di una figura che si oppone alla volontà di Dio.

Per i cristiani egli è il nemico del Messia, è l’avversario e antagonista di Cristo (è detto anche “falso Cristo”) e dell’avvento del Regno di Dio sulla Terra, alleato di Satana, potentissimo ma destinato a soccombere. La Scrittura e la Tradizione individuano generalmente lo stabilirsi del regno dell’anticristo verso la fine del mondo, subito prima della Parusia di Cristo. Questa sembrerebbe essere la prospettiva di San Paolo, quando parla de “l’uomo iniquo” e “figlio della perdizione”, che sarà distrutto dal Signore Gesù che “lo annienterà all’apparire della sua venuta” (2Ts 2,3-10). L’anticristo nel libro dell’Apocalisse è simboleggiato con il numero 666, numero che secondo la numerologia biblica rappresenta l’imperfezione assoluta, che si contrappone alla perfezione di Dio.

Dopo la chiara spiegazione dei due termini, mons. Costa ha concluso affermando che l’anticristo non si manifesterà come un male visibile ed eclatante, ma si insinuerà nel cuore dell’uomo e della storia con la stessa arte seduttrice del serpente biblico, capace di camuffare il male con il bene e di indurre la creatura a tentare di occupare il posto del Creatore. Ha invitato infine ad attendere con fiduciosa speranza e trepidante attesa la venuta del Signore e l’instaurazione definitiva del suo regno che sarà pace e gioia nello Spirito Santo. Ultima catechesi di Avvento, attesa da tutti, domenica 21 dicembre, sempre alle ore 18,30.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

Il cammino di preparazione alla “venuta del Signore”si è concluso, nella Basilica Cattedrale di Messina, con la presentazione dell’ultima catechesi di questo tempo di avvento, che ci ha condotto, in compagnia dell’Apostolo Paolo, fino alle soglie del Natale.

L’argomento, presentato dal prof. mons. Giuseppe Costa: “La morte, il giudizio e la resurrezione in Cristo”, ha gettato una luce di speranza ai cristiani che, trepidanti, si preparano ad accogliere il Cristo della gloria. Egli ha introdotto il tema citando l’enciclica di Benedetto XVI, “Spe salvi”, nella quale si rifà alle Lettere ai Tessalonicesi (1Ts 4,13). Il Pontefice, infatti, ha ravvisato l’elemento distintivo del cristiano nel “fatto che essi abbiano un futuro” e sappiano cioè che la loro vita “non finisce nel vuoto”. I cristiani, pertanto, in un mondo che sembra essersi convertito alla disperazione, debbono farsi portatori e annunciatori di speranza. La scienza ha fatto credere illusoriamente all’uomo che avrebbe potuto ristabilire il dominio sul creato. Ma dinanzi al fallimento di queste illusioni ottocentesche, la fede continua ad annunciare la speranza dove non sembra essercene.

La speranza del superamento della morte è formulata per la prima volta nella Bibbia in Isaia (Is 26,19) e in Daniele (Dn 12,2). Ma è soprattutto nei Vangeli che la morte è considerata non come l’ultima parola, ma come l’inizio di una vita nuova (Mc 9,9-10). Paolo approfondisce nelle sue lettere la teologia della morte: essa è il prezzo del peccato (Rm 6,23) e Satana ha il potere sulla morte (Eb 2,14), anche se è solo Dio che salva, condanna, dà vita ai morti e chiama all’esistenza anche ciò che non esiste. Cristo resuscita per la nostra giustificazione (Rm 4,25) e morire con Cristo è morire al mondo, e alle potenze del mondo che rendono schiavi (Col 2,20). Il Salvatore ha fatto diventare l’uomo nuova creatura e gli ha donato nuova vita.

È Dio l’assoluto, non la morte, la morte non è stata creata da Dio, né Dio riesce a pensarla, perché vuole che tutti gli uomini siano nella vita: la morte è entrata nel mondo per volere del demonio, ma Dio, in Cristo, apre la speranza di una vita nuova. La morte non si deve intendere solo dal punto di vista fisico, essa può avere una valenza anche spirituale, presentandosi come egoismo, chiusura, disperazione, tristezza. Questa morte allunga la sua ombra su tutta la vita delle persone, sulla loro coscienza, sul loro pensiero, sul loro stato d’animo, sul loro modo di rapportarsi con le cose. Molta gente vive sotto la religione della morte, anche se non ne è cosciente. Ma tutto il suo stato d’animo, il suo comportamento, il suo dire, il suo pensare, sono una proclamazione di questo culto della morte. Da questa morte fisica e spirituale ci ha liberato Dio: la morte è un passaggio, così come un passaggio è la sofferenza, essere cristiani significa pertanto, secondo l’Apostolo, capacita di superare la paura della morte e vincere le tentazioni di morte che la vita quotidiana ci presenta ogni giorno.

Noi cristiani siamo uomini in cammino, ottimisti per vocazione, infatti come ricorda l’Apostolo, i credenti attendono la “beata speranza e l’apparizione della gloria del nostro Dio e salvatore Gesù Cristo (Tt 2,13): la speranza è dunque donata dall’atto di fede in Cristo. Insieme alla carità, la speranza è la tensione essenziale per un cristiano. Il suo obiettivo specifico e catalizzante è la “venuta del Signore Gesù Cristo” che i Tessalonicesi desiderano costantemente (1Ts 1,3). L’ardente desiderio della parusia sarà il criterio per la “ricompensa” nel giorno del Signore (2Tm 4,8). La nostra speranza si radica nella parusia, Cristo ritornerà e ci porterà nel suo Regno di Luce, gioia e pace. Nella parusia anche il nostro corpo sarà redento e saremo fatti ad immagine di Cristo. Tutti saremo in Dio e lo vedremo “faccia a faccia”.

Paolo non avrà riguardo nel dire che al di fuori della parusia del Cristo non vi è salvezza, in quanto la “redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3,24) non viene dagli uomini. Infatti, nel mistero pasquale di morte e risurrezione, il Cristo è divenuto non solo il portatore di salvezza, ma la stessa salvezza e redenzione: “per noi è divenuto sapienza, giustizia, santificazione, redenzione” (1Cor 1,30).

Mons. Costa ha concluso le sue catechesi affermando che Cristo non è morto e risorto per sé. Compiendo la volontà del Padre egli è divenuto “salvezza donata” per l’intera umanità, cioè è morto e risorto per tutti e tutti siamo morti e risorti in lui (2Cor 5,14). La sua morte e risurrezione sono strettamente legate al nostro essere trasformati in quella novità, che non ha rimpianto alcuno (2Cor 5,17). L’annuncio vibrante e colmo di speranza ha condotto l’uditorio alle porte del Natale con il cuore colmo di attesa e di gioia, pronto ad accogliere e a riconoscere, come i pastori di Betlemme, il Figlio di Dio, venuto nella carne, ma atteso nella gloria.

Le catechesi sono state concluse con il saluto e l’augurio formulato a tutti i presenti da parte dall’Arcivescovo Calogero La Piana, che si è reso partecipe attraverso le parole del relatore e del parroco della Cattedrale, mons. Angelo Oteri. Sono stati annunciati, infine, i prossimi appuntamenti della formazione paolina nelle diverse zone pastorali della Diocesi (Messina, zona Ionica, zona Tirrenica, Isole Eolie), che si terranno nel mese di Gennaio, Marzo e Maggio. Prossime catechesi in Cattedrale nelle Domeniche di Quaresima, con la riflessione sulle Lettere ai Corinzi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

PREMESSA

Non si può negare che, fra le 13 lettere paoline e della sua tradizione, quelle inviate alla comunità di Corinto, siano le più vivaci e dibattute: in esse si alternano questioni di vario genere e sentimenti contrastanti nelle relazioni tra il mittente e i destinatari. Per questo motivo, senza ignorare l’orizzonte ecclesiale presente in tutte le lettere paline, questo risulta particolarmente marcato in 1-2Cor, al punto da rappresentare un modello per le diverse maturazioni dei percorsi ecclesiali ovunque si intessano relazioni fondate sull’essere “in Cristo”. Della ricca corrispondenza tra Paolo e questa comunità dell’Acaia ci sono pervenute, purtroppo, solo due lettere: ignoriamo, da una parte, la “lettera delle lacrime (2Cor 2,4), scritta da Paolo tra la 1 e la 2Cor, e dall’altra quella o quelle indirizzata a lui dalla comunità, come confermano fugaci indizi di 1Cor 7,1.

 

QUALE CITTà è CORINTO? (Una similitudine “messinese”!)

Corinto si trova al centro dell’istmo che collega la Grecia al Peloponneso (mare Ionio e mare Egeo) e la chiamano la regina dei due mari. Città antica e ricca di storia gloriosa, dopo la distruzione ad opera dei Romani che la conquistarono e dopo che i suoi abitanti furono massacrati o dispersi, gli edifici incendiati o saccheggiati, le opere d’arte distrutte o depredate, rinasce ad opera di Giulio Cesare, che la ricostruisce (dopo quasi cento anni).

Ha perso molto delle sue antiche tradizioni, anche perché è costituita da gente importata, che proviene dalle città vicine o che si è insediata nella nuova città solo per fini di guadagni e di benessere personale. Col tempo è diventata una città bella, moderna, con palazzi costruiti di recente, le strade larghe, le tante piazze, un nuovo impianto urbanistico, dove spuntano qua e là ricordi e vestigia di antiche glorie passate. Il gioiello più bello è il tempo dorico che si erge al centro della città, sopravvissuto e ricostruito in parte dalla distruzione, con le sue trent’otto colonne monolitiche: sede della vita della nuova città.

Purtroppo non vi è grande cultura, perché gli abitanti sono interessati solo a fare i propri interessi e la classe politica che la governa è interessata ai propri commerci: i pochi ricchi che vi abitano sono grandi armatori, impegnati a difendere i propri diritti; i molti poveri son angosciati giornalmente dai problemi della sopravvivenza e si danno un po’ da fare per guadagnare quel poco che permette loro di vivere.

Ultimamente, dopo un iniziale periodo di splendore, tutto sembra stagnare e nella città si sono diffusi costumi un po’ licenziosi: linguaggio volgare, soprattutto in alcuni quartieri della città, ricorrente il pericolo della prostituzione, accattonaggio per cui si muore anche per le strade, numerosi furti e rapine … mentre il commercio, prima florido, adesso sembra lentamente scemare. Rimangono i giochi istmici che onorano il dio Nettuno, il quale presiede alla città e alle sue feste annuali e che richiamano, almeno in quest’occasione, tanta gente da fuori.

 

UNA LETTERA PER UNA COMUNITà DIVISA (Prima Lettera ai Corinzi)

La 1Cor, scritta probabilmente intorno al 51 d.C., è indirizzata ad una comunità lacerata da molte divisioni che toccano tutti gli ambiti della vita cristiana: da quelli propriamente kerigmatici a quelli etici; da quelli di grande rilievo a quelli di scarsa consistenza: divisioni pratiche nella comunità; arrivismo per i carsismi più appariscenti; comportamento delle donne nell’assemblea; un caso di incesto; appello ai tribunali civili; le carni immolate agli idoli; la partecipazione alle assemblee e alla cena del Signore; i problemi della risurrezione …

Tali questioni non nascono in astratto, ma in concreto, dovute principalmente alle notizie ricevute da altri o all’esplicita consultazione che i destinatari rivolgono a Paolo. La risposta di Paolo è sempre sulla linea di una radicalizzazione cristologica: ogni difficoltà viene risolta a partire dalla relazione con Cristo. Per questo motivo la 1Cor è introdotta dal kerigma della parola della croce (1Cor 1,18-31) ed è conclusa con il kerigma della risurrezione (1Co 15,1-58). Due temi fondamentali per due pagine eccelse: il tema del “corpo di Cristo” e l’orizzonte eucaristico; la pagina stupenda dell’inno agape (1Cor 13,1-13).

 

UNA VERA DIFESA DELL'APOSTOLATO (Seconda Lettera ai Corinzi)

Dopo la 1Cor , Paolo ha scritto una lettera non pervenutaci, a cui egli stesso accenna in 2Cor 2,4: “Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato, fra molte lacrime …”. In seguito invia la 2Cor dalla quale traspare, con passione, il conflitto tra Paolo e i cristiani di Corinto: narrazione sulle vicende personali e sui viaggi di Paolo; Difesa contro l’accusa di populismo; organizzazione della colletta per i poveri di Gerusalemme; difesa contro le accuse di un apostolato inferiore.

A prima vista, la 2Cor sembrerebbe troppo personale per interessare anche oggi. In realtà, anche in questo caso, egli radicalizza la sua difesa per ricomprendere il proprio ministero a partire dal rapporto con Cristo, tanto da tramandarci una delle lettere più appassionate. Paolo intesse la sua difesa attraverso la duplice relazione con Cristo e con la stessa comunità di destinazione.

Difendendo il suo ministero, Paolo non esita a evidenziare anche gli aspetti negativi o deboli, giacché nessuno può pretendere di esserne all’altezza: “noi abbiamo questo tesoro in vasi creta …”. In tal senso anche il ministero di Paolo si caratterizza come una personalizzazione continua della morte e della risurrezione di Cristo, attraverso una “necrosi” progressiva nel proprio corpo, che lascia spazio alla stessa vita di Cristo in noi. Un ministero crocifisso che porta in sé i germi della risurrezione.

Al di là della colletta per i poveri: tale gesto, per il quale Paolo esorta i corinzi ad essere generosi, è preso di mira dai suoi avversari che gli lanciano un’accusa: Paolo sfrutta le sue comunità per raccogliere fondi finalizzati ad interessi personali. Paolo si difende citando ancora Cristo che “da ricco che era si è fatto povero per voi …” (2Cor 8,9): questa ricomprensione della colletta sul modello di Cristo, quanto mai attuale, rende l’esigenza per una solidarietà cristiana non soltanto fra i membri della stessa comunità. Ma anche verso altre comunità, soprattutto quelle più indigenti.

 

Conclusione

Le due lettere ai Corinzi attestano,più di altre lettere paoline, la fatica nella seminagione e nella costruzione di una comunità cristiana. Dalla loro analisi emerge non un’ecclesiologia “dall’alto”, anche se questa risulta importante per una sensibilità da coltivare (Efesini e Colossesi); ma un’ecclesiologia dal basso, con tutte le difficoltà che si incontrano nell’evangelizzazione e con casi concreti e quotidiani con cui confrontarsi.

Significativo che, di fronte alle spaccature e alle divisioni che colpiscono la comunità di Corinto, Paolo non tenda a mistificare le relazioni, occultando i punti di maggiore attrito, ma le affronti a partire dalla relazione di fede con Cristo, e in particolare con la sua morte e risurrezione.

Queste due lettere attestano come le grandi fratture etiche o ecclesiali della singole comunità o dei diversi credenti, non si risolvono prima di tutto attraverso soluzioni morali o con strategie pastorali ed ecclesiali ma, senza ignorare l’utilità di questi percorsi, ripartendo ogni volta dal kerigma della morte e risurrezione di Cristo, nello sforzo di farlo sempre più penetrare nelle maglie più conflittuali dell’esistenza cristiana.

Della comunità di Corinto non sono rimasti che ruderi e poche attestazioni archeologiche; restano queste due preziose lettere, capaci di offrire a tutte le comunità di qualsiasi tempo e luogo, il modello fondamentale per essere e diventare “corpo di Cristo”, vere comunità vive.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

PREMESSA

Il titolo esprime i due aspetti della riflessione di Paolo sulla morte di Gesù in croce, diversamente valutata da Dio e dagli uomini. Essa, infatti, secondo l’Apostolo, è espressione della sapienza paradossale di Dio e, nello stesso tempo, realtà di somma stoltezza agli occhi dell’umanità.

 

Una sfida alla razionalità umana

Leggendo il passo di Paolo (a cui fa eco 1Cor 2,6-16) si nota la presenza di due antitesi, non di una: non soltanto quella tra sapienza e stoltezza, ma anche la seconda tra potenza e debolezza. La crocifissione di Gesù è insieme espressione della potenza, potenza salvifica, di Dio e della debolezza umana più estrema. Un uomo confitto in croce è debole fino all’impotenza. Non può muoversi: è un morto predestinato; non può far nulla per scendere dal “infame legno”, come si legge sempre negli autori romani (Cicerone, Seneca, Tacito).

Paolo ha l’ardire di affermare che, laddove regna l’impotenza umana, si manifesta la potenza salvatrice di Dio. Una potenza che, tuttavia, non esclude un aspetto di impotenza: Dio non ha liberato il suo Figlio in croce, non ha saputo risparmiargli la vergogna della croce. Lo ha però risuscitato da morte, creandogli una vita nuova, talmente intensa e ricca da essere fonte di vita per gli altri. Non per nulla in 1Cor 15,49 definisce Cristo “spirito vivificante”, “facitore di vita”. Tutto ciò appare oggi per noi paradossale: l’annuncio evangelico del crocifisso è una sfida al buon senso, alla razionalità umana, ai valori umani più sacri all’umanità, per un appello a un affidamento “pazzesco” al Dio di Gesù Cristo.

 

L’Apostolo annuncia con sapiente linguaggio

Paolo prende avvio dalla sua vocazione apostolica: Cristo lo ha mandato ad annunciare il vangelo, “ma non con sapiente parola, per evitare che la croce di Cristo risultasse svuotata dal suo contenuto salvifico” (1,17). Il testo insiste qui non sul soggetto dell’annuncio, Cristo crocifisso, come si specificherà poco più avanti, ma sulla parola annunciatrice, sulla comunicazione verbale dell’evangelista Paolo. E la determinazione è espressa in termini negativi: “non con sapiente linguaggio”. Il riferimento è alla parola dell’oratore attrezzato con le tecniche della retorica, tesa a convincere gli ascoltatori.

In breve, la croce, nella sua salvezza simbolica, specifica a) il contenuto dell’annuncio, Cristo, b) la parola dell’annunciatore umano, che non deve far ricorso alle risorse della retorica; ma anche c) l’adesione degli ascoltatori, commisurata alla presenza attiva dello spirito cui compete di “convincere” ad affidarvisi. L’evento della croce è fonte di salvezza per sé stesso, non ha bisogno di puntelli umani, in concreto delle risorse umane, del linguaggio sapientemente forbito. Al contrario, rifiuta tutto questo che ne negherebbe la capacità salvifica, attribuita ad altro, alla sapienza umana.

Una confessione personale, quella di Paolo, che ha bisogno di giustificazione. Ecco dunque 1Cor 1,18 con cui egli intende dimostrare la giustezza di quanto appena detto: “la parola, quella della croce, infatti è stoltezza per quelli destinati alla perdizione eterna, ma per quelli che sono sulla via della salvezza, per noi, è potenza di Dio”. Siamo sempre sul piano dell’annunciatore e della sua parola, “quella della croce”, cioè che annuncia la croce di Cristo come evento salvifico. Una parola che trae dal suo oggetto la propria specificazione: se la croce è stoltezza e debolezza per gli uomini che costruiscono la loro esistenza sulla ragione e dunque rifiutano l’annuncio, la sapienza e potenza di Dio, colta da quanti credono, lo è parimenti il suo annuncio: stoltezza e potenza. Le due antitesi suddette sono qui dispaiate.

Ma perché Dio ha progettato la salvezza degli uomini con un disegno tanto folle agli occhi umani? Perché l’umanità ha disdegnato la via della sapienza divina, rilucente nel creato (1Cor 1,19-21a). “Allora Dio si è compiaciuto di salvare gli uomini a condizione che credano con la stoltezza dell’annuncio. E se, come è vero, i giudei richiedono segni di potenza e i greci domandano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso, pietra di inciampo per i giudei e stoltezza per i gentili, ma per i chiamati giudei e greci che siano, annunciamo un Cristo di Dio che è sapienza di Dio e potenza di Dio” (1Cor 1,21-24).

Della croce e del suo simbolismo è caratterizzata la stessa esperienza dei credenti di Corinto (1,26-31). Paolo li invita a considerare il senso della loro chiamata divina: essi per lo più non brillano per peso politico, per sapienza di mente e di parola, per sublimità di natali. In una parola valevano assai poco dal punto di vista dei valori umani. Eppure, proprio loro Dio ha scelto, perché le sue scelte sono fatte alla luce della croce: scelta di grandezze stolte, deboli, plebee, disprezzate, nulle, cosicché nessun uomo può menare vanto religioso presso Dio, positivamente riconosca nella salvezza un puro e immeritato dono di grazia.

 

L’insignificanza dell’evangelizzazione

Un secondo esempio della croce  del suo simbolismo come via seguita dal Dio di Gesù nel processo di salvezza è lo stesso Paolo annunciatore del Vangelo. Lui, persona insignificante, timorosa, e tremante, differente dal retore e dal maestro di filosofia imponente e di facilissima erudizione; la sua parola ben lontana dal luccichio della retorica e dell’eloquenza. Lo stigma di vergogna e di debolezza affondava nelle carni della persona di Paolo e della sua parola annunciatrice. Per questo non vi era pericolo di possibile equivoci. L’efficacia della sua parola, che aveva dato origine a una comunità di credenti, non era l’effetto della sapienza umana, bensì della potenza di Dio. Paolo, punto nell’orgoglio, reagisce affermando di possedere una sapienza speciale, quella di Dio, non quella del mondo, la sapienza dl misterioso progetto divino.

 

Una immagine controcorrente

Come sintetica interpretazione del testo paolino, è utile parlare di una immagine controcorrente di Dio che si disvela sotto il simbolo della croce, che è infatti anche un simbolo teologico, perché disvelativo del volto di Dio: si tratta di un Dio crocifisso. Contro ogni attesa umana che crede di incontrarlo sotto il segno della sapienza e potenza umana, Dio è operante salvificamente dove regna insensatezza e debolezza, appunto nell’evento della crocifissione di Cristo e nella predicazione del crocifisso.

Dio lo può incontrare salvificamente solo chi, in contrasto con il  mondo, lo crede e lo confessa crocifisso sulla croce di Cristo; chi invece resta prigioniero del suo rifiuto di ciò che è insensatezza e debolezza sino all’impotenza, destina se tesso alla perdizione (1,18). Certo, Dio ha potentemente risuscitato Gesù, ma l’Apostolo parla qui solo di croce e di Cristo crocifisso, pur avendo ben presente non solo la morte ma anche la sua risurrezione, l’una unita indissolubilmente alla seconda.

Lo scandalo è che Dio non abbia saputo preservare al figlio una morte così violenta. In realtà non gli compete l’onnipotenza alla “zeus”, che il senso religioso più diffuso attribuisce alla divinità, anche oggi che nessuno professa più il paganesimo politeista. In breve, l’ignominia e l’empietà insita nella “parola della croce” (1,18) e nel “kerigma del crocifisso” (1,22-23) si riversa sul Dio annunciato da Paolo come operante salvificamente appunto in “signo crucis”.

Dello stesso evento, dunque, valgono due qualifiche contrapposte: signum infirmitatis et stultitiae e parimenti signum potentiae et sapientiae. Se la prima è oggetto della più diffusa percezione dell’essere e dell’agire dell’uomo, la seconda, invece, è colta solo agli occhi della fede del credente: occhi aperti dalla parola della croce. Ciò costituisce quanto Paolo chiaramente afferma: “Stoltezza (o stupidità) per quelli che vanno verso la rovina, ma potenza di Dio per quanti sono sulla via della salvezza” (1,18).

 

Un Dio crocifisso

Da un lato, dunque, un Dio crocifisso e, nello stesso tempo, dall’altro lato (come un’altra faccia della stessa medaglia) un Dio di grazia incondizionata. Nel vangelo della croce di Paolo, tutto, infatti, è grazia: “ogni vanto dell’uomo, forte delle sue risorse, è escluso e resta, come possibile e doveroso, solo il vantarsi dell’agire divino mediato da Gesù, a cui i credenti devono il fatto di essere nella sfera d’influsso di Cristo, fonte per loro di sapienza, giustizia, santificazione, e redenzione (1,30). Il Dio della parola della croce o di Cristo crocifisso difende se stesso, non cedendo all’uomo la sua gloria di artefice dell’uomo e della sua salvezza: è e resta sempre il Creatore e questi la creatura.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

1Cor 13, 1-13: Inno all’amore

 

1-3: Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna.  E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova.

 

4-7: La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell`ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.

 

8-12: La carità non avrà mai fine. Le profezie scompariranno; il dono delle lingue cesserà e la scienza svanirà. La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Ma quando verrà ciò che è perfetto, quello che è imperfetto scomparirà.  Quand`ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l`ho abbandonato.  Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo a faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, ma allora conoscerò perfettamente, come anch`io sono conosciuto.

 

13: Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!

 

 

 

La via per eccellenza

La Chiesa di Corinto era una comunità ricca di carismi, ma il clima di vivacità e di entusiasmo generato da una molteplicità di doni differenti dello Spirito si traduceva in una gara che tendeva ad enfatizzare alcuni carismi che avevano aspetti più spettacolari, come il parlare in lingue (glossolalia), favorendo gelosie e divisioni. È in questo contesto che Paolo interviene presentando quella che per lui è la via eccellente e che dà senso a tutti gli altri doni, senza la quale tutto il resta non conta niente. L’amore (agape) viene presentato in modo quasi personificato, in senso assoluto, assumendo un tono sapienziale denso di suggestioni e di spiritualità. Si tratta non di un carisma più grande degli altri, ma di una “via” (derek, in ebraico; odos, in greco): indica cioè una condotta di vita, uno stile, più che un singolo atteggiamento. Paolo celebra la grandezza dell’agape, tessendone l’elogio in una forma appassionata e solenne, con la chiara intenzione di provocare i cristiani di Corinto a percorrere questa “via eccellente”, a sintonizzare la propria vita su questa lunghezza d’onda e non sulla ricerca dei carismi ritenuti più o meno spettacolari. Nei primi tre versetti si sottolinea l’assoluta necessità dell’agape; nei vv. 4-7 se ne elogia l’intrinseca bellezza; nei vv. 8-13 si esalta l’intramontabile durevolezza. Davvero di più non si poteva dire per proclamare la grandezza dell’amore.

 

Confronto e contrapposizione (13,1-3)

Nelle prime tre proposizioni, con u crescendo, di antitesi, paolo istaura un rapporto-confronto tra l’agape e la glossolalia, tra l’agape e i carismi della profezia, tra l’agape e prestazioni eroiche dell’uomo. In ciascuno di questi confronti ritorna l’espressione “ma non ho l’amore”. Ciò che colpisce e sorprende è che in questo testo il termine agape ricorre sempre in forma assoluta, senza alcuna specificazione, né soggettiva, né oggettiva, contrariamente all’uso di Paolo (la carità di Cristo, di Dio, dello spirito, degli uomini). Essa è presentata come un valore unico e autonomo, come la grandezza che decide dell’essere della persona. L’agape stessa è Dio, è Cristo che si dona e si offre all’umanità intera per amore.

 

Che cosa fa l’amore e che cosa non fa (13,4-7)

Nella seconda parte scompare ogni pronome personale, anzi è esplicitamente negato (v. 5: non cerca il suo interesse). L’agape è l’unico soggetto dei verbi che seguono e che tratteggiano il suo dinamismo: due in forma positiva, otto in forma negativa e cinque ancora in forma positiva. Ciò dimostra che l’amore autentico trova una sapiente armonia tra atteggiamenti passivi e attivi, tra fare e non fare. Chi vive solo di atteggiamenti passivi può sembrare mite e buono, ma in realtà può essere una persona indifferente e disinteressata nei confronti degli altri. Chi appare ricco di atteggiamenti attivi può rischiare di fare tante cose per gli altri, cadendo nella tentazione dell’attivismo o della strumentalizzazione. L’elenco positivo mette in luce atteggiamenti che sono propri di Dio e della sua relazione con gli uomini; quello negativo indica atteggiamenti che non sono compatibili con l’agape e che appaiono spesso tra le opere della carne (Gal 5,20) e negli elenchi dei vizi (Rm e Cor). L’elogio dell’agape si conclude con quattro proposizioni in cui ritorna con insistenza il motivo della totalità: “tutto sostiene, in tutto ha fiducia, tutto spera, tutto sopporta …”. L’amore è capace di sostenere ogni avversità e non si arrende di fronte alle difficoltà, non perde mai la fiducia nella vita e non cessa mai di sperare.

 

L’amore non viene mai meno (13,8-13)

È questo “mai” che fa dell’agape “la via per eccellenza”. Dell’agape, infatti, si nega la fine, che è invece il destino ineluttabile anche dei carismi. Il rapporto tra carismi e agape è un rapporto tra il parziale e il perfetto, tra tempo storico e tempo escatologico, tra terreno e celeste. Inoltre, l’affermazione finale (v. 13) introduce un tema nuovo: quello della maggior grandezza dell’agape rispetto alla fede e alla speranza. La superiorità dell’amore è affermata all’interno di una triade che caratterizza essenzialmente la vita cristiana nel tempo presente: non solo l’amore è più grande dei carismi, ma anche di queste tre grandezze, che qualificano l’identità cristiana. Per tale motivo, paolo conclude esortando a perseguire l’amore (14,1a). Questo invito riprende il forma positiva il “se non ho l’amore” dei vv. 1-3, esortando a percorrere la “via regale”, perché solo l’amore, che è libero e gratuito travasamento della pienezza di Dio, pone in essere il cristiano. È questa pienezza che, liberamente accolta, lo rende capace di proclamare con gioia incontenibile (Rm 8,31-39( che, dall’evento della morte-risurrezione di Cristo, nulla potrà mai separarlo dall’more di Dio che è Gesù Cristo, nostro Signore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

La “consegna” di Gesù

Dopo avere giudicato in modo negativo la situazione che si verifica nella comunità corinzia in occasione delle assemblee, Paolo richiama la tradizione della celebrazione della cena del Signore, affinché i corinzi, meditando sulle parole e sui gesti di Gesù, comprendano le conseguenze che da essi derivano e si correggano.

Innanzi tutto egli ricorda ai suoi interlocutori che ha ricevuto dal Signore ciò che a sua volta ha trasmesso loro, quando ha fondato la comunità. Il rituale della cena deriva, quindi, direttamente da Gesù, anche se l’apostolo lo ha ricevuto dalla tradizione della Chiesa (apostoli).

Il resoconto inizia con un’annotazione temporale: “nella notte in cui veniva tradito”. L’evento della cena eucaristica è collegato alla consegna di Gesù ai suoi nemici, indicata con il verbo “tradire = consegnare” (v. 23b). Manca ogni riferimento alla Pasqua, che è invece presentata dalla tradizione sinottica come l’occasione dell’ultima cena.

Paolo non indica l’agente del tradimento: probabilmente pensa a Giuda, ma anche al Padre che “non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato (tradito) per tutti noi” (Rm 8,32; 4,25). L’idea della consegna di Gesù alla morte da parte di Dio deriva dal Servo di Jahwéh, dove si legge: “Il Signore lo consegnò per i nostri peccati … la sua anima fu consegnata alla morte … egli ha tolto i peccati di molti e fu consegnato per i loro peccati” (Is 53). Ma anche Gesù ha consegnato sé stesso per amore. “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Per Paolo, quindi, la morte i Gesù non è solo la consegna dei cattivi, ma è anche l’attuazione di un progetto di amore del padre e dello stesso Figlio.

 

Il mio corpo e il mio sangue per voi

L’apostolo riporta i gesti e le parole di Gesù: “prese del pane …”. Questi gesti sono conformi al rituale della cena pasquale e di ogni altro pasto ebraico. All’inizio della cena il capofamiglia pronunzia la preghiera di benedizione sul pane, della quale fa parte un ringraziamento a Dio per i doni concessi al popolo. Poi spezza il pane e lo distribuisce ai presenti come segno della partecipazione di tutti ai doni divini. Gesù identifica il pane spezzato con il suo corpo: il pronome dimostrativo “questo” non concorda con il sostantivo “pane”, ma con “corpo”, che indica tutta la persona. Con le parole “che è per voi”, che vanno riferite al suo corpo, fa proprio il ruolo del Servo di Jahwéh, che porta i nostri peccati e soffre per noi. La preposizione “uper” (in favore di) nelle lettere di Paolo indica l’autodonazione e l’efficacia salvifica della sua morte (Gal 2,20).

Nella notte in cui è consegnato, Gesù dona se stesso per i suoi: la sua morte violenta, espressione del suo amore e della sua donazione, diventa evento di salvezza per tutti. Nel contesto della sua morte imminente il suo ringraziamento esprime la sua piena accettazione del progetto del padre che in essa si attua.

Mangiare il corpo di Cristo significa perciò aderire a lui e partecipare al suo destino di morte e risurrezione. Alle parole sul pane seguono quelle sul vino: “Allo stesso modo …” (v. 25). Paolo ricorda che la distribuzione del vino avviene, secondo il costume giudaico, alla fine del pasto.

In Paolo, differenza di Mt e Mc, ma come Lc, Gesù identifica il calice, colmo di vino, con l’alleanza fatta nel suo sangue. L’accento è posto sull’alleanza più che sul sangue, strumento o causa che l’ha ottenuta. L’alleanza è qualificata dall’aggettivo “nuova”, che richiama le parole con le quali Geremia annunziava l’attuazione di una nuova alleanza per gli ultimi tempi (Ger 31). Paolo rilegge in chiave sacrificale la morte di Gesù, mediante la quale si attua l’unione tra Dio e l’uomo e degli uomini tra di loro.

 

Fare memoria

Il comando di fare questo “in memoria di me” rimanda al rituale della pasqua ebraica, memoriale della liberazione dall’Egitto, da celebrarsi come festa del Signore, di generazione in generazione, come un rito perenne (Es 12,14).

Il termine “memoriale” e il verbo “fare memoria” non significano la semplice commemorazione di un fatto, ma rendere presente l’evento stesso che viene celebrato. Quindi la celebrazione della cena del Signore nella comunità cristiana sarà, come la Pasqua ebraica, un memoriale, un gesto che rende presente ed efficace per i credenti la persona di Gesù, il Signore risorto e vivo, colui che dona la salvezza finale. Anche per il vino, Gesù fa ripetere l’invito allo stesso gesto “in sua memoria” e lo commenta con queste parole: “ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (v. 26).

Paolo vuol fare comprendere ai Corinzi che, quando essi si radunano per celebrare la cena del Signore Gesù, commemorano la sua morte in croce, prefigurata nei gesti e nelle parole dell’ultima cena, con la quale egli ha attuato la nuova alleanza promessa dai profeti e ha radunato il nuovo popolo di Dio. È fondamentale, perciò, che tra i membri della comunità si crei quello stesso rapporto d’amore e di solidarietà che vi era tra Gesù e i discepoli, che lo ha portato a donare la sua vita per loro sulla croce.

I cristiani di Corinto potranno celebrare in verità la cena del Signore solo se supereranno le divisioni che esistono tra di loro; altrimenti con il loro comportamento contraddicono ciò che celebrano, con la conseguenza che la loro celebrazione si riduce a un rito privo di significato.

 

Eucarestia e condivisione

L’apostolo sottolinea l’importanza della condivisione, espressione di comunione, mettendo in luce le conseguenze negative che derivano dalla sua mancanza. Il disinteresse per i poveri è fonte di divisione, vanifica la celebrazione della cena del Signore, causa disprezzo sulla Chiesa di Dio, fa vergognare i poveri, provoca la distruzione della comunità. Paolo ha messo in luce il legame inscindibile che esiste tra eucaristia e comunità, tra celebrazione del corpo del Signore, donato agli uomini nella morte, e l’esistenza dei credenti, membra del corpo di Cristo, fondata sulla solidarietà e sull’amore.

Una celebrazione Eucaristica senza una sincera fraternità o addirittura in un contesto di divisione e di frattura è un tradimento di Cristo, di tutto ciò che egli ha voluto esprimere nella sua morte, prefigurata nell’ultima cena. Il formalismo liturgico può facilmente celare il disinteresse di coloro che partecipano all’eucaristia. Se si vuole rendere vera ed efficace la celebrazione è necessario che tra partecipanti ci sia uno scambio intenso e personale di riflessioni, di preghiere, di esortazioni, con il quale viene data a tutti la possibilità di fare assieme un autentico cammino di fede e di comunione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

 

1Cor 15,20-28: la risurrezione di Cristo

 

20 Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. 21 Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; 22 e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. 23 Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; 24 poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. 25 Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. 26 L`ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, 27 perchè ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. 28 E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perchè Dio sia tutto in tutti.

 

 

 

 

cristo, primizia dei morti

Al v. 20, riprendendo l’affermazione della risurrezione di Cristo (v. 4), Paolo qualifica il risorto, con una formulazione che enfatizza il legame tra la sua e la nostra condizione, come “primizia dei morti”.

Il lemma aparché (“primizia”) denota i primi frutti di un raccolto, che sono al contempo garanzia di una successiva produzione. Per giustificare questa tesi, l’Apostolo ricorre alla figura di Adamo (vv. 21-22), l’uomo prototipo, del cui destino di morte tutti gli individui sono stati fatti partecipi. E sulla base di questa convinzione egli può affermare anche la possibilità che gli individui vengano associati asl destino di vita di Cristo.

Tutti gli individui sono solidali con Adamo, dato che “in lui” muoiono, ma lo sono anche con Cristo poiché, in modo simmetrico, “in lui” riceveranno la vita. La risurrezione di Cristo, quindi, è un evento che riguarda tutti.

  

La risurrezione di Cristo è pegno della nostra

Deve essere chiaro però che la risurrezione di Cristo-primizia non è totalmente accomunabile con quella del resto del raccolto, poiché è quella a permettere la nostra. A questo scopo sono dedicati i vv. 23-28.

Nei vv. 23-24a viene stabilito che nell’evento della risurrezione si manifesta un certo ordine, che ognuno vi partecipa secondo la propria realtà, e questo avviene in una successione temporale.

Innanzi tutto c’è Cristo-primizia, per cui l’evento della risurrezione è già avvenuto, ed è garanzia della risurrezione nostra, che avverrà però nel futuro, alla sua parusia-venuta. Ma la parusia di Cristo coincide con la fine della storia, in cui la signoria di Dio diverrà manifesta in ogni realtà della stessa. Avendo asserito tale principio, il testo lo sviluppa menzionando il fatto che Cristo risorto è costituito come Signore- Messia sulla realtà della storia. A questo fine è indirizzato l’accostamento, ai vv. 25.27 del Sal 110,1 e 8,6, in forza dell’espressione ad essi comune “tutto pose sotto i suoi piedi”. La signoria del Risorto, quindi, è prevista da una parola della Scrittura.

 

Il regno di Cristo

Al v. 23, a seguito della menzione della risurrezione di Cristo, la nostra successiva resurrezione è introdotta dall’avverbio temporale “dopo, poi”. Al v. 24 il riferimento alla “fine” è introdotto da un avverbio simile “dopo, poi”.

Paolo sta giustificando la nostra risurrezione in virtù di quella di Cristo, il quale equivale a dire che sta enucleando tutti i risvolti soteriologici implicati in essa. La risurrezione di Cristo permette la nostra perché inaugura la signoria di Cristo sulla storia, al termine della quale la morte sarà distrutta. La venuta escatologica di Cristo e l’implicato annientamento della morte portano a compimento l’affermazione della vita che è avvenuta a Pasqua.

Poiché la risurrezione dei morti è resa possibile da quella di Cristo, ne consegue che essa è l’atto soteriologico per eccellenza, che abbisogna solamente del suo completamento e non di un successivo evento salvifico.

 

I destinatari della risurrezione

Il problema dei corinzi riguardava il destino dei morti credenti. Il paragone tra Adamo e Cristo potrebbe però allargare la prospettiva: l’atto di Adamo ha effetti per l’umanità intera, e così dovrebbe essere per la risurrezione di Cristo. Tuttavia il v. 23 sembra una limitazione di questa universalità, dato che è menzionata la sola risurrezione di “quelli di Cristo”, ossia dei credenti.

Tuttavia, in base ai vv. 25-28, si può affermare che Paolo intenda la risurrezione universale. Infatti, egli afferma che la posta in gioco della signoria messianica di Cristo è che Dio sia “tutto in tutti”, che il suo progetto di salvezza abbia pieno corso. Questo può avvenire solo quando il suo ultimo nemico, la morte, sia ridotto al nulla. Ma tale annientamento, per essere vero, non può riguardare solo i credenti, ma deve coinvolgere tutta la realtà storica.

Risulta allora pertinente osservare che “si può dire che la morte, l’ultimo nemico è vinto, se coloro che non credono in Cristo (e formano la maggiore parte dell’umanità) non risuscitano?

 

Conclusione

Paolo ha offerto qui una riflessione teologica di ragguardevole densità. Partendo dall’annuncio pasquale del Cristo morto e risorto, egli è giunto a connotare la risurrezione di Cristo come evento dal tenore escatologico, in cui è implicato il nostro evento di salvezza. Questo ha una dimensione già realizzata, poiché Cristo risorto esercita già la sua signoria salvifica sulla storia, e al contempo una ancora incompiuta. Il compimento avverrà nella parusia, quando la morte sarà vinta per tutti e noi saremo definitivamente associati alla risurrezione di Cristo.

Tale evento, tuttavia, non costituirà un fatto salvifico dal tenore nuovo, ma sarà, appunto, il compimento di ciò che è già implicato nella risurrezione di Cristo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SIMPOSIO DI STUDI PAOLINI

IStituto Teologico S. tommaso

 

 

 

 

Mercoledì 10 Novembre, all’Istituto Teologico “S. Tommaso”, si è svolto il Seminario annuale, Primo Simposio di Studi Paolini, destinato agli studenti del primo ciclo di teologia, dal titolo “Romani e Galati: tratti del vangelo di Paolo”.

Il preside, don Giovanni Russo, ha salutato l’uditorio, composto non solo dagli alunni dell’Istituto, ma anche da coloro che frequentano l’affollato Master in Teologia e Spiritualità paolina. Ha rivolto poi il suo saluto agli illustri relatori: il prof. padre Rosario Pistone, domenicano, docente incaricato di Sacra Scrittura presso la Facoltà Teologica di Sicilia “S. Giovanni Evangelista”, di Palermo; il professor don Liborio Di Marco, docente invitato all’Istituto Teologico S. Tommaso; il prof. mons. Giuseppe Costa, ordinario di Sacra Scrittura e vicepreside del S. Tommaso, nonché Coordinatore Diocesano dell’Anno paolino.  Lo stesso prof. Costa, moderatore dell’incontro, ha introdotto i lavori, esponendo l’evoluzione del pensiero paolino sulla giustificazione nella Lettera ai Romani e ai Galati e ha successivamente presentato il curriculum di studi di ciascun relatore.

Il prof. Pistone nel suo intervento: “Spirito e vita credente in Paolo di Tarso (Rm 8,9)”, ha sottolineato come Paolo evidenzi nella lettera ai Romani che Cristo è vissuto solo nello Spirito Santo e può essere conosciuto solo nello Spirito. Lo stesso Cristo, anzi, è un tutt’uno con lo Spirito, e lo Spirito fa sì che il credente e il Cristo siano una cosa sola. Infatti lo Spirito attesta insieme al nostro spirito che siamo Figli di Dio e per lo Spirito possiamo chiamare Dio “Padre”.  Grazie alla presenza dello Spirito, Dio conosce i desideri dell’animo umano, anche quando l’uomo nella preghiera non sa cosa chiedere, poiché lo Spirito nell’uomo crea fra Dio e l’uomo la stessa intimità che c’e fra Gesù e il Padre e trasforma ogni credente nell’immagine del Signore.

All’interessante intervento del prof. Pistone ha fatto seguito quello del prof. Di Marco: “Il concetto di sōma nella Lettera ai Romani”. Egli ha fatto notare come il concetto di sōma (corpo) subisca, all’interno della Lettera ai Romani, una vera e propria evoluzione. Il corpo, infatti, mentre in Rm 1,24 è visto come oggetto di disonore da parte dei pagani, invece in Rm 12,1 diventa materia da offrire come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio. Questo riscatto del corpo è avvenuto poiché Dio ha consegnato suo Figlio per riscattare l’uomo dal peccato e tutto l’uomo vecchio è stato con-crocifisso con Cristo. Il potere che il peccato aveva sull’uomo e sul suo corpo è stato annullato da Cristo, il corpo è divenuto dimora stabile dello Spirito con il Battesimo e attende insieme a tutta la creazione la rinascita dei corpi e la piena adozione filiale nella parusia.

L’ultimo intervento: “Interpretazione gnostica di Paolo nella Lettera i Galati”  è stato proposto dal prof. Costa, che ha presentato la filosofia gnostica e la lettura che la gnosi ha fatto della Lettera i Galati, arrivando a considerare Paolo il fondatore di un cristianesimo più filosofico e  alternativo rispetto a quello di Pietro e degli altri apostoli, legati all’ambiente e alla cultura giudaica. Il simposio, di grande levatura intellettuale, ha contribuito ad arricchire la conoscenza dell’Apostolo e ha dato una prospettiva nuova dalla quale rileggere i suoi scritti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SIMPOSIO DI STUDI PAOLINI

IStituto di scienze religiose "S. Maria della  Lettera"

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sabato 10 gennaio, numerosi fedeli si sono radunati presso la Chiesa di Santa Caterina Valverde, alle ore 19, 30, tralasciando i consueti appuntamenti mondani del fine settimana per assistere ad una delle più interessanti Conferenze sulla figura e l’opera dell’apostolo Paolo, organizzata dalla Diocesi  di Messina, in collaborazione con l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro. Molti sono stati attirati dal tema proposto: “San Paolo a Messina”. Scrittura, Tradizione, liturgia”, desiderosi di conoscere la realtà sulla presenza dell’apostolo nella nostra città. Moderatore della Conferenza il prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di sacra Scrittura e vicepreside, presso l’Istituto Teologico S. Tommaso e Coordinatore Diocesano dell’Anno Paolino.

 

Egli ha prima presentato il tema  e gli illustri relatori, poi, nel suo intervento: “San Paolo a Messina. Dati biblici”, ha fatto un breve excursus sui tre viaggi missionari di Paolo. Si è soffermato in modo particolare sull’ultimo, quello della prigionia, che ha dato occasione all’Apostolo, pur essendo “in catene”, di evangelizzare e di essere guida spirituale della nave, soprattutto durante il naufragio nell’isola di Malta (At 21-28). Ha rilevato in modo particolare la presenza dell’apostolo in Sicilia. Egli, secondo la testimonianza della Scrittura, si è fermato a Siracusa e,  “costeggiando” l’isola e attraversando lo Stretto si è recato a Reggio. Gli Atti, non affermano esplicitamente che Paolo sia “sceso” a Messina: lo si può non escludere interpretando in senso ampio proprio il verbo “costeggiare”, per concordare con la tradizione che ne afferma la presenza.

 

Proprio sulla tradizione della permanenza dell’apostolo a Messina si è soffermato il secondo relatore, prof. Giovan Giuseppe Mellusi, Docente di storia del diritto italiano presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Messina, che ha affrontato il tema “La tradizione e la storia di Paolo a Messina”. Il relatore ha messo in evidenza, con ampia citazione di documenti, il collegamento tra la tradizione della presenza di Paolo a Messina con quella della Lettera inviata dalla Vergine Maria alla città e la tradizione che presenta Paolo come colui che ha ordinato Bacchilo, primo vescovo messinese. Il più antico documento che attesta tale tradizione è un’incisione su legno, un codice che conteneva una cronaca in latino e in volgare sulla città di Messina. Riguardo il culto della Madonna della Lettera, legato all’apostolo, la tradizione ci porta sempre al periodo del codice già detto del 1522. il primo ventennio nel XVI secolo a Messina fu tumultuoso, scontri sociali fra le fazioni per il controllo dell’Universitas, nell’incertezza sociale si fece ricorso al divino con la compilazione di una lettera attribuita a Maria. Ancora per tutto il cinquecento il culto della Madonna della Lettera è relegato a forma di religiosità popolare, non è presente né la data del 3 giugno né dell’8 settembre. La prima notizia di culto pubblico risale all’inizio del secolo diciassettesimo e il culto fu ufficializzato grazie ai Gesuiti.

 

L’ultimo intervento, “Culto a Paolo Apostolo”, è stato tenuto dal professor don Nunzio Conte, Ordinario di Liturgia, presso L’Istituto Teologico S. Tommaso. Egli ha esordito affermando che siamo tutti chiamati, in questo Anno Paolino, a riconsiderare l’Apostolo delle genti per imparare da lui ad amare e  servire il Signore. Paolo stesso, profondo conoscitore di Cristo, ci invita ad imitarlo in quanto suo imitatore. L’adesione di fede, infatti, è il modo migliore per rendere omaggio a Paolo. Ha messo in evidenza che l’Apostolo, nelle sue Lettere, usa la parola liturgia sette volte, la metà di quanto il termine venga usato nel Nuovo Testamento. Nelle Lettere ai Romani e agli Efesini egli stesso si definisce liturgo per il suo ministero di annunciare il Vangelo ai pagani. Successivamente, dopo aver analizzato l’inno cristologico agli Efesini, ha concluso affermando che la  liturgia è sacramento della lode e della vita. Paolo stesso è liturgo perché ha votato la sua vita all’annunzio di Cristo e svolge la sua liturgia soprattutto con la vita. Si sente un conquistato  e spende la vita a conquistare Cristo.

 

Al termine delle relazioni, mons. Costa ha tratto le conclusioni, ringraziando i presenti, i Cavalieri e le Dame dell’Ordine del Santo Sepolcro, il parroco di Santa Caterina, mons. Mario Di Pietro, e l’arcivescovo mons. Calogero La Piana che, impossibilitato ad essere presente per impegni precedentemente assunti, è stato rappresentato dal suo segretario, mons. Giacinto Tavilla. Un grato ringraziamento è stato espresso anche all’avvocato Giorgio Mirti della Valle, Componente della Commissione per l’Anno Paolino a Roma, presieduta dal Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo il quale, a nome del Cardinale, si è complimentato per la felice iniziativa e ha portato i suoi saluti a tutti i presenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel piano delle iniziative culturali, promosse dalla Diocesi, in occasione dell’Anno Paolino, si è svolto presso la sede aperta al pubblico della Libreria “Paoline”, delle Suore Figlie di San Paolo, un incontro per incoraggiare la conoscenza dell’apostolo Paolo, scegliendo di presentarlo come uno dei più straordinari comunicatori della storia: “Paolo, grande comunicatore”.

I lavori sono stati introdotti dal Vicario Episcopale per l’Area Cultura-Educazione, don Giuseppe Lonia, che ha salutato i presenti, ha preparato l’uditorio richiamando i principi della comunicazione e la specifica attenzione di Paolo e ha avviato gli interventi dei due relatori: il prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di Sacra Scrittura e Coordinatore dell’Anno Paolino e il prof. don Tonino Romano, sdb, Straordinario di Catechetica e Direttore del Centro di Pedagogia Religiosa.

È proprio vero che Paolo è un grande comunicatore? Se è così, che cosa gli ha permesso di essere un comunicatore efficace? Perché, dopo duemila anni, la sua vicenda e i suoi scritti continuano ad essere un punto di riferimento, per quanto discusso e contrastato, per il dibattito ecclesiale, per la teologia cristiana, ma anche per tutti coloro che desiderano rinnovare lo spirito missionario della nostra Chiesa?

La grandezza di Paolo, teologo, mistico, comunicatore, fondatore e organizzatore di chiese è fuori discussione. Uomo di penna e calamaio e uomo d'azione, Paolo non ferma mai il suo passo e porta da Oriente a Occidente l'esperienza cruciale di Damasco, che ha cambiato radicalmente la sua vita e i suoi orizzonti religiosi. È interessante soffermarsi sull'attività missionaria di Paolo e sulla strategia lungimirante della sua opera di evangelizzazione, che lo porta a scegliere grandi metropoli, grandi centri di scambio culturale e commerciale da cui il Vangelo, quasi spontaneamente, raggiunge le periferie, anche le più estreme. Le lettere, per Paolo strumento privilegiato di evangelizzazione, ben presto diventano modello di predicazione, ancora oggi largamente impiegato nei diversi ambiti ecclesiali.

L’Apostolo di Tarso è dotato di una «insuperabile leadership comunicativa». Senza di lui il Vangelo non sarebbe arrivato ad intercettare le vie di comunicazione dell’Impero romano, giungendo al cuore di quello che era il mondo allora conosciuto e riuscendo a sovvertirne costumi sociali e la stessa impronta culturale. Paolo comunicatore, insomma, non solo per le migliaia di chilometri percorsi nei suoi viaggi, quanto piuttosto, sottolinea, per la forza della sua comunicazione, di cui abbiamo riprova tangibile nel suo celebre epistolario.

Fariseo, conosce la lingua ebraica, che è quella della sua famiglia (Ebrei della Diaspora che si erano trasferiti a Tarso); una lingua che ha perfezionato alla scuola rabbinica di Gamaliele attraverso lo studio della Bibbia. Conosce la Bibbia anche nella traduzione in greco realizzata ad Alessandria d’Egitto qualche secolo prima (la versione detta dei LXX); è anche grazie alla sua formazione intellettuale a Tarso, che Paolo si appropria del greco “ellenistico”, o “koinè”, una lingua di comunicazione diffusa in tutto l’oriente dell’impero romano. Sembra che sia riuscito ad appropriarsi anche di alcuni elementi della retorica greca, che potremmo proprio definire l’arte di saper ben comunicare, o della persuasione. Nello stesso tempo, Paolo non dimentica le possibilità e le strategie comunicative che già erano usate in ambito giudaico, specie per favorire la memorizzazione o per rendere efficace la predicazione (uso di parole aggancio, composizione del testo a chiasmo o in forme di parallelismi etc). Paolo scrive le sue lettere in greco, anche se in alcuni passi si può riconoscere qualche semitismo. E certamente conosce anche il latino, che era la lingua diffusa dalla potenza romana in tutto il bacino del Mediterraneo.

Don Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, ci invita a considerare san Paolo come modello di autentico apostolo consacrato alla comunicazione del Vangelo: “Paolo è il gran camminatore … bisogna fare come lui, che ha portato la parola di Dio camminando attraverso il mondo romano, il mondo greco, il mondo ebraico: in sostanza, il mondo di allora”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

POMERIGGIO DI STUDIO - 26 FEBBRAIO 2009

Abbazia dei S.S. Pietro e Paolo d'Agrò

Casalvecchio Siculo

 

 

 

 

 

Giovedì 26 febbario, nella splendida cornice dell’antica Abbazia dei “Santi Pietro e Paolo d’Agrò”, in Caslvecchio Siculo, promossa dal Vicariato di Santa Teresa di Riva “S. Basilio Magno”, su proposta dell’Arciprete don Gennaro Currò e del Vicario Foraneo don Salvatore Mercurio, si è tenuto un pomeriggio di studio su “San Paolo evangelizzatore”. Relatore il prof. mons. Giuseppe Costa, Vicepreside del S. Tommaso e Coordinatore Diocesano per l’Anno Paolino, che ha guidato, nei due momenti di riflessione (intervallati da una pausa di confronto e di dialogo), i presenti alla scoperta della personalità e dello stile dell’Apostolo Paolo, nella sua opera di grande missionario e annunziatore del Vangelo. Diversi i fedeli delle singole Parrocchie, giunti, attraverso le vie tra i “fiumi” che portano all’Abbazia, dai Comuni di Antillo, Casalvecchio, Forza d’Agrò, Limina, Roccafiorita, S. Alessio, S. Teresa di Riva, Savoca. Tutti incoraggiati dalla tiepida giornata e dall’incantevole e suggestivo scenario della natura. Il relatore ha illustrato, con la riconosciuta competenza e con la chiara parola, il tema, soffermandosi in modo particolare sulla dimensione kerigmatica dell’annuncio, per fare notare la centralità di Cristo nella vita di Palo di Tarso. Numerosi gli interventi dei presenti che hanno vivacizzato l’incontro con domande, richieste di chiarimenti, precisazioni. Gli intervenuti hanno auspicato che l’iniziativa si possa ripetere nella stessa Abbazia, coinvolgendo, nei mesi primaverili o estivi, i Parroci e le parrocchie del Versante Ionico, anche per fare conoscere e apprezzare un gioiello artistico del XII secolo, immerso nel verde e in una delle valli più belle della zona.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INCONTRI ZONALI DI FORMAZIONE PAOLINA

 

“L’attività letteraria di Paolo:

I SUOI SCRITTI, LA SUA SCUOLA”

 

 

martedì 27 gennaio - Messina – Salone Biblioteca Ignatianum

mercoledì 28 gennaio - Santa Teresa Riva – Parrocchia Sacra Famiglia

giovedì 29 gennaio - Milazzo – Salone Parrocchiale “Grazia”


LE GRANDI LETTERE: ROMANI, GALATI, 1 E 2 CORINTI, FILIPPESI

 

1.

ore 16,00:

Introduzione (S.E. Rev. ma l’Arcivescovo)

 

2.

ore 16,15:

La Lettera ai Romani e la Lettera ai Galati (Prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di S. Scrittura e Vicepreside ITST)

   

Ascolta l'intervento del relatore (file audio)

     

3.

ore 17,00:

Pausa

 

 

4.

ore 17,15:

La Lettera ai Filippesi (Prof. don Michele Viviano sdb, Docente di S. Scrittura ITST)

   

Ascolta l'intervento del relatore (file audio)

     

5.

ore 18,00:

La Prima e la Seconda Lettera ai Corinzi (Prof. don Michele Viviano sdb, Docente di S. Scrittura ITST)

   

Ascolta l'intervento del relatore (file audio)

     

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Assemblee zonali di formazione paolina - gennaio

 

Messina – S. Teresa di Riva – Milazzo

Martedì 27, mercoledì 28, e giovedì 29 gennaio, rispettivamente a Messina, presso la Bibioteca dell’istituto “Ignatianum”, a S. Teresa di Riva, presso la Parrocchia “Sacra Famiglia” e a Milazzo, presso il Salone Parrocchiale di “S. Maria delle Grazie”, si sono tenuti tre incontri di formazione zonali aventi come tema la riflessione sulle Lettere dell’Apostolo Paolo. Si è trattato di un’altra delle tante iniziative organizzate dalla Diocesi in occasione dell’Anno paolino e di un’ulteriore tappa di un percorso iniziato il 29 settembre in Seminario e che, dopo il prossimo appuntamento di marzo, si concluderà nel mese di maggio. Gli incontri si sono svolti dalle ore 16,00 alle ore 18,30 e hanno richiamato diversi sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose, insieme a tanti operatori pastorali e semplici laici delle tre zone pastorali della Diocesi, nonostante il freddo intenso e la pioggia abbondante che ha accompagnato i tre pomeriggi.

 

La parola del Vescovo

I lavori sono stati introdotti, a Messina, dal Vicario Generale della Diocesi, don Carmelo Lupò, che ha presentato i relatori e ha suggerito delle linee biblico teologiche per guardare a Paolo come colui che indirizza verso Cristo. A S. Teresa di Riva e a Milazzo, è stato l’Arcivescovo, mons. Calogero La Piana, a guidare il pomeriggio di studio, facendo cogliere la prospettiva che accomuna questi “incontri paolini” con la proposta della recente sua Lettera Pastorale “Risplenda la vostra luce”, sulla testimonianza. L’Arcivescovo ci ha sollecitato non solo a guardare alla figura dell’Apostolo, ma a trarre soprattutto nutrimento dalla sua testimonianza di vita, perché anche noi come Paolo, grande comunicatore, possiamo spendere la nostra vita alla sequela di Cristo e alla diffusione del Vangelo. Inoltre, dopo avere salutato affettuosamente tutti i presenti, si è complimentato per la lodevole iniziativa, ringraziando quanti, sotto la guida del Coordinatore Diocesano, mons. prof. Giuseppe Costa, stanno portando avanti interessanti e stimolanti appuntamenti culturali e pastorali di alto profilo, per fare conoscere e apprezzare la figura dell’Apostolo Paolo.

 

Romani – Filippesi – Galati

I numerosi presenti stati intrattenuti con relazioni sulla Lettera ai Romani, ai Galati e ai Filippesi, dal prof. mons. Giuseppe Costa e dal prof. don Michele Viviano. Tutti hanno avuto modo di riflettere su “Paolo apostolo del Signore, missionario della Chiesa e scrittore alle Comunità”. Il prof. Costa, Ordinario di S. Scrittura e Vicepreside presso il “S. Tommaso”,  dopo aver delineato una presentazione della suddivisione tradizionale delle Lettere di Paolo, ha posto la sua attenzione sulla Lettera ai Romani (ascolta la presentazione). Una lettera autenticamente paolina, che può essere definita “la lettera per eccellenza dell’intero epistolario paolino”. Sedici capitoli che contengono la riflessione interiore dell’Apostolo e la sua riconsiderazione del Vangelo. Scritta probabilmente da Corinto nella primavera del 58 per i Giudei e gli etnico-cristiani di Roma, unica lettera indirizzata ad una comunità non fondata da Paolo, ha il suo scopo nell’irrefrenabile spirito missionario dell’Apostolo, che lo spinge a volere raggiungere la Spagna ed evangelizzare così  tutto l’oikumene, passando però da Roma, caput mundi, dove giunge in quanto civis romanus per volontà dei Romani stessi ma anche e soprattutto per volontà di Dio. Nella seconda relazione, il prof. Viviano, salesiano e docente di S. Scrittura presso il “S. Tommaso”, ha messo in evidenza il carattere autobiografico della Lettera ai Filippesi (ascolta la presentazione), autentica e facente parte delle lettere della prigionia, scritta tra il 53 e il 57, probabilmente da Efeso ai cittadini di Filippi, città attraversata dalla Via Egnatia, punto di crocevia tra Occidente ed Oriente. Paolo, scrivendo per ringraziare la comunità che lo ha sostenuto, non perde occasione per evangelizzare dando vita a una lettera in cui si sente battere il suo cuore per l’amore e per il dolore e in cui, con il suo forte temperamento, mette in guardia da chi, rimanendo legato alla legge, non riconosce in Cristo, umiliatosi fino alla morte di croce, la fonte di salvezza per tutti gli uomini. Nella terza relazione, il prof. Costa ha sottolineato come la Lettera ai Galati (ascolta la presentazione) scritta ad Efeso nel 54, durante il terzo viaggio missionario, unica lettera indirizzata ad un’intera regione, che fra l’altro è il primo luogo evangelizzato da Paolo, ha come scopo la polemica dell’Apostolo con i giudaizzanti. Paolo, correggendo ed esortando la comunità da lui fondata e amata, rivela un senso vivo della Chiesa. Una Chiesa in cui ogni uomo, grazie a Cristo, è libero di agire rifiutando di essere uomo carnale, che vive cioè secondo le opere della carne, e accettando di divenire uomo spirituale, che vive cioè secondo lo Spirito che, con il suo frutto, rende nuova ogni creatura. Proprio l’amore, la gioia e la pace, prime tre espressioni dell’unico frutto dello Spirito, devono essere alla base del nostro essere cristiani.

 

Prossimi appuntamenti

Alla fine degli interventi, l’Arcivescovo, rinnovando il suo grazie a tutti i presenti, che hanno affrontato anche le intemperie pur di non mancare ad un incontro così importante, e sottolineando l’ottima riuscita degli incontri, ha illustrato i prossimi appuntamenti previsti per la formazione paolina nelle varie zone pastorali della Diocesi. Nel mese di marzo: a Messina (10), a S. Teresa di Riva (11), a Milazzo (12); nel mese di maggio: a Messina (5), a S. Teresa di Riva (6), a Milazzo (7). Gli incontri si sono conclusi con la preghiera, rivolta a San Paolo Apostolo, perché doni a tutti i credenti della nostra  Chiesa, di Messina Lipari S. Lucia del Mela, di “diventare apostoli e testimoni della verità e della bellezza del Vangelo”.

 

 

 

INCONTRI ZONALI DI FORMAZIONE PAOLINA - MARZO

 

“LE LETTERE DELLA PRIGIONIA:

COLOSSESI, EFESINI, FILEMONE"

 

 

martedì 10 marzo - Messina – Seminario Arcivescovile S. Pio X

mercoledì 11 marzo - Santa Teresa Riva – Parrocchia Sacra Famiglia

giovedì 12 marzo - Milazzo – Parrocchia S. Maria delle Grazie


 

 

1.

ore 16,00:

Introduzione (S.E. Rev. ma l’Arcivescovo)

 

   
     

2.

ore 16,15:

La Lettera ai Colossesi(Prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di S. Scrittura e Vicepreside ITST)

   

Ascolta l'intervento del relatore (file audio)

   
     

3.

ore 17,00:

Pausa

 

 

4.

ore 17,15:

La Lettera agli Efesini(Prof. don Stefano Ripepi)

   

Ascolta l'intervento del relatore (file audio)

   
     

5.

ore 17,45:

La Lettera a Filemone(Prof. don Michele Viviano sdb, Docente di S. Scrittura ITST)

   

Ascolta l'intervento del relatore (file audio)

   
     

5.

ore 18,15:

Conclusione (S.E. Rev. ma l’Arcivescovo)

     

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Assemblee zonali di formazione paolina - marzo

 

Messina – S. Teresa di Riva – Milazzo

Martedì 10, Mercoledì 11 e Giovedì 12 marzo, rispettivamente nel Salone Teatro del Seminario Arcivescovile “S. Pio X”, nella Parrocchia “Sacra Famiglia” di S. Teresa Riva e in quella di “S. Maria delle Grazie” di Milazzo, si è svolto il secondo incontro di Formazione paolina, rivolto a tutti gli operatori parrocchiali della Diocesi. Proseguendo lungo il cammino che da ormai circa un anno ci ha portati a conoscere ed approfondire la vita, il carattere, le azioni e gli scritti di San Paolo, l’incontro ha avuto come oggetto tre lettere del Corpus paolinum definite “Lettere dalla prigionia”. A Messina ha introdotto i lavori il Vicario episcopale per cultura, prof. don Giuseppe Lonia, che ha portato il saluto dell’Arcivescovo, che si trovava impegnato a Lipari. A Milazzo è stato lo stesso Arcivescovo, Mons. Calogero la Piana, a guidare i lavori, introducendo e concludendo le varie relazioni e presentando i prossimi appuntamenti (formazione e pellegrinaggi) delle tante iniziative dell’Anno Paolino.

 

Lettera ai Colossesi

Il prof. mons. Giuseppe Costa ha presentato la Lettera ai Colossesi. La città di Colossi, al centro dell’ambiente in cui si è svolta l’azione di Paolo (anche se non è stata direttamente cristianizzata dall’apostolo, ma da Epafra suo discepolo) godeva di un notevole prestigio. La Lettera si presenta come uno scritto polemico che ha il fine di ribadire la centralità di Cristo, unico mediatore tra Dio e gli uomini, messa in discussione da una corrente ereticale interna alla comunità, che dava maggiore attenzione al rispetto di alcune regole comportamentali, al culto di un numero sproporzionato di angeli a discapito della fede in Cristo. La sua centralità è ribadita, in particolare, nell’inno cristologico (Col 1,12-20). Il prof. Costa ha sottolineato che sull’attribuzione della lettera a Paolo, a partire dal periodo illuminista-razionalista sono nate alcune perplessità; essa, infatti, pur rimanendo per i contenuti espressi all’interno della tradizione paolina, presenta elementi linguistici e formali estranei agli altri scritti sicuramente paolini.

 

Lettera agli Efesini

Uguali dubbi di attribuzione riguardano anche la Lettera agli Efesini, esaminata dal relatore prof. don Stefano Ripepi che ha messo in luce le difficoltà presenti per definire con certezza non soltanto l’autore, il luogo e il periodo di stesura della Lettera, ma anche l’occasione storica per la quale è stata scritta. In essa infatti sono espressi temi generali e si presenta come un piccolo trattato che potrebbe essere rivolto anche a più comunità cristiane e non esclusivamente alla comunità di Efeso. Certo è comunque il suo messaggio che richiama quello espresso nella lettera ai Colossesi: la centralità di Cristo, capo dell’unico corpo e colui per mezzo del quale siamo stati salvati.

 

Lettera a Filemone

Infine, il prof. don Michele Viviano sdb, ha concluso l’incontro analizzando la Lettera a Filemone, più breve delle precedenti e sicuramente autentica. Nelle Lettera, scritta probabilmente dalla prigionia di Efeso, Paolo ricorda la fede e la carità di Filemone, pagano convertito di Colossi, e della comunità cristiana che si raduna nella sua casa, e in nome della carità e non per obbligo chiede a Filemone di perdonare il suo schiavo Onesimo che era fuggito, e di riaccoglierlo non più come schiavo ma come fratello in Cristo. Paolo chiede a Filemone di vivere con sincerità il suo essere cristiano e di perdonare Onesimo che, schiavo per la società, è diventato uomo nuovo in Cristo e fratello per ogni cristiano. La comune fede in Cristo richiede la capacità di perdonare e di accogliere l’altro e ci rende liberi ed uguali.

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

INCONTRI ZONALI DI FORMAZIONE PAOLINA

 

LE LETTERE AI TESSALONICESI, A TIMOTEO E A TITO

 

 Lettere: 1-2 Tessalonicesi – 1-2 Timoteo – Tito

martedì 5          Messina – Seminario Arcivescovile S. Pio X

mercoledì 6       Santa Teresa Riva – Parrocchia Sacra Famiglia

giovedì 7           Milazzo – Salone Parrocchiale “Grazia”

 

 

 

 

 

Assemblee zonali di formazione paolina - maggio

 

Messina – S. Teresa di Riva – Milazzo

Martedì 5, mercoledì 6 e giovedì 7 maggio, rispettivamente a Messina, presso il Seminario Arcivescovile, a Santa Teresa Riva, presso la parrocchia “Sacra Famiglia” e a Milazzo presso il Salone Parrocchiale di “Santa Maria delle Grazie”, si sono tenuti gli ultimi tre incontri di Formazione paolina zonale avente come tema la figura e le Lettere di San Paolo, tappa finale di un percorso iniziato nel mese di settembre, continuato con gli appuntamenti di gennaio e marzo e culminato con la consapevolezza di aver coinvolto e affascinato numerosi fedeli dell’intera Diocesi.

A Messina, i lavori sono stati introdotti dall’Arcivescovo, S. Ecc. Mons. Calogero La Piana, che, dopo aver guidato un momento di preghiera, ha presentato i relatori. Nel primo intervento il prof. don Valerio Chiovaro ha messo in evidenza come la Prima Lettera ai Tessalonicesi, primo scritto di Paolo, nonché testo più antico del Nuovo Testamento, spedita da Corinto all’inizio del 51, a cristiani perseguitati da parte di Ebrei, manifesti l’intensità dei sentimenti dell’Apostolo verso la comunità da poco generata, esortata a perseverare nella fede fino alla parusia. Testo di prima mano, “paolino” per eccellenza, la Prima Lettera ai Tessalonicesi esprime l’entusiasmo e il calore affettuoso di Paolo che non esita a dirsi innamorato della sua comunità incoraggiata a vivere nell’annuncio ricevuto e testimoniato.

Nella seconda relazione il prof. mons. Giuseppe Costa ha presentato le Lettere Pastorali (1-2Tm e Tt), soffermandosi dapprima sul problema della loro autenticità: la diversità dello stile, del vocabolario, della dottrina, una struttura ecclesiale differente da quella dei tempi di Paolo, hanno creato dubbi e dato vita a una controversia a partire dal XVIII sec. Oggi la Liturgia riconosce in esse il cuore del pastore ma vi evidenzia un compimento postumo alla sua morte, realizzato con Tito, Timoteo e altri episcopi. E proprio Tito e Timoteo sono i destinatari di queste tre lettere in cui si avverte il pericolo dei falsi dottori e si esorta al servizio del Vangelo con la preoccupazione per una solida organizzazione della Chiesa.

Nell’ultimo intervento il prof. Costa presentando la Lettera agli Ebrei, ha fatto emergere come, pur non essendo nell’epistolario paolino, abbia elementi di vicinanza con Paolo. Scritta dopo il 65 a cristiani ebrei che vengono dal mondo giudaico, vicina per dottrina a quella dell’Apostolo, ma diversa per stile, forma e frasario presenta un contenuto dottrinale molto sviluppato e affronta il tema del sacerdozio di Cristo, di cui non vi è traccia nelle altre lettere. Cristo sacerdote unico ed eterno, vittima di espiazione per i nostri peccati, è l’unica speranza della nostra vita, cui dobbiamo guardare per poter dire sull’esempio di Paolo: “ per me vivere è Cristo e morire è un guadagno”.

I lavori sono stati conclusi dall’Arcivescovo, che, dopo aver ringraziato mons. Costa, Coordinatore Diocesano dell’Anno Paolino, elogiando il suo impegno e la disponibilità sua e dei suoi collaboratori, ha voluto ricordare come questo cammino di formazione paolina sia stato compiuto in concomitanza con il cammino cristiano diocesano, iniziato con la Lettera Pastorale “Risplenda la vostra luce”. Guidati dall’Apostolo, siamo stati esortati a prendere forma cristiana, per vivere Cristo, di Cristo e per Cristo e fare di Lui il programma della nostra vita per conoscerlo, amarlo e imitarlo.

Stesso programma e stessi relatori a S. Teresa Riva e a Milazzo, introdotti e guidati alla preghiera e alla sintesi finale dal Vicario Generale della Diocesi, don Carmelo Lupò.

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BENEDIZIONE DEL PORTALE

DEDICATO A S. PAOLO - BRIGA MARINA

 

 

 

 

Domenica 21 giugno, alle ore 10,30, l’Arcivescovo ha presieduto l’Eucaristia nella Chiesa di S. Paolo, a Briga Marina, chiudendo i numerosi pellegrinaggi che si sono susseguiti in questo anno giubilare alla chiesa che conserva la memoria della predicazione dell’Apostolo delle genti e che custodisce la pietra che, secondo la tradizione, fece da punto di appoggio per S. Paolo. L’occasione è stata quella dell’inaugurazione del ristrutturato portale dell’antica e prima chiesa dedicata all’Apostolo, con sei formelle che riprendono le scene salienti della sua vita.

Accolto dal Parroco, mons. Nicolò Freni, dai Cavalieri e dalle Dame del S. Sepolcro e dai numerosi fedeli che hanno assiepato la piccola chiesa, l’Arcivescovo, mons. Calogero La Piana, accompagnato dal Coordinatore Diocesano, mons. Giuseppe Costa, ha sottolineato la straordinaria importanza della giornata, anche per il collegamento radiofonico con l’emittente Radio Maria, che ha trasmesso in diretta l’intera celebrazione, dando la possibilità ai tanti lontani, malati o in qualunque modo impediti, di potere partecipare all’Eucaristia. A loro, in particolare, si è rivolto l’Arcivescovo nella sua omelia, sottolineando la loro condizione di prediletti dal Signore, proprio a motivo delle loro infermità e mostrando nell’Apostolo Paolo un fulgido esempio da imitare nella sequela di Cristo.

Al termine della celebrazione, dopo il ringraziamento del Parroco, che ha sottolineato la straordinarietà dell’Anno giubilare per eventi, manifestazioni, celebrazioni e pellegrinaggi, guidati dall’Arcivescovo, tutti si sono recati, con breve cammino, dinanzi all’antica Chiesa per assistere alla benedizione del portale, che è stato prima brevemente illustrato dall’artista che lo ha eseguito.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IL PASSAGGIO BIBLICO

DI S. PAOLO A MESSINA

 

 

 

 

Come ultima tappa del cammino di formazione culturale, proposto dalla Diocesi in questo Anno Paolino, si è svolto il 25 giugno, presso la Chiesa “S. Maria all’Arcivescovado”, un convegno di studi sulla possibile presenza di Paolo a Messina, organizzato in collaborazione con il “Comitato Cittadino 100 Messinesi per Messina 2008”, il “Centro Turistico Giovanile” e la “Fondazione Bonino-Pulejo”. Relatori il Dott. Piero Orteca, giornalista della Gazzetta del Sud e consigliere culturale della Fondazione Bonino-Pulejo, che ha illustrato il tema “Il cristianesimo da S. Paolo a Costantino”; il prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di S. Scrittura al S. Tommaso e Coordinatore dell’Anno Paolino Diocesano, che ha presentato “Il passaggio biblico di Paolo nello stretto di Messina”; il dott. Giuseppe De Carli, giornalista, scrittore e responsabile struttura Rai Vaticano, che ha proposto “Lettura integrale della Bibbia. Il racconto di un’esperienza indimenticabile”. Il Prof. Piero Chillè ha dato il saluto iniziale e i ringraziamenti finali, mentre il prof. Josè Gambino ha presieduto il convegno, coordinando i relatori. Interessanti le proposte e stimolanti le suggestioni evocate dai singoli relatori, che hanno saputo attirare l’attenzione dei numerosi presenti. Su tutti è rifulsa la figura e l’opera di San Paolo, predicatore del Vangelo, annunciatore ai padri della nostra città della fede cristiana, “incipit” per la tradizionale ambasceria alla Vergine che ha prodotto per Messina la Lettera di Maria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiusura dell'Anno Paolino - Isole Eolie

Pellegrinaggio di ringraziamento

 

 

Martedì 12 maggio, nella Basilica Cattedrale di Lipari, l’Arcivescovo Metropolita Mons. Calogero La Piana ha chiuso le manifestazioni culturali e religiose nel territorio delle Isole Eolie, in occasione del bimillenario della nascita dell’apostolo Paolo.

La chiusura è stata anticipata e realizzata a Lipari, rispetto a quella ufficiale del 29 giugno, per favorire quanti, a causa delle ben note difficoltà dei mezzi di comunicazione, non potranno parteciparvi a Messina. Il rito è stato aperto da un pellegrinaggio, mosso dalla Chiesa di S. Antonio verso la Cattedrale, a cui hanno partecipato tutti i sacerdoti che prestano il loro servizio nelle varie isole, con una larga partecipazione di fedeli. Tra canti e preghiere, è stata portata in processione, lungo la via che sale verso la Cattedrale, su uno scenario di bellezze naturali, un’icona raffigurante l’Apostolo Paolo con il libro nella mano sinistra e la spada nella destra.

Presenti anche il Sindaco di Lipari, il Vicario generale della Diocesi don Carmelo Lupò e il Coordinatore diocesano dell’Anno Paolino, mons. Giuseppe Costa, che ha guidato i vari momenti del raduno, del pellegrinaggio e della celebrazione. Giunti alla porta centrale della cattedrale, l’Arcivescovo ha incensato l’icona di San Paolo e, dopo avere pronunciato la preghiera paolina, è entrato con tutto il popolo di Dio nella casa del Signore.

Nell’omelia, Mons. La Piana ha sottolineato l’importanza della figura e dell’opera di San Paolo che ha testimoniato, con la vita e con le sue preziose lettere, la forza del vangelo e dell’adesione a Cristo. Il rito liturgico si è concluso con la preghiera di chiusura dell’Anno Paolino e con la benedizione.

Sacerdoti e fedeli hanno gioito per questo anno intenso di fede cristiana, vissuto all’insegna della testimonianza dell’Apostolo Paolo, che ha solcato più volte il mare per giungere a portare l’annunzio del Cristo risorto a tutte le genti, prima di essere condotto a Roma, per dare la sua testimonianza con il martirio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Barcellona San Paolo

Pellegrinaggio di ringraziamento

Zona pastorale Tirrenica

 

 

 

 

 

Sabato 20 giugno le comunità ecclesiali della zona tirrenica della diocesi si sono riunite attorno al Arcivescovo per un pellegrinaggio di ringraziamento e per la celebrazione eucaristica in onore di S. Paolo. Ringraziamento e preghiera per permettere a tutte le comunità, che si sono impegnate nell’itinerario proposto dalla Chiesa per riflettere sulla figura dell’apostolo, di vivere una profonda esperienza di comunione. Per l’occasione, i fedeli si sono riuniti nel territorio della parrocchia dei Santi Paolo e Giobbe, su cui ricade la chiesa giubilare, in Cannistrà S. Paolo di Barcellona. Viste le piccole dimensioni della chiesa, i fedeli si sono radunati nell’ambiente circostante all’aperto, dove è stato allestito, decorosamente, un luogo destinato alla celebrazione.

Ad accogliere l’Arcivescovo, mons. Calogero La Piana, il parroco della comunità P. Nino Cavallaro, il vicario foraneo P. Tindaro Iannello e trenta sacerdoti tra parroci e religiosi che operano nei vicariati della zona tirrenica. Presenti anche il Vicario generale, P. Carmelo Lupò e il Coordinatore diocesano dell’Anno paolino, mons. Giuseppe Costa, che ha guidato il pellegrinaggio dalla chiesa giubilare al luogo della celebrazione e ha dato lettura del Decreto per l’Indulgenza Plenaria. Giunti al luogo della celebrazione, dopo una breve orazione, l’Arcivescovo ha dato inizio alla celebrazione a cui hanno partecipato tutti i fedeli che, nella zona tirrenica, si sono impegnati ad essere parte attiva nell’occasione di questo anno giubilare. Così, nel canto unanime, ha avuto inizio la celebrazione vissuta nello splendido scenario della vallata che, all’orizzonte, guarda allo sfondo delle isole Eolie, a Capo Milazzo e a buona parte della costa barcellonese fino a Tindari.

La peculiarità dell’evento è stata sottolineata dall’Arcivescovo nelle parole dell’omelia: egli dapprima ha espresso l’immensa gioia per la sua presenza attorno ai fedeli e, in particolare attorno ai numerosi presbiteri, parroci e religiosi, che hanno concelebrato con lui; successivamente ha sottolineato l’importanza della figura dell’Apostolo Paolo che ha testimoniato, con la vita, quell’amore in Cristo di cui aveva fatto esperienza. Mons. La Piana ha puntato alla riscoperta della figura dell’Apostolo, il quale per noi, oggi come allora, è l’icona emblematica della testimonianza, tema scelto da lui quest’anno per la Lettera Pastorale inviata alla Diocesi. Nel ribadirlo, ha concluso con l’invito a rinnovare l’adesione a Cristo, pietra angolare, sorgente di vita, dal quale attingere forza nel pellegrinaggio dell’esistenza verso la Gerusalemme del cielo e testimoniarlo vivendo. Alla fine dell’Eucaristia, l’Arcivescovo ha formulato i suoi ringraziamenti nei confronti di coloro che si sono impegnati nella celebrazione di questo anno giubilare, ed ha esortato i presenti a partecipare alla chiusura ufficiale il 29 giugno in Cattedrale per proclamare, nella gioia unanime, la conclusione di un’esperienza largamente condivisa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pagliara di Roccalumera

Pellegrinaggio di ringraziamento

Zona pastorale Ionica

 

 

 

 

 

Lunedì 22 giugno, nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo, a Pagliara, accolti dal Parroco, don Santino Caminiti, si sono radunati oltre venti parroci, insieme a religiose e fedeli della zona pastorale Ionica, per il conclusivo pellegrinaggio di ringraziamento dell’Anno Paolino. Presenti anche il sindaco e alcuni primi cittadini dei comuni vicini. Il Parroco ha accolto l’Arcivescovo, mons. Calogero La Piana che, accompagnato dal Vicario Generale, don Carmelo Lupò e dal Coordinatore Diocesano per l’Anno Paolino, mons. Giuseppe Costa, ha presieduto il pellegrinaggio e la Celebrazione Eucaristica di ringraziamento.

Con il canto delle litanie, intervallate, da brani delle Lettere dell’Apostolo, i pellegrini hanno percorso la via principale del paese, seguendo una icona di S. Paolo portata dagli operatori pastorali e giungendo nella ristrutturata piazza del Municipio dove, su un ampio e decoroso palco, appositamente allestito, è stata celebrata l’Eucaristia. Dopo il saluto del Vescovo, Mons. Costa ha dato lettura del Decreto della sacra Penitenzeria Apostolica e del successivo Decreto del Vescovo di Messina Lipari S. Lucia del Mela, con il quale viene concessa l’Indulgenza Plenaria, alle solite condizioni, in occasione delle celebrazioni nell’Anno Paolino.

Nell’omelia, mons. La Piana ha rimarcato le tappe fondamentali della vita dell’Apostolo, che ha scelto di vivere in pienezza la sua chiamata come apostolo e come missionario per il vangelo, non mancando di sottolineare come sia diventato un modello per i credenti di ogni epoca e cultura. L’Arcivescovo ha incoraggiato tutti i presenti a partecipare il 29 giugno, nella Basilica Cattedrale di Messina, alla Solenne Chiusura dell’Anno Paolino, sottolineando che alle chiese giubilari verranno consegnati i “segni paolini”, come simboli dell’impegno da vivere ogni giorno. La celebrazione Eucaristica è stata accompagnata appropriati e liturgici dai canti della corale, formata da elementi delle varie comunità parrocchiali dei vicariati della zona ionica, magistralmente diretta da Sr. Graziella, cappuccina del S. Cuore. Al termine dell’Eucaristia, dopo il saluto e il ringraziamento del Sindaco di Pagliara, l’Arcivescovo ha benedetto tutti i presenti e la ristrutturata piazza, inaugurata proprio con la celebrazione odierna in onore di S. Paolo.

Al termine, e dopo un pellegrinaggio a ritroso per le vie secondarie del paese, tra caratteristiche casette, vicoli e piccole salite e discese, l’Arcivescovo, i sacerdoti e tutti gli operatori pastorali sono stati invitati, dal Sindaco, nella sala del Consiglio Comunale per un momento di serena e fraterna condivisione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Messina

Veglia Eucaristica nella parrocchia dei S.S. Pietro e Paolo

 

 

 

 

 

Domenica 28 giugno, vigilia della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo e della chiusura dell’Anno Paolino, le comunità ecclesiali di Messina e Villaggi si sono radunati presso la Chiesa giubilare dei SS. Pietro e Paolo per una solenne Veglia Eucaristica, presieduta dal’Arcivescovo. Accolti dal Parroco, don Franco Arena e dalla comunità parrocchiale, che ha preparato l’evento, numerosi si sono radunati sacerdoti, religiosi e religiose, fedeli laici assieme alla Confraternite e alle Associazioni cattoliche, che hanno generosamente risposto all’invito per la celebrazione vigilare. I novizi rogazionisti, assieme ai ministranti della Parrocchia, hanno curato il servizio liturgico.

Alle ore 20,45, proveniente da Briga Marina, dalla chiesa di S. Paolo, è giunta la fiaccola portata dall’ultimo dei tedofori del CTG e dell’Associazione Cento Messinesi per Messina 2008, che hanno percorso la via antica che, dalla periferia porta al centro della città, rintracciando simbolicamente il cammino dell’Apostolo Paolo che, sceso a Briga per annunciare il Vangelo, ha fatto sì che esso fosse accolto nella città di Messina.

Alle 21,00 ha avuto inizio la Veglia di Adorazione Eucaristica, con canti, preghiere e riflessioni, preparati dal Coordinatore Diocesano mons. Costa, su brani delle Lettere dell’Apostolo, incentrati sui temi dell’amore, della santità, della testimonianza e della missione, in continuità con le prime due lettere pastorali dell’Arcivescovo. Alle 22,00 si è snodata, per il perimetro dell’area parrocchiale la processione eucaristica, accompagnata da canti e preghiere e dalle numerose luci delle candele che hanno illuminato di fulgida bellezza l’oscurità della notte. Quasi una consegna, quella dell’Apostolo Paolo, attraverso la parola dei suoi scritti, della persona di Gesù Cristo, adorato e portato per le vie della città, con la gioia e l’entusiasmo di annunciarlo a tutti.

Al rientro in Chiesa, quasi a mezzanotte, la benedizione Eucaristica e le parole conclusive dell’Arcivescovo, il quale si è complimentato per la grande partecipazione di fedeli, hanno accompagnato tutti i presenti, che sono ritornati alle loro case carichi di una testimonianza ineguagliabile proveniente dalla figura dell’Apostolo, perfetto imitatore di Cristo, crocifisso, risorto e sempre presente nella Chiesa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiusura DIOCESANA dell'Anno Paolino

Basilica Cattedrale di Messina

 

 

 

 

 

Lunedì 29 giugno, alle ore 18,30, tutta la Comunità Diocesana di Messina Lipari S. Lucia del Mela, si è ritrovata attorno al Pastore, l’Arcivescovo mons. Calogero La Piana, per la solenne chiusura dell’Anno Paolino Diocesano, in concomitanza con la chiusura romana, presso la Basilica Patriarcale di S. Paolo Fuori Le Mura. Singolari e commoventi i vari momenti che hanno preceduto la Concelebrazione Eucaristica.

Alle ore 18,15, dopo l’ingresso dell’Arcivescovo, è stata accolta in Cattedrale, tra canti e preghiere, la Statua lignea di San Paolo, proveniente dalla Parrocchia dei Santi Pietro e Paolo apostoli, accompagnata dal Parroco e dai fedeli della comunità parrocchiale. Portata a spalla, tra due ali di folla festante, è stata collocata ai piedi del presbiterio e salutata dal Vescovo, dal Vicario Generale, dal Coordinatore Diocesano dell’anno Paolino, dai Parroci delle cinque Chiese giubilari, dai presbiteri, dai religiose, dalle religiose e dalla folla dei fedeli laici, giunti da ogni zona pastorale della Diocesi.

Alle 18,30 ha avuto inizio la Concelebrazione Eucaristica che, celebrando il ricordo di Pietro e Paolo, ha unito nella liturgia la testimonianza di fede e l’esperienza diversa e complementare delle due colonne della Chiesa: il pescatore di Galilea e il fariseo di Tarso, divenuti, per elezione di Cristo, i Santi Apostoli Pietro e Paolo. Toccante l’omelia dell’Arcivescovo, che ha ricordato le tappe dell’Anno Giubilare e ha riletto la vita dei due Apostoli alla luce dei ricchissimi brani della Parola di Dio, illuminando tutti i presenti con la ricchezza della sua parola.

Al termine della celebrazione, il Coordinatore dell’Anno Paolino, mons. Giuseppe Costa, ha ripercorso tutte le tappe significate dell’anno giubilare, sottolineando il dono di grazia che, per volere di Papa Benedetto XVI, ne è venuto alla Chiesa universale e alla nostra Chiesa locale, dal riflettere sulla figura e sull’opera dell’Apostolo delle genti. Nella lunga elencazione delle proposte culturali e delle iniziative pastorali è stata messa in evidenza la grande corrispondenza del popolo di Dio, che non ha mai mancato di partecipare ad ogni evento con spirito di fede e con profondo desiderio di conoscenza e di imitazione. Subito dopo l’intervento del Coordinatore Diocesano, i Parroci delle cinque Chiese giubilari della Diocesi hanno presentato al Vescovo i cinque segni paolini, che sono rappresentati nel logo dell’Anno Giubilare e che racchiudono tutta l’esperienza e la vita dell’Apostolo.

Con la supplica a S. Paolo, con il canto e con la benedizione, impartita dall’Arcivescovo, si è conclusa la celebrazione Eucaristica e si è chiuso questo straordinario anno di grazie che è stato l’Anno Paolino, nella ricorrenza del Bimillenario della nascita dell’Apostolo delle genti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 
   

PARROCCHIA

S.S. PIETRO E PAOLO

MESSINA

 

CHIESA GIUBILARE

PER L'ACQUISTO

DELL'INDULGENZA PLENARIA

 

 
     

Indulgenza Plenaria dell’Anno Paolino

I peccati non solo distruggono o feriscono la comunione con Dio, ma compromettono anche l’equilibrio interiore della persona e il suo ordinato rapporto con le creature. Per un risanamento totale, non occorrono solo il pentimento e la remissione delle colpe, ma anche una riparazione del disordine provocato, che di solito continua a sussistere. In questo impegno di purificazione il penitente non è isolato. Si trova inserito in un mistero di solidarietà, per cui la santità di Cristo e dei santi giova anche a lui. Dio gli comunica le grazie da altri meritate con l’immenso valore della loro esistenza, per rendere più rapida ed efficace la sua riparazione.La Chiesa ha sempre esortato i fedeli a offrire preghiere, opere buone e sofferenze come intercessione per i peccatori e suffragio per i defunti. Nei primi secoli i vescovi riducevano ai penitenti la durata e il rigore della penitenza pubblica per intercessione dei testimoni della fede sopravvissuti ai supplizi. Progressivamente è cresciuta la consapevolezza che il potere di legare e sciogliere, ricevuto dal Signore, include la facoltà di liberare i penitenti anche dei residui lasciati dai peccati già perdonati, applicando loro i meriti di Cristo e dei santi, in modo da ottenere la grazia di una fervente carità. I pastori concedono tale beneficio a chi ha le dovute disposizioni interiori e compie alcuni atti prescritti. Questo loro intervento nel cammino penitenziale è la concessione dell’indulgenza. Si ha l’indulgenza “plenaria” quando la liberazione è totale; altrimenti si ha l’indulgenza “parziale”. Per ricevere l’indulgenza plenaria si richiedono: una disposizione di distacco affettivo da qualsiasi peccato, anche veniale; l’attuazione di un’opera indulgenziata; il soddisfacimento, anche in giorni diversi, di tre condizioni, che sono la confessione sacramentale, la comunione eucaristica e la preghiera secondo l’intenzione del papa. Le indulgenze, plenarie e parziali, possono essere applicate ai defunti a modo di suffragio. La pratica delle indulgenze non pregiudica il valore di altri mezzi di purificazione, come anzitutto la santa Messa e l’offerta della propria sofferenza. Costituisce anzi un incoraggiamento a compiere opere buone a vantaggio di tutti.

 

Indicazioni e orientamenti

 

 I pellegrinaggi (anche per categorie: bambini, ragazzi, giovani, anziani, ammalati etc.) hanno lo scopo di visitare non solo la chiesa di pietre ma la comunità ecclesiale vivente dei fedeli e quindi riteniamo che il momento più espressivo dell’incontro sia la Santa Messa parrocchiale già programmata dalla pastorale ordinaria: Giorni festivi: S. Messe ore 8 – 11  - 17 (ora solare) – 18 (ora legale) Giorni feriali: S. Messa ore 17 (ora solare) – 18 (ora legale)

· Si consiglia di far precedere al pellegrinaggio un’opportuna catechesi sull’Indulgenza Plenaria, sul Messaggio Paolino e la celebrazione del Sacramento della Riconciliazione da effettuarsi, ovviamente, nella chiesa di appartenenza.

· Il raduno iniziale dei fedeli avviene mezz’ora prima della Messa, nel cortile della parrocchia, nel quale si può parcheggiare.

· I sacerdoti che intendono concelebrare  portino l’occorrente.

· Gli organizzatori dei pellegrinaggi avvisino il parroco almeno una settimana prima per mezzo delle vie indicate nell’intestazione (telefono, fax, email), concertando le modalità del pellegrinaggio.

 

 

 

 

settembre 2008 © Arcidiocesi di Messina  Lipari  S. Lucia del Mela