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- APERTURA DELL'ANNO PAOLINO 27 giugno 2008, ore 18,30: Pellegrinaggio sulla "pietra di Paolo", presieduto dall'Arcivescovo Metropolita S.E. Rev.ma Mons. Calogero La Piana. Chiesa "San Paolo Apostolo", Briga Marina - Messina
28 giugno 2008, ore 18,00: Apertura dell'Anno Paolino. Celebrazione Eucaristica presieduta dall’Arcivescovo, con Dedicazione della Chiesa e Consacrazione dell'altare della Chiesa "San Paolo Apostolo", Camaro Inferiore S. Paolo - Messina
- PELLEGRINAGGI DI RINGRAZIAMENTO 12 maggio 2009: Concattedrale "San Bartolomeo", Lipari. Per le isole Eolie
20 giugno 2009: Chiesa "San Paolo", S. Paolo - Barcellona. Per la zona tirrenica
22 giugno 2009: Chiesa "Santi Pietro e Paolo", Pagliara. Per la zona ionica
28 giugno 2009: Chiesa "Santi Pietro e Paolo", Messina. Per la città e i villaggi
- CHIUSURA DELL'ANNO PAOLINO 29 giugno 2009: Celebrazione Eucaristica, presieduta dall'Arcivescovo, nella Basilica Cattedrale di Messina
- 27 LUGLIO - 4 AGOSTO 2009 Pellegrinaggio in Turchia, sulle orme di Paolo, in collaborazione con l'Ordine Equestre del S. Sepolcro
29-30 settembre: Messina, Seminario Arcivescovile "S. Pio X" 2 ottobre: Lipari, "Centro Giovanile" Aggiornamento biblico e teologico paolino
Ottobre 2008: Intronizzazione e consegna della Lettera ai Romani, la Magna Charta di Paolo, nelle Comunità Ecclesiali della Diocesi
- Gennaio martedì 27 (Messina): mercoledì 28 (S. Teresa); giovedì 29 (Milazzo) - Marzo martedi 10 (Messina): mercoledì 11 (S. Teresa); giovedì 12 (Milazzo) - Maggio martedì 5 (Messina): mercoledì 6 (S. Teresa); giovedì 7 (Milazzo) - 17 febbraio e 24 marzo: Lipari Aggiornamento biblico e teologico paolino
Domeniche di Avvento 2008: Lettere ai Tessalonicesi Scarica il volantino - Scarica la brochure Domeniche di Quaresima 2009: Lettere ai Corinti
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Istituto Teologico "S. Tommaso" Master in Teologia e spiritualità paolina. Uno stage mensile (venerdì, ore 16,30-18,45) da ottobre a maggio, per approfondire la figura e l'opera di Paolo. (Direttore del Corso: Prof. mons. Giuseppe Costa)
Prolusione dell'Anno Accademico: IO novembre 2008 (Prof. mons. Romano Penna, Roma PUL)
"S. Maria della Lettera" (ISSR) Prolusione dell'Anno Accademico: 27 novembre 2008 (Prof. don Pasquale Basta, Roma PIB)
IO dicembre 2008. Proff. Giuseppe Costa (Messina, Uborio Di Marco (Patti), Rosario Pistone (Palermo)
l'opera di Paolo IO gennaio 2009: Chiesa "Santa Caterina", Messina (in collaborazione con l'Ordine Equestre del S. Sepolcro)
26 gennaio 2009, ore 16,00: "Paolo, grande comunicatore" (in collaborazione con le Suore Figlie di San Paolo)
14 febbraio 2009: "La famiglia nella catechesi paolina", Seminario Arcivescovile "S. Pio X"
20 aprile 2009. Proff. Giuseppe Costa (Messina), Vincenzo Marano (Messina), Rosario Gisana (Noto)
Nella Rivista ltinerarium n. 41 (gennaio-aprile 2009). Proff. Ugo Vanni (Roma PUG), Romano Penna (Roma PUL), Antonio Pitta (Roma PUL), Prosper Grech (Roma IPA), Rosario Gisana (Noto STSP), Giuseppe Costa (Messina ITST)
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“L’ambiente e la figura di Paolo: Ebreo di nascita, Apostolo delle genti per vocazione ”
Lunedì 29 settembre: Paolo, Ebreo di nascita e persecutore
Martedì 30 settembre: credente e apostolo per vocazione
Giovedì 2 ottobre: Paolo, Ebreo, credente e apostolo per vocazione
Messina 29-30 settembre 2008, ore 16,00-18,30: Seminario Arcivescovile S. Pio X Lipari 2 ottobre 2008, ore 15,30-18,00: Centro Giovanile
L’ambiente vitale e la figura di Paolo In occasione dell’Anno Paolino, indetto da Benedetto XVI per solennizzare il bimillenario della nascita dell’Apostolo Paolo, anche nella nostra Diocesi sono state messe in atto numerose iniziative che, come scopo primario, si prefiggono una conoscenza più approfondita della figura e dell’opera dell’Apostolo, per poter fare tesoro della sua esperienza e crescere nell’amore verso Dio e i fratelli. Dopo le celebrazioni liturgiche di apertura nelle varie Chiese Giubilari, il primo momento importante è stato l’Incontro Diocesano di Formazione Paolina, organizzato per tutti gli operatori pastorali, il 29 e il 30 settembre scorsi nel Seminario Arcivescovile «San Pio X», di Messina, e il 2 ottobre, nei locali del “Centro Giovanile”, di Lipari. In queste tre giornate, negli incontri tenutisi dalle ore 16:00 alle 18:30, i numerosi presenti hanno avuto modo di riflettere su vari aspetti della vita e dell’attività di Paolo e comprendere come egli, uomo del suo tempo, impegnato nell’affermazione delle sue idee e nella realizzazione di suoi progetti, abbia dovuto fare i conti con il progetto di Dio che ne ha fatto una “creatura nuova”. Nella prima giornata, al saluto dell’Arcivescovo S.E. Rev.ma Mons. Calogero La Piana, hanno fatto seguito gli interventi del prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di Sacra Scrittura e Vicepreside presso l’Istituto Teologico «S. Tommaso» a Messina; del prof. don Valerio Chiovaro, Docente di Sacra Scrittura presso lo Studio Teologico «Pio XI» e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose «Vincenzo Zoccali» a Reggio Calabria; e del prof don Michele Viviano, Docente di Sacra Scrittura presso l’Istituto Teologico «S. Tommaso» a Messina.
Paolo nel suo contesto culturale, religioso, politico Il professore Costa, presentando l’ambiente vitale di Paolo e tracciando le linee del contesto sociale, politico e religioso, ha fatto emergere come il campo operativo dell’Apostolo si sviluppò intorno al Mediterraneo per trovare il culmine a Roma, suo punto di arrivo e punto di partenza del Cristianesimo. La sua esperienza non si può comprendere se scissa dal periodo in cui visse: la realtà greca del I sec. d.C. pullulante di nuovi influssi, con l’apertura della città ellenistica, con la nascita delle religioni misteriche e di nuove correnti filosofiche; la politica e l’organizzazione di Roma, “caput mundi”; la sfaccettata natura e le varie credenze delle sette religiose giudaiche lo stimolarono e lo favorirono. Paolo, nato a Tarso tra il 6 e il 10 d. C., giudeo di fede ebraica che aveva ereditato la cittadinanza romana e profondo conoscitore della lingua e della cultura greca, è un vivo esempio di ecumenismo: in lui la via ebraica, la via greca e la via romana convergono e si fondono unificate dalla via di Cristo. In seguito il prof. Chiovaro soffermandosi sulla personalità, sul carattere e sullo stile di San Paolo, ha sottolineato come Saulo, letteralmente «richiesto da Dio», nato in una città cosmopolita culturalmente attiva si formò secondo la Mishnah, studiando la legge e lavorando manualmente; allievo del rabbino Gamaliele, facente parte della setta dei farisei, seppe aprirsi all’interreligiosità; conoscitore di varie lingue Paolo parlerà di sé solo per evangelizzare, per parlare di Cristo e per parlare di noi, con grande ricchezza di linguaggio affettivo, indice di uno stile che è di sicuro l’amore in Cristo e nei fratelli. Nell’ultima relazione, il prof. Viviano ha presentato i viaggi di Paolo: dalle Lettere e dagli Atti si evince che l’Apostolo, la cui area di movimento fu il Mediterraneo nord-orientale, viaggiò per mantenere la comunione fra le chiese portando anche aiuti economici e annunciare Cristo e il suo Vangelo anche ai pagani.
Da persecutore ad Apostolo per vocazione I lavori della seconda giornata sono iniziati con l’intervento del Vicario Generale, don Carmelo Lupò, sulla “vocazione o conversione” di Paolo: l’evento di Damasco, raccontatoci dalle fonti e riletto da molti studi, ci rivela un evento non casuale, ma voluto e preparato d Dio. Un evento in cui Cristo si rivela, si rende presente e si identifica con la Chiesa. Un evento in cui Paolo vede svanire i suoi progetti davanti al progetto di Dio che è grazia. Nella seconda relazione il prof. don Stefano Ripepi, Docente di Sacra Scrittura presso lo Studio Teologico «Pio XI» e presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose «Vincenzo Zoccali» a Reggio Calabria, ha affrontato il problema dell’autenticità e dell’integrità degli scritti di Paolo, illustrando l’iter storico-critico della questione e la posizione della Chiesa. Nell’ultimo intervento, dedicato alla cronologia paolina, il prof. Giuseppe Costa, dopo aver inquadrato tutta l’esperienza di Paolo in circa ottanta anni, non mancando di rivolgere uno sguardo su Roma e sulla sua politica di quel periodo, ha fatto cenno alla tradizione riguardante l’Apostolo a Messina: una tradizione antica, costante, ma di certo poco conosciuta. A conclusione delle due giornate l’Arcivescovo, dopo aver ringraziato i relatori e in modo particolare mons. Giuseppe Costa, Coordinatore Diocesano dell’Anno Paolino, che ha guidato i lavori, ha annunciato le prossime iniziative che offriranno alla città e all’intera Diocesi la possibilità di attingere dalla testimonianza di Paolo la fede, la forza e la gioia di testimoniare il Vangelo di Cristo che, con il suo amore, rende nuove tutte le cose.
Anche le isole Eolie sono state coinvolte nell’Incontro Diocesano di Formazione Paolina, con un pomeriggio di studio e di riflessione molto intenso. Introdotto dal saluto del Vicario Generale, don Carmelo Lupò, che ha rappresentato l’Arcivescovo, il prof. Giuseppe Costa ha aperto i lavori illustrando il tema presentato nella due giorni di Messina e coordinando i successivi interventi dello stesso prof. Lupò e del prof. Michele Viviano. Anche a Lipari, il numeroso e attento uditorio ha dimostrato vivo interesse per la tematica, manifestando un desiderio di conoscenza e di approfondimento della figura e dell’opera dell’Apostolo delle genti. Particolarmente apprezzata, dai presbiteri e dagli operatori pastorali, l’attenzione con la quale l’Arcivescovo ha voluto inserire delle giornate “in loco”, proprie per la realtà delle Isole Eolie, per favorire la più larga partecipazione.
Prossimi appuntamenti L’Itinerario di Formazione Paolina prosegue, immediatamente, con la consegna della Lettera ai Romani, strumento preparato dal prof. Costa (con introduzione, commento e schede di riflessione) offerto a tutta la Diocesi, e con le Catechesi sulle Lettere ai Tessalonicesi, nelle quattro Domeniche di Avvento in Cattedrale. In Gennaio, Marzo e Maggio riprendono gli Incontri di Formazione nelle varie zone pastorali della Diocesi.
Il testo è quello della nuova traduzione italiana de “La Sacra Bibbia”, nella versione ufficiale a cura della Conferenza Episcopale Italiana 2008, mentre l’introduzione, il commento e le schede di riflessione sono state preparate dal professore mons. Giuseppe Costa, Ordinario di Sacra Scrittura e Vicepreside dell’Istituto Teologico “S. Tommaso”, di Messina. La divulgazione di questa Lettera, una delle più importanti di tutto l’Epistolario Paolino, è un’occasione per dare risonanza all’invito del Pontefice che esorta tutto il popolo di Dio, in modo particolare in quest’anno, ad approfondire la figura dell’Apostolo e a trarre nutrimento dalla sua testimonianza di vita, spesa alla sequela di Cristo e alla diffusione del Vangelo, “in tutte le direzioni del mondo” (Rm 15,19). Le tredici epistole tramandate dalla Tradizione della Chiesa e inserite nel Canone, che egli inviò in qualità di “servo di Cristo Gesù, apostolo per chiamata, scelto per annunziare il vangelo di Dio” (Rm 1,1), sono una testimonianza dell’amore per le Comunità che, dopo aver edificato con la testimonianza di fede nel Cristo morto e risorto, continuava a nutrire, gettando il seme della parola di Dio e attualizzando i principi della fede nella vita comunitaria e personale di ciascun credente. Le esortazioni e i moniti, lanciati dall’Apostolo ai credenti, sono validi ancora oggi per gli uomini di tutti i tempi che si mettono alla sequela di Cristo e del vangelo. In modo particolare, la Lettera ai Romani rappresenta una preziosa sintesi dottrinale, morale e pastorale ed è un valido strumento da utilizzare all’interno delle Parrocchie, nelle Comunità religiose, nei movimenti ecclesiali per formare il popolo di Dio e arricchirlo con la testimonianza sempre valida e attuale di un autentico “servo di Cristo”. Il testo è arricchito da un’introduzione generale, dalla suddivisione in parti e sezioni, da titoli e sottotitoli. Il commento, semplice e immediato, pur nel rispetto della scientificità esegetica, consente una comprensione sempre più profonda di uno scritto che a volte potrebbe risultare difficile da interpretare, mentre le “Schede di riflessione” permettono l’utilizzazione del testo nella Lectio Divina, nei Ritiri spirituali e nella Catechesi. Ringrazio il professore Giuseppe Costa per il lavoro svolto, con competenza e spirito di servizio alla Diocesi, e mi auguro che esso possa essere occasione di crescita nella fede di tutto il nostro popolo di Dio. Paolo, apostolo di Cristo, ci accompagni in questo cammino affinché come Chiesa possiamo riscoprirci “amati da Dio e santi per chiamata” (Rm 1,7), per “essere trasparenza luminosa di Cristo” nel mondo (Lettera pastorale, 2008-2009).
Messina, 12 ottobre 2008 + Calogero La Piana Arcivescovo Metropolita
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Venerdì 24 ottobre presso l’Istituto Teologico “S. Tommaso”, alle ore 15,30, è stato inaugurato il Master in Teologia e Spiritualità Paolina. Promotore e Direttore del Corso il prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di Sacra Scrittura e Vicepreside dello stesso Istituto, nonché Coordinatore Diocesano dell’Anno Paolino.
All’atto Accademico, introdotto e moderato dal preside prof. don Giovanni Russo, che ha relazionato sulla vita e sulle attività dell’Istituto, sono intervenuti con il saluto l’Arcivescovo, Mons. Calogero La Piana, e l’Ispettore dei salesiani di Sicilia, don Giovanni Mazzali. Il prof. Costa, partendo dalla relazione di Penna, ha rielaborato nel suo intervento una rilettura esistenziale della vita e della vicenda umana e spirituale dell’Apostolo Paolo, contestualizzandone la figura alla luce di Gesù, della chiesa primitiva e del giudaismo.
La relazione del prof. Costa è stata accolta con grande entusiasmo dall’affollata presenza che gremiva l’Aula Magna dell’Istituto, suscitando l’interesse sull’apostolo Paolo e sulle ricadute del suo insegnamento per la Chiesa di oggi. Allietata da intermezzi musicali, la Prolusione è stata conclusa dall’intervento del preside Russo che, ringraziando il Relatore e tutti presenti, ha ricordato le altre manifestazioni di cui l’Istituto si rende promotore per far conoscere sempre meglio la figura e l’opera di San Paolo: il Master paolino, già in corso, e il Simposio di Studi paolini del prossimo 10 dicembre.
Giovedì 27 Novembre si è tenuta all’Istituto Superiore di Scienze Religiose “S. Maria della Lettera” la solenne prolusione dell’Anno Accademico. L’antica Sala di lettura della Biblioteca dell’Istituto ha accolto docenti, allievi, sacerdoti, religiosi e laici, convenuti per approfondire un nuovo aspetto della figura e dell’opera dell’apostolo Paolo. Il Direttore, prof. mons. Eugenio Foti, dopo aver salutato tutti i presenti, ha tracciato una breve storia dell’Istituto, illustrandone le iniziative e le attività accademiche attuali.
Il prof. Costa ha presentato all’uditorio il prof. don Pasquale Basta, illustrandone il curriculum di studi, che lo ha condotto dalla Licenza in Sacra Scrittura alla Tesi dottorale. Proprio quest’ultima, per la brillante intuizione contenuta, gli ha consentito di accedere alla docenza presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Ha sottolineato, inoltre, che il suo modo di procedere e argomentare, leggendo il Nuovo Testamento attraverso l’Antico, ha molto da dire oggi nel dialogo, non sempre facile, non solo fra ebraismo e cristianesimo, ma fra tutte le religioni che cercano di trovare punto di incontro e di dialogo.
Alla fine, il Direttore e l’Arcivescovo hanno consegnato i diplomi di Magistero a quanti nell’anno accademico trascorso hanno completato il loro curriculum di studi.
Domenica 30 novembre 2008, alle ore 18,30, nella splendida cornice della Basilica Cattedrale, si è tenuta la prima delle quattro catechesi sul tema “La Chiesa in attesa della venuta del Figlio”, che saranno sviluppate nelle domeniche d’Avvento dal prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di Sacra Scrittura e Vicepreside dell’Istituto S. Tommaso.
Il Vicario Generale, al termine della relazione del prof. Costa, ha tratto le conclusioni, augurando ai presenti di crescere nella fede, mettendosi all’ascolto della parola dell’ Apostolo Paolo. Prossimo appuntamento domenica 7, alle ore 18,30.
La seconda catechesi biblica in Cattedrale sulle Lettere ai Tessalonicesi, nelle quattro Domeniche di Avvento, ha avuto come tema “Tribolazione, pazienza e speranza in attesa della gloria futura”. Mons. Giuseppe Costa si è soffermato, in modo particolare, sulla Seconda Lettera ai Tessalonicesi, presentandone inizialmente il contenuto e le questioni riguardanti l’autenticità paolina per poi passare allo sviluppo del tema proposto.
La parusia, in effetti, sarà preceduta dall’apostasia e dall’uomo del peccato, il “figlio della perdizione”. Non si tratta di due segni, ma di un solo segno premonitore, dato che l’apostasia o la defezione religiosa generale sarà prodotta dalle seduzioni dell’uomo dell’iniquità, dell’anticristo, come spesso viene chiamato: i cristiani di Tessalonica conoscono per esperienza il suo potere seducente! L’invito di Paolo è quello di manifestare concretamente la loro fede nella venuta del Signore, comportandosi disciplinatamente e laboriosamente. Lavorare in pace, con Dio e con il prossimo, oltre che eliminare l’ozio e la detrazione, è un andare incontro al Signore con la lampada accesa e ben fornita dell’olio della carità (3,1-5). In questo atteggiamento di sana laboriosità, il Signore li confermerà nella fede, li custodirà dal maligno e dirigerà i loro cuori nell’amore e nella pazienza di Cristo.
San Basilio, alla domanda su chi fosse il cristiano, così rispondeva: “Il cristiano è colui che resta vigilante ogni giorno e ogni ora sapendo che il Signore viene”. Ecco perché l’Avvento non è solo una preparazione al Natale del Signore, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme. In verità, il cristiano sa che c’è un’altra venuta da attendere, ha la consapevolezza che la venuta nella gloria apre le porte del Regno eterno, conduce alla dimora del Padre, spalanca un futuro ricco di vera novità.
Anche in questa seconda catechesi, numerosa la partecipazione del popolo di Dio che, nonostante l’inclemenza del tempo, non ha voluto mancare all’appuntamento per conoscere e approfondire il pensiero dell’Apostolo Paolo. Al termine della catechesi, il Parroco della Cattedrale, Mons. Angelo Oteri, tracciando una breve sintesi dell’intervento e ringraziando l’Arcivescovo per la proposta di questa iniziativa che si inserisce nel contesto dell’Anno Paolino, ha voluto ringraziare i presenti per la loro attenzione e Mons. Costa per le sue parole. Prossimo appuntamento Domenica 14, sempre alle ore 18,30.
Domenica 14 dicembre, la Cattedrale ha aperto di nuovo le sue porte ai numerosi fedeli che si sono ritrovati per il consueto incontro di catechesi biblica in preparazione alla “venuta del Figlio”, accompagnati dalla parola competente e sicura del biblista mons. Giuseppe Costa. Il tema di questa terza catechesi: I segni della fine del mondo: apostasia e anticristo, ha contribuito sicuramente ad attirare un uditorio ancora più numeroso del solito, desideroso di accrescere la propria conoscenza su argomenti così importanti quanto sconosciuti della nostra fede. Il biblista ha esordito facendo un excursus attraverso l’Antico Testamento, per far conoscere all’uditorio i segni che avrebbero preannunciato l’avvicinarsi della fine: terribile guerra che vedrà la nazioni sollevarsi l’una contro l’altra; terremoti, carestie e distruzioni; segni nel cielo; apparizione di portenti misteriosi e terribili. Quella dell’Antico Testamento, ha ben messo in evidenza mons. Costa, era una letteratura e una terminologia ben nota all’Apostolo che si era formato nelle scuole rabbiniche, ed è pensando ad esse che Paolo si riferiva per rassicurare i Tessalonicesi (2Ts 2,3), ricordando loro che prima che arrivasse la Parusia, sarebbe avvenuta l’apostasia e sarebbe stato rivelato l’uomo iniquo, il figlio della perdizione, l’anticristo.
Per quanto riguarda l’anticristo ha messo in evidenza che negli scritti apocalittici dell’Antico Testamento, strettamente associato con i “segni della fine”, rappresenta il personaggio che si credeva sarebbe apparso negli ultimi giorni per ingaggiare battaglia addirittura contro Dio. Le sue radici possono essere ricondotte a Ez 38-39 dove si parla di «Gog della terra di Magòg», capo delle forze del male che si sollevano contro Dio. Pur cambiando l’identificazione dell’anticristo, permane la caratteristica di una figura che si oppone alla volontà di Dio.
Dopo la chiara spiegazione dei due termini, mons. Costa ha concluso affermando che l’anticristo non si manifesterà come un male visibile ed eclatante, ma si insinuerà nel cuore dell’uomo e della storia con la stessa arte seduttrice del serpente biblico, capace di camuffare il male con il bene e di indurre la creatura a tentare di occupare il posto del Creatore. Ha invitato infine ad attendere con fiduciosa speranza e trepidante attesa la venuta del Signore e l’instaurazione definitiva del suo regno che sarà pace e gioia nello Spirito Santo. Ultima catechesi di Avvento, attesa da tutti, domenica 21 dicembre, sempre alle ore 18,30.
Il cammino di preparazione alla “venuta del Signore”si è concluso, nella Basilica Cattedrale di Messina, con la presentazione dell’ultima catechesi di questo tempo di avvento, che ci ha condotto, in compagnia dell’Apostolo Paolo, fino alle soglie del Natale.
La speranza del superamento della morte è formulata per la prima volta nella Bibbia in Isaia (Is 26,19) e in Daniele (Dn 12,2). Ma è soprattutto nei Vangeli che la morte è considerata non come l’ultima parola, ma come l’inizio di una vita nuova (Mc 9,9-10). Paolo approfondisce nelle sue lettere la teologia della morte: essa è il prezzo del peccato (Rm 6,23) e Satana ha il potere sulla morte (Eb 2,14), anche se è solo Dio che salva, condanna, dà vita ai morti e chiama all’esistenza anche ciò che non esiste. Cristo resuscita per la nostra giustificazione (Rm 4,25) e morire con Cristo è morire al mondo, e alle potenze del mondo che rendono schiavi (Col 2,20). Il Salvatore ha fatto diventare l’uomo nuova creatura e gli ha donato nuova vita.
Paolo non avrà riguardo nel dire che
al di fuori della parusia del Cristo non vi è salvezza, in quanto la
“redenzione che è in Cristo Gesù” (Rm 3,24) non viene dagli uomini.
Infatti, nel mistero pasquale di morte e risurrezione, il Cristo è
divenuto non solo il portatore di
Mons. Costa ha concluso le sue catechesi affermando che Cristo non è morto e risorto per sé. Compiendo la volontà del Padre egli è divenuto “salvezza donata” per l’intera umanità, cioè è morto e risorto per tutti e tutti siamo morti e risorti in lui (2Cor 5,14). La sua morte e risurrezione sono strettamente legate al nostro essere trasformati in quella novità, che non ha rimpianto alcuno (2Cor 5,17). L’annuncio vibrante e colmo di speranza ha condotto l’uditorio alle porte del Natale con il cuore colmo di attesa e di gioia, pronto ad accogliere e a riconoscere, come i pastori di Betlemme, il Figlio di Dio, venuto nella carne, ma atteso nella gloria. Le catechesi sono state concluse con il saluto e l’augurio formulato a tutti i presenti da parte dall’Arcivescovo Calogero La Piana, che si è reso partecipe attraverso le parole del relatore e del parroco della Cattedrale, mons. Angelo Oteri. Sono stati annunciati, infine, i prossimi appuntamenti della formazione paolina nelle diverse zone pastorali della Diocesi (Messina, zona Ionica, zona Tirrenica, Isole Eolie), che si terranno nel mese di Gennaio, Marzo e Maggio. Prossime catechesi in Cattedrale nelle Domeniche di Quaresima, con la riflessione sulle Lettere ai Corinzi.
PREMESSA Non si può negare che, fra le 13 lettere paoline e della sua tradizione, quelle inviate alla comunità di Corinto, siano le più vivaci e dibattute: in esse si alternano questioni di vario genere e sentimenti contrastanti nelle relazioni tra il mittente e i destinatari. Per questo motivo, senza ignorare l’orizzonte ecclesiale presente in tutte le lettere paline, questo risulta particolarmente marcato in 1-2Cor, al punto da rappresentare un modello per le diverse maturazioni dei percorsi ecclesiali ovunque si intessano relazioni fondate sull’essere “in Cristo”. Della ricca corrispondenza tra Paolo e questa comunità dell’Acaia ci sono pervenute, purtroppo, solo due lettere: ignoriamo, da una parte, la “lettera delle lacrime (2Cor 2,4), scritta da Paolo tra la 1 e la 2Cor, e dall’altra quella o quelle indirizzata a lui dalla comunità, come confermano fugaci indizi di 1Cor 7,1.
QUALE CITTà è CORINTO? (Una similitudine “messinese”!)
Corinto si trova al centro dell’istmo che collega la Grecia al Peloponneso (mare Ionio e mare Egeo) e la chiamano la regina dei due mari. Città antica e ricca di storia gloriosa, dopo la distruzione ad opera dei Romani che la conquistarono e dopo che i suoi abitanti furono massacrati o dispersi, gli edifici incendiati o saccheggiati, le opere d’arte distrutte o depredate, rinasce ad opera di Giulio Cesare, che la ricostruisce (dopo quasi cento anni). Ha perso molto delle sue antiche tradizioni, anche perché è costituita da gente importata, che proviene dalle città vicine o che si è insediata nella nuova città solo per fini di guadagni e di benessere personale. Col tempo è diventata una città bella, moderna, con palazzi costruiti di recente, le strade larghe, le tante piazze, un nuovo impianto urbanistico, dove spuntano qua e là ricordi e vestigia di antiche glorie passate. Il gioiello più bello è il tempo dorico che si erge al centro della città, sopravvissuto e ricostruito in parte dalla distruzione, con le sue trent’otto colonne monolitiche: sede della vita della nuova città. Purtroppo non vi è grande cultura, perché gli abitanti sono interessati solo a fare i propri interessi e la classe politica che la governa è interessata ai propri commerci: i pochi ricchi che vi abitano sono grandi armatori, impegnati a difendere i propri diritti; i molti poveri son angosciati giornalmente dai problemi della sopravvivenza e si danno un po’ da fare per guadagnare quel poco che permette loro di vivere. Ultimamente, dopo un iniziale periodo di splendore, tutto sembra stagnare e nella città si sono diffusi costumi un po’ licenziosi: linguaggio volgare, soprattutto in alcuni quartieri della città, ricorrente il pericolo della prostituzione, accattonaggio per cui si muore anche per le strade, numerosi furti e rapine … mentre il commercio, prima florido, adesso sembra lentamente scemare. Rimangono i giochi istmici che onorano il dio Nettuno, il quale presiede alla città e alle sue feste annuali e che richiamano, almeno in quest’occasione, tanta gente da fuori.
UNA LETTERA PER UNA COMUNITà DIVISA (Prima Lettera ai Corinzi)
La 1Cor, scritta probabilmente intorno al 51 d.C., è indirizzata ad una comunità lacerata da molte divisioni che toccano tutti gli ambiti della vita cristiana: da quelli propriamente kerigmatici a quelli etici; da quelli di grande rilievo a quelli di scarsa consistenza: divisioni pratiche nella comunità; arrivismo per i carsismi più appariscenti; comportamento delle donne nell’assemblea; un caso di incesto; appello ai tribunali civili; le carni immolate agli idoli; la partecipazione alle assemblee e alla cena del Signore; i problemi della risurrezione … Tali questioni non nascono in astratto, ma in concreto, dovute principalmente alle notizie ricevute da altri o all’esplicita consultazione che i destinatari rivolgono a Paolo. La risposta di Paolo è sempre sulla linea di una radicalizzazione cristologica: ogni difficoltà viene risolta a partire dalla relazione con Cristo. Per questo motivo la 1Cor è introdotta dal kerigma della parola della croce (1Cor 1,18-31) ed è conclusa con il kerigma della risurrezione (1Co 15,1-58). Due temi fondamentali per due pagine eccelse: il tema del “corpo di Cristo” e l’orizzonte eucaristico; la pagina stupenda dell’inno agape (1Cor 13,1-13).
UNA VERA DIFESA DELL'APOSTOLATO (Seconda Lettera ai Corinzi) Dopo la 1Cor , Paolo ha scritto una lettera non pervenutaci, a cui egli stesso accenna in 2Cor 2,4: “Vi ho scritto in un momento di grande afflizione e col cuore angosciato, fra molte lacrime …”. In seguito invia la 2Cor dalla quale traspare, con passione, il conflitto tra Paolo e i cristiani di Corinto: narrazione sulle vicende personali e sui viaggi di Paolo; Difesa contro l’accusa di populismo; organizzazione della colletta per i poveri di Gerusalemme; difesa contro le accuse di un apostolato inferiore. A prima vista, la 2Cor sembrerebbe troppo personale per interessare anche oggi. In realtà, anche in questo caso, egli radicalizza la sua difesa per ricomprendere il proprio ministero a partire dal rapporto con Cristo, tanto da tramandarci una delle lettere più appassionate. Paolo intesse la sua difesa attraverso la duplice relazione con Cristo e con la stessa comunità di destinazione. Difendendo il suo ministero, Paolo non esita a evidenziare anche gli aspetti negativi o deboli, giacché nessuno può pretendere di esserne all’altezza: “noi abbiamo questo tesoro in vasi creta …”. In tal senso anche il ministero di Paolo si caratterizza come una personalizzazione continua della morte e della risurrezione di Cristo, attraverso una “necrosi” progressiva nel proprio corpo, che lascia spazio alla stessa vita di Cristo in noi. Un ministero crocifisso che porta in sé i germi della risurrezione.
Conclusione Le due lettere ai Corinzi attestano,più di altre lettere paoline, la fatica nella seminagione e nella costruzione di una comunità cristiana. Dalla loro analisi emerge non un’ecclesiologia “dall’alto”, anche se questa risulta importante per una sensibilità da coltivare (Efesini e Colossesi); ma un’ecclesiologia dal basso, con tutte le difficoltà che si incontrano nell’evangelizzazione e con casi concreti e quotidiani con cui confrontarsi. Significativo che, di fronte alle spaccature e alle divisioni che colpiscono la comunità di Corinto, Paolo non tenda a mistificare le relazioni, occultando i punti di maggiore attrito, ma le affronti a partire dalla relazione di fede con Cristo, e in particolare con la sua morte e risurrezione. Queste due lettere attestano come le grandi fratture etiche o ecclesiali della singole comunità o dei diversi credenti, non si risolvono prima di tutto attraverso soluzioni morali o con strategie pastorali ed ecclesiali ma, senza ignorare l’utilità di questi percorsi, ripartendo ogni volta dal kerigma della morte e risurrezione di Cristo, nello sforzo di farlo sempre più penetrare nelle maglie più conflittuali dell’esistenza cristiana. Della comunità di Corinto non sono rimasti che ruderi e poche attestazioni archeologiche; restano queste due preziose lettere, capaci di offrire a tutte le comunità di qualsiasi tempo e luogo, il modello fondamentale per essere e diventare “corpo di Cristo”, vere comunità vive.
PREMESSA Il titolo esprime i due aspetti della riflessione di Paolo sulla morte di Gesù in croce, diversamente valutata da Dio e dagli uomini. Essa, infatti, secondo l’Apostolo, è espressione della sapienza paradossale di Dio e, nello stesso tempo, realtà di somma stoltezza agli occhi dell’umanità.
Una sfida alla razionalità umana
Paolo ha l’ardire di affermare che, laddove regna l’impotenza umana, si manifesta la potenza salvatrice di Dio. Una potenza che, tuttavia, non esclude un aspetto di impotenza: Dio non ha liberato il suo Figlio in croce, non ha saputo risparmiargli la vergogna della croce. Lo ha però risuscitato da morte, creandogli una vita nuova, talmente intensa e ricca da essere fonte di vita per gli altri. Non per nulla in 1Cor 15,49 definisce Cristo “spirito vivificante”, “facitore di vita”. Tutto ciò appare oggi per noi paradossale: l’annuncio evangelico del crocifisso è una sfida al buon senso, alla razionalità umana, ai valori umani più sacri all’umanità, per un appello a un affidamento “pazzesco” al Dio di Gesù Cristo.
L’Apostolo annuncia con sapiente linguaggio
In breve, la croce, nella sua salvezza simbolica, specifica a) il contenuto dell’annuncio, Cristo, b) la parola dell’annunciatore umano, che non deve far ricorso alle risorse della retorica; ma anche c) l’adesione degli ascoltatori, commisurata alla presenza attiva dello spirito cui compete di “convincere” ad affidarvisi. L’evento della croce è fonte di salvezza per sé stesso, non ha bisogno di puntelli umani, in concreto delle risorse umane, del linguaggio sapientemente forbito. Al contrario, rifiuta tutto questo che ne negherebbe la capacità salvifica, attribuita ad altro, alla sapienza umana. Una confessione personale, quella di Paolo, che ha bisogno di giustificazione. Ecco dunque 1Cor 1,18 con cui egli intende dimostrare la giustezza di quanto appena detto: “la parola, quella della croce, infatti è stoltezza per quelli destinati alla perdizione eterna, ma per quelli che sono sulla via della salvezza, per noi, è potenza di Dio”. Siamo sempre sul piano dell’annunciatore e della sua parola, “quella della croce”, cioè che annuncia la croce di Cristo come evento salvifico. Una parola che trae dal suo oggetto la propria specificazione: se la croce è stoltezza e debolezza per gli uomini che costruiscono la loro esistenza sulla ragione e dunque rifiutano l’annuncio, la sapienza e potenza di Dio, colta da quanti credono, lo è parimenti il suo annuncio: stoltezza e potenza. Le due antitesi suddette sono qui dispaiate. Ma perché Dio ha progettato la salvezza degli uomini con un disegno tanto folle agli occhi umani? Perché l’umanità ha disdegnato la via della sapienza divina, rilucente nel creato (1Cor 1,19-21a). “Allora Dio si è compiaciuto di salvare gli uomini a condizione che credano con la stoltezza dell’annuncio. E se, come è vero, i giudei richiedono segni di potenza e i greci domandano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso, pietra di inciampo per i giudei e stoltezza per i gentili, ma per i chiamati giudei e greci che siano, annunciamo un Cristo di Dio che è sapienza di Dio e potenza di Dio” (1Cor 1,21-24). Della croce e del suo simbolismo è caratterizzata la stessa esperienza dei credenti di Corinto (1,26-31). Paolo li invita a considerare il senso della loro chiamata divina: essi per lo più non brillano per peso politico, per sapienza di mente e di parola, per sublimità di natali. In una parola valevano assai poco dal punto di vista dei valori umani. Eppure, proprio loro Dio ha scelto, perché le sue scelte sono fatte alla luce della croce: scelta di grandezze stolte, deboli, plebee, disprezzate, nulle, cosicché nessun uomo può menare vanto religioso presso Dio, positivamente riconosca nella salvezza un puro e immeritato dono di grazia.
L’insignificanza dell’evangelizzazione Un secondo esempio della croce del suo simbolismo come via seguita dal Dio di Gesù nel processo di salvezza è lo stesso Paolo annunciatore del Vangelo. Lui, persona insignificante, timorosa, e tremante, differente dal retore e dal maestro di filosofia imponente e di facilissima erudizione; la sua parola ben lontana dal luccichio della retorica e dell’eloquenza. Lo stigma di vergogna e di debolezza affondava nelle carni della persona di Paolo e della sua parola annunciatrice. Per questo non vi era pericolo di possibile equivoci. L’efficacia della sua parola, che aveva dato origine a una comunità di credenti, non era l’effetto della sapienza umana, bensì della potenza di Dio. Paolo, punto nell’orgoglio, reagisce affermando di possedere una sapienza speciale, quella di Dio, non quella del mondo, la sapienza dl misterioso progetto divino.
Una immagine controcorrente Come sintetica interpretazione del testo paolino, è utile parlare di una immagine controcorrente di Dio che si disvela sotto il simbolo della croce, che è infatti anche un simbolo teologico, perché disvelativo del volto di Dio: si tratta di un Dio crocifisso. Contro ogni attesa umana che crede di incontrarlo sotto il segno della sapienza e potenza umana, Dio è operante salvificamente dove regna insensatezza e debolezza, appunto nell’evento della crocifissione di Cristo e nella predicazione del crocifisso. Dio lo può incontrare salvificamente solo chi, in contrasto con il mondo, lo crede e lo confessa crocifisso sulla croce di Cristo; chi invece resta prigioniero del suo rifiuto di ciò che è insensatezza e debolezza sino all’impotenza, destina se tesso alla perdizione (1,18). Certo, Dio ha potentemente risuscitato Gesù, ma l’Apostolo parla qui solo di croce e di Cristo crocifisso, pur avendo ben presente non solo la morte ma anche la sua risurrezione, l’una unita indissolubilmente alla seconda.
Dello stesso evento, dunque, valgono due qualifiche contrapposte: signum infirmitatis et stultitiae e parimenti signum potentiae et sapientiae. Se la prima è oggetto della più diffusa percezione dell’essere e dell’agire dell’uomo, la seconda, invece, è colta solo agli occhi della fede del credente: occhi aperti dalla parola della croce. Ciò costituisce quanto Paolo chiaramente afferma: “Stoltezza (o stupidità) per quelli che vanno verso la rovina, ma potenza di Dio per quanti sono sulla via della salvezza” (1,18).
Un Dio crocifisso Da un lato, dunque, un Dio crocifisso e, nello stesso tempo, dall’altro lato (come un’altra faccia della stessa medaglia) un Dio di grazia incondizionata. Nel vangelo della croce di Paolo, tutto, infatti, è grazia: “ogni vanto dell’uomo, forte delle sue risorse, è escluso e resta, come possibile e doveroso, solo il vantarsi dell’agire divino mediato da Gesù, a cui i credenti devono il fatto di essere nella sfera d’influsso di Cristo, fonte per loro di sapienza, giustizia, santificazione, e redenzione (1,30). Il Dio della parola della croce o di Cristo crocifisso difende se stesso, non cedendo all’uomo la sua gloria di artefice dell’uomo e della sua salvezza: è e resta sempre il Creatore e questi la creatura.
La via per eccellenza
Confronto e contrapposizione (13,1-3) Nelle prime tre proposizioni, con u crescendo, di antitesi, paolo istaura un rapporto-confronto tra l’agape e la glossolalia, tra l’agape e i carismi della profezia, tra l’agape e prestazioni eroiche dell’uomo. In ciascuno di questi confronti ritorna l’espressione “ma non ho l’amore”. Ciò che colpisce e sorprende è che in questo testo il termine agape ricorre sempre in forma assoluta, senza alcuna specificazione, né soggettiva, né oggettiva, contrariamente all’uso di Paolo (la carità di Cristo, di Dio, dello spirito, degli uomini). Essa è presentata come un valore unico e autonomo, come la grandezza che decide dell’essere della persona. L’agape stessa è Dio, è Cristo che si dona e si offre all’umanità intera per amore.
Che cosa fa l’amore e che cosa non fa (13,4-7)
L’amore non viene mai meno (13,8-13)
Dopo avere giudicato in modo negativo la situazione che si verifica nella comunità corinzia in occasione delle assemblee, Paolo richiama la tradizione della celebrazione della cena del Signore, affinché i corinzi, meditando sulle parole e sui gesti di Gesù, comprendano le conseguenze che da essi derivano e si correggano. Innanzi tutto egli ricorda ai suoi interlocutori che ha ricevuto dal Signore ciò che a sua volta ha trasmesso loro, quando ha fondato la comunità. Il rituale della cena deriva, quindi, direttamente da Gesù, anche se l’apostolo lo ha ricevuto dalla tradizione della Chiesa (apostoli). Il resoconto inizia con un’annotazione temporale: “nella notte in cui veniva tradito”. L’evento della cena eucaristica è collegato alla consegna di Gesù ai suoi nemici, indicata con il verbo “tradire = consegnare” (v. 23b). Manca ogni riferimento alla Pasqua, che è invece presentata dalla tradizione sinottica come l’occasione dell’ultima cena. Paolo non indica l’agente del tradimento: probabilmente pensa a Giuda, ma anche al Padre che “non ha risparmiato il proprio figlio, ma lo ha dato (tradito) per tutti noi” (Rm 8,32; 4,25). L’idea della consegna di Gesù alla morte da parte di Dio deriva dal Servo di Jahwéh, dove si legge: “Il Signore lo consegnò per i nostri peccati … la sua anima fu consegnata alla morte … egli ha tolto i peccati di molti e fu consegnato per i loro peccati” (Is 53). Ma anche Gesù ha consegnato sé stesso per amore. “Mi ha amato e ha dato se stesso per me” (Gal 2,20). Per Paolo, quindi, la morte i Gesù non è solo la consegna dei cattivi, ma è anche l’attuazione di un progetto di amore del padre e dello stesso Figlio.
Il mio corpo e il mio sangue per voi L’apostolo riporta i gesti e le parole di Gesù: “prese del pane …”. Questi gesti sono conformi al rituale della cena pasquale e di ogni altro pasto ebraico. All’inizio della cena il capofamiglia pronunzia la preghiera di benedizione sul pane, della quale fa parte un ringraziamento a Dio per i doni concessi al popolo. Poi spezza il pane e lo distribuisce ai presenti come segno della partecipazione di tutti ai doni divini. Gesù identifica il pane spezzato con il suo corpo: il pronome dimostrativo “questo” non concorda con il sostantivo “pane”, ma con “corpo”, che indica tutta la persona. Con le parole “che è per voi”, che vanno riferite al suo corpo, fa proprio il ruolo del Servo di Jahwéh, che porta i nostri peccati e soffre per noi. La preposizione “uper” (in favore di) nelle lettere di Paolo indica l’autodonazione e l’efficacia salvifica della sua morte (Gal 2,20). Nella notte in cui è consegnato, Gesù dona se stesso per i suoi: la sua morte violenta, espressione del suo amore e della sua donazione, diventa evento di salvezza per tutti. Nel contesto della sua morte imminente il suo ringraziamento esprime la sua piena accettazione del progetto del padre che in essa si attua. Mangiare il corpo di Cristo significa perciò aderire a lui e partecipare al suo destino di morte e risurrezione. Alle parole sul pane seguono quelle sul vino: “Allo stesso modo …” (v. 25). Paolo ricorda che la distribuzione del vino avviene, secondo il costume giudaico, alla fine del pasto. In Paolo, differenza di Mt e Mc, ma come Lc, Gesù identifica il calice, colmo di vino, con l’alleanza fatta nel suo sangue. L’accento è posto sull’alleanza più che sul sangue, strumento o causa che l’ha ottenuta. L’alleanza è qualificata dall’aggettivo “nuova”, che richiama le parole con le quali Geremia annunziava l’attuazione di una nuova alleanza per gli ultimi tempi (Ger 31). Paolo rilegge in chiave sacrificale la morte di Gesù, mediante la quale si attua l’unione tra Dio e l’uomo e degli uomini tra di loro.
Fare memoria
Il termine “memoriale” e il verbo “fare memoria” non significano la semplice commemorazione di un fatto, ma rendere presente l’evento stesso che viene celebrato. Quindi la celebrazione della cena del Signore nella comunità cristiana sarà, come la Pasqua ebraica, un memoriale, un gesto che rende presente ed efficace per i credenti la persona di Gesù, il Signore risorto e vivo, colui che dona la salvezza finale. Anche per il vino, Gesù fa ripetere l’invito allo stesso gesto “in sua memoria” e lo commenta con queste parole: “ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (v. 26). Paolo vuol fare comprendere ai Corinzi che, quando essi si radunano per celebrare la cena del Signore Gesù, commemorano la sua morte in croce, prefigurata nei gesti e nelle parole dell’ultima cena, con la quale egli ha attuato la nuova alleanza promessa dai profeti e ha radunato il nuovo popolo di Dio. È fondamentale, perciò, che tra i membri della comunità si crei quello stesso rapporto d’amore e di solidarietà che vi era tra Gesù e i discepoli, che lo ha portato a donare la sua vita per loro sulla croce. I cristiani di Corinto potranno celebrare in verità la cena del Signore solo se supereranno le divisioni che esistono tra di loro; altrimenti con il loro comportamento contraddicono ciò che celebrano, con la conseguenza che la loro celebrazione si riduce a un rito privo di significato.
Eucarestia e condivisione
Una celebrazione Eucaristica senza una sincera fraternità o addirittura in un contesto di divisione e di frattura è un tradimento di Cristo, di tutto ciò che egli ha voluto esprimere nella sua morte, prefigurata nell’ultima cena. Il formalismo liturgico può facilmente celare il disinteresse di coloro che partecipano all’eucaristia. Se si vuole rendere vera ed efficace la celebrazione è necessario che tra partecipanti ci sia uno scambio intenso e personale di riflessioni, di preghiere, di esortazioni, con il quale viene data a tutti la possibilità di fare assieme un autentico cammino di fede e di comunione.
cristo, primizia dei morti
Il lemma aparché (“primizia”) denota i primi frutti di un raccolto, che sono al contempo garanzia di una successiva produzione. Per giustificare questa tesi, l’Apostolo ricorre alla figura di Adamo (vv. 21-22), l’uomo prototipo, del cui destino di morte tutti gli individui sono stati fatti partecipi. E sulla base di questa convinzione egli può affermare anche la possibilità che gli individui vengano associati asl destino di vita di Cristo. Tutti gli individui sono solidali con Adamo, dato che “in lui” muoiono, ma lo sono anche con Cristo poiché, in modo simmetrico, “in lui” riceveranno la vita. La risurrezione di Cristo, quindi, è un evento che riguarda tutti.
La risurrezione di Cristo è pegno della nostra
Nei vv. 23-24a viene stabilito che nell’evento della risurrezione si manifesta un certo ordine, che ognuno vi partecipa secondo la propria realtà, e questo avviene in una successione temporale. Innanzi tutto c’è Cristo-primizia, per cui l’evento della risurrezione è già avvenuto, ed è garanzia della risurrezione nostra, che avverrà però nel futuro, alla sua parusia-venuta. Ma la parusia di Cristo coincide con la fine della storia, in cui la signoria di Dio diverrà manifesta in ogni realtà della stessa. Avendo asserito tale principio, il testo lo sviluppa menzionando il fatto che Cristo risorto è costituito come Signore- Messia sulla realtà della storia. A questo fine è indirizzato l’accostamento, ai vv. 25.27 del Sal 110,1 e 8,6, in forza dell’espressione ad essi comune “tutto pose sotto i suoi piedi”. La signoria del Risorto, quindi, è prevista da una parola della Scrittura.
Il regno di Cristo
Paolo sta giustificando la nostra risurrezione in virtù di quella di Cristo, il quale equivale a dire che sta enucleando tutti i risvolti soteriologici implicati in essa. La risurrezione di Cristo permette la nostra perché inaugura la signoria di Cristo sulla storia, al termine della quale la morte sarà distrutta. La venuta escatologica di Cristo e l’implicato annientamento della morte portano a compimento l’affermazione della vita che è avvenuta a Pasqua. Poiché la risurrezione dei morti è resa possibile da quella di Cristo, ne consegue che essa è l’atto soteriologico per eccellenza, che abbisogna solamente del suo completamento e non di un successivo evento salvifico.
I destinatari della risurrezione Il problema dei corinzi riguardava il destino dei morti credenti. Il paragone tra Adamo e Cristo potrebbe però allargare la prospettiva: l’atto di Adamo ha effetti per l’umanità intera, e così dovrebbe essere per la risurrezione di Cristo. Tuttavia il v. 23 sembra una limitazione di questa universalità, dato che è menzionata la sola risurrezione di “quelli di Cristo”, ossia dei credenti. Tuttavia, in base ai vv. 25-28, si può affermare che Paolo intenda la risurrezione universale. Infatti, egli afferma che la posta in gioco della signoria messianica di Cristo è che Dio sia “tutto in tutti”, che il suo progetto di salvezza abbia pieno corso. Questo può avvenire solo quando il suo ultimo nemico, la morte, sia ridotto al nulla. Ma tale annientamento, per essere vero, non può riguardare solo i credenti, ma deve coinvolgere tutta la realtà storica. Risulta allora pertinente osservare che “si può dire che la morte, l’ultimo nemico è vinto, se coloro che non credono in Cristo (e formano la maggiore parte dell’umanità) non risuscitano?
Conclusione
Tale evento, tuttavia, non costituirà un fatto salvifico dal tenore nuovo, ma sarà, appunto, il compimento di ciò che è già implicato nella risurrezione di Cristo.
Mercoledì 10 Novembre, all’Istituto Teologico “S. Tommaso”, si è svolto il Seminario annuale, Primo Simposio di Studi Paolini, destinato agli studenti del primo ciclo di teologia, dal titolo “Romani e Galati: tratti del vangelo di Paolo”.
Il prof. Pistone nel suo intervento: “Spirito e vita credente in Paolo di Tarso (Rm 8,9)”, ha sottolineato come Paolo evidenzi nella lettera ai Romani che Cristo è vissuto solo nello Spirito Santo e può essere conosciuto solo nello Spirito. Lo stesso Cristo, anzi, è un tutt’uno con lo Spirito, e lo Spirito fa sì che il credente e il Cristo siano una cosa sola. Infatti lo Spirito attesta insieme al nostro spirito che siamo Figli di Dio e per lo Spirito possiamo chiamare Dio “Padre”. Grazie alla presenza dello Spirito, Dio conosce i desideri dell’animo umano, anche quando l’uomo nella preghiera non sa cosa chiedere, poiché lo Spirito nell’uomo crea fra Dio e l’uomo la stessa intimità che c’e fra Gesù e il Padre e trasforma ogni credente nell’immagine del Signore.
L’ultimo intervento: “Interpretazione gnostica di Paolo nella Lettera i Galati” è stato proposto dal prof. Costa, che ha presentato la filosofia gnostica e la lettura che la gnosi ha fatto della Lettera i Galati, arrivando a considerare Paolo il fondatore di un cristianesimo più filosofico e alternativo rispetto a quello di Pietro e degli altri apostoli, legati all’ambiente e alla cultura giudaica. Il simposio, di grande levatura intellettuale, ha contribuito ad arricchire la conoscenza dell’Apostolo e ha dato una prospettiva nuova dalla quale rileggere i suoi scritti.
Sabato 10 gennaio, numerosi fedeli si sono radunati presso la Chiesa di Santa Caterina Valverde, alle ore 19, 30, tralasciando i consueti appuntamenti mondani del fine settimana per assistere ad una delle più interessanti Conferenze sulla figura e l’opera dell’apostolo Paolo, organizzata dalla Diocesi di Messina, in collaborazione con l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro. Molti sono stati attirati dal tema proposto: “San Paolo a Messina”. Scrittura, Tradizione, liturgia”, desiderosi di conoscere la realtà sulla presenza dell’apostolo nella nostra città. Moderatore della Conferenza il prof. mons. Giuseppe Costa, Ordinario di sacra Scrittura e vicepreside, presso l’Istituto Teologico S. Tommaso e Coordinatore Diocesano dell’Anno Paolino.
Al termine delle relazioni, mons. Costa ha tratto le conclusioni, ringraziando i presenti, i Cavalieri e le Dame dell’Ordine del Santo Sepolcro, il parroco di Santa Caterina, mons. Mario Di Pietro, e l’arcivescovo mons. Calogero La Piana che, impossibilitato ad essere presente per impegni precedentemente assunti, è stato rappresentato dal suo segretario, mons. Giacinto Tavilla. Un grato ringraziamento è stato espresso anche all’avvocato Giorgio Mirti della Valle, Componente della Commissione per l’Anno Paolino a Roma, presieduta dal Cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo il quale, a nome del Cardinale, si è complimentato per la felice iniziativa e ha portato i suoi saluti a tutti i presenti.
Nel piano delle iniziative culturali, promosse dalla Diocesi, in occasione dell’Anno Paolino, si è svolto presso la sede aperta al pubblico della Libreria “Paoline”, delle Suore Figlie di San Paolo, un incontro per incoraggiare la conoscenza dell’apostolo Paolo, scegliendo di presentarlo come uno dei più straordinari comunicatori della storia: “Paolo, grande comunicatore”.
È proprio vero che Paolo è un grande comunicatore? Se è così, che cosa gli ha permesso di essere un comunicatore efficace? Perché, dopo duemila anni, la sua vicenda e i suoi scritti continuano ad essere un punto di riferimento, per quanto discusso e contrastato, per il dibattito ecclesiale, per la teologia cristiana, ma anche per tutti coloro che desiderano rinnovare lo spirito missionario della nostra Chiesa? La grandezza di Paolo, teologo, mistico, comunicatore, fondatore e organizzatore di chiese è fuori discussione. Uomo di penna e calamaio e uomo d'azione, Paolo non ferma mai il suo passo e porta da Oriente a Occidente l'esperienza cruciale di Damasco, che ha cambiato radicalmente la sua vita e i suoi orizzonti religiosi. È interessante soffermarsi sull'attività missionaria di Paolo e sulla strategia lungimirante della sua opera di evangelizzazione, che lo porta a scegliere grandi metropoli, grandi centri di scambio culturale e commerciale da cui il Vangelo, quasi spontaneamente, raggiunge le periferie, anche le più estreme. Le lettere, per Paolo strumento privilegiato di evangelizzazione, ben presto diventano modello di predicazione, ancora oggi largamente impiegato nei diversi ambiti ecclesiali.
Fariseo, conosce la lingua ebraica,
che è quella della sua famiglia (Ebrei della Diaspora che si erano
trasferiti a Tarso); una lingua che ha perfezionato alla scuola
rabbinica di Gamaliele attraverso lo studio della Bibbia. Conosce la
Bibbia anche nella traduzione in greco realizzata ad Alessandria
d’Egitto qualche secolo prima (la versione detta dei LXX); è anche
grazie alla sua formazione intellettuale a Tarso, che Paolo si
appropria del greco “ellenistico”, o “koinè”, una lingua di
comunicazione diffusa in tutto l’oriente dell’impero romano. Sembra
che sia riuscito ad appropriarsi anche di alcuni elementi della
retorica greca, che potremmo proprio definire l’arte di
Don Alberione, fondatore della Famiglia Paolina, ci invita a considerare san Paolo come modello di autentico apostolo consacrato alla comunicazione del Vangelo: “Paolo è il gran camminatore … bisogna fare come lui, che ha portato la parola di Dio camminando attraverso il mondo romano, il mondo greco, il mondo ebraico: in sostanza, il mondo di allora”.
INCONTRI ZONALI DI FORMAZIONE PAOLINA
“L’attività letteraria di Paolo: I SUOI SCRITTI, LA SUA SCUOLA”
martedì 27 gennaio - Messina – Salone Biblioteca Ignatianum mercoledì 28 gennaio - Santa Teresa Riva – Parrocchia Sacra Famiglia giovedì 29 gennaio - Milazzo – Salone Parrocchiale “Grazia” LE GRANDI LETTERE: ROMANI, GALATI, 1 E 2 CORINTI, FILIPPESI
Assemblee zonali di formazione paolina - gennaio
Messina – S. Teresa di Riva – Milazzo
La parola del Vescovo
Romani – Filippesi – Galati
Prossimi appuntamenti Alla fine degli interventi, l’Arcivescovo, rinnovando il suo grazie a tutti i presenti, che hanno affrontato anche le intemperie pur di non mancare ad un incontro così importante, e sottolineando l’ottima riuscita degli incontri, ha illustrato i prossimi appuntamenti previsti per la formazione paolina nelle varie zone pastorali della Diocesi. Nel mese di marzo: a Messina (10), a S. Teresa di Riva (11), a Milazzo (12); nel mese di maggio: a Messina (5), a S. Teresa di Riva (6), a Milazzo (7). Gli incontri si sono conclusi con la preghiera, rivolta a San Paolo Apostolo, perché doni a tutti i credenti della nostra Chiesa, di Messina Lipari S. Lucia del Mela, di “diventare apostoli e testimoni della verità e della bellezza del Vangelo”.
INCONTRI ZONALI DI FORMAZIONE PAOLINA - MARZO
“LE LETTERE DELLA PRIGIONIA: COLOSSESI, EFESINI, FILEMONE"
martedì 10 marzo - Messina – Seminario Arcivescovile S. Pio X mercoledì 11 marzo - Santa Teresa Riva – Parrocchia Sacra Famiglia giovedì 12 marzo - Milazzo – Parrocchia S. Maria delle Grazie
Assemblee zonali di formazione paolina - marzo
Messina – S. Teresa di Riva – Milazzo
Lettera ai Colossesi
Lettera agli Efesini
Lettera a Filemone
INCONTRI ZONALI DI FORMAZIONE PAOLINA
LE LETTERE AI TESSALONICESI, A TIMOTEO E A TITO
Lettere: 1-2 Tessalonicesi – 1-2 Timoteo – Tito martedì 5 Messina – Seminario Arcivescovile S. Pio X mercoledì 6 Santa Teresa Riva – Parrocchia Sacra Famiglia giovedì 7 Milazzo – Salone Parrocchiale “Grazia”
Assemblee zonali di formazione paolina - maggio
Messina – S. Teresa di Riva – Milazzo
A Messina, i lavori sono stati introdotti dall’Arcivescovo, S. Ecc. Mons. Calogero La Piana, che, dopo aver guidato un momento di preghiera, ha presentato i relatori. Nel primo intervento il prof. don Valerio Chiovaro ha messo in evidenza come la Prima Lettera ai Tessalonicesi, primo scritto di Paolo, nonché testo più antico del Nuovo Testamento, spedita da Corinto all’inizio del 51, a cristiani perseguitati da parte di Ebrei, manifesti l’intensità dei sentimenti dell’Apostolo verso la comunità da poco generata, esortata a perseverare nella fede fino alla parusia. Testo di prima mano, “paolino” per eccellenza, la Prima Lettera ai Tessalonicesi esprime l’entusiasmo e il calore affettuoso di Paolo che non esita a dirsi innamorato della sua comunità incoraggiata a vivere nell’annuncio ricevuto e testimoniato.
Nell’ultimo intervento il prof. Costa presentando la Lettera agli Ebrei, ha fatto emergere come, pur non essendo nell’epistolario paolino, abbia elementi di vicinanza con Paolo. Scritta dopo il 65 a cristiani ebrei che vengono dal mondo giudaico, vicina per dottrina a quella dell’Apostolo, ma diversa per stile, forma e frasario presenta un contenuto dottrinale molto sviluppato e affronta il tema del sacerdozio di Cristo, di cui non vi è traccia nelle altre lettere. Cristo sacerdote unico ed eterno, vittima di espiazione per i nostri peccati, è l’unica speranza della nostra vita, cui dobbiamo guardare per poter dire sull’esempio di Paolo: “ per me vivere è Cristo e morire è un guadagno”.
Stesso programma e stessi relatori a S. Teresa Riva e a Milazzo, introdotti e guidati alla preghiera e alla sintesi finale dal Vicario Generale della Diocesi, don Carmelo Lupò.
Accolto dal Parroco, mons. Nicolò Freni, dai Cavalieri e dalle Dame del S. Sepolcro e dai numerosi fedeli che hanno assiepato la piccola chiesa, l’Arcivescovo, mons. Calogero La Piana, accompagnato dal Coordinatore Diocesano, mons. Giuseppe Costa, ha sottolineato la straordinaria importanza della giornata, anche per il collegamento radiofonico con l’emittente Radio Maria, che ha trasmesso in diretta l’intera celebrazione, dando la possibilità ai tanti lontani, malati o in qualunque modo impediti, di potere partecipare all’Eucaristia. A loro, in particolare, si è rivolto l’Arcivescovo nella sua omelia, sottolineando la loro condizione di prediletti dal Signore, proprio a motivo delle loro infermità e mostrando nell’Apostolo Paolo un fulgido esempio da imitare nella sequela di Cristo. Al termine della celebrazione, dopo il ringraziamento del Parroco, che ha sottolineato la straordinarietà dell’Anno giubilare per eventi, manifestazioni, celebrazioni e pellegrinaggi, guidati dall’Arcivescovo, tutti si sono recati, con breve cammino, dinanzi all’antica Chiesa per assistere alla benedizione del portale, che è stato prima brevemente illustrato dall’artista che lo ha eseguito.
La chiusura è stata anticipata e realizzata a Lipari, rispetto a quella ufficiale del 29 giugno, per favorire quanti, a causa delle ben note difficoltà dei mezzi di comunicazione, non potranno parteciparvi a Messina. Il rito è stato aperto da un pellegrinaggio, mosso dalla Chiesa di S. Antonio verso la Cattedrale, a cui hanno partecipato tutti i sacerdoti che prestano il loro servizio nelle varie isole, con una larga partecipazione di fedeli. Tra canti e preghiere, è stata portata in processione, lungo la via che sale verso la Cattedrale, su uno scenario di bellezze naturali, un’icona raffigurante l’Apostolo Paolo con il libro nella mano sinistra e la spada nella destra.
Nell’omelia, Mons. La Piana ha sottolineato l’importanza della figura e dell’opera di San Paolo che ha testimoniato, con la vita e con le sue preziose lettere, la forza del vangelo e dell’adesione a Cristo. Il rito liturgico si è concluso con la preghiera di chiusura dell’Anno Paolino e con la benedizione. Sacerdoti e fedeli hanno gioito per questo anno intenso di fede cristiana, vissuto all’insegna della testimonianza dell’Apostolo Paolo, che ha solcato più volte il mare per giungere a portare l’annunzio del Cristo risorto a tutte le genti, prima di essere condotto a Roma, per dare la sua testimonianza con il martirio.
Sabato 20 giugno le comunità ecclesiali della zona tirrenica della diocesi si sono riunite attorno al Arcivescovo per un pellegrinaggio di ringraziamento e per la celebrazione eucaristica in onore di S. Paolo. Ringraziamento e preghiera per permettere a tutte le comunità, che si sono impegnate nell’itinerario proposto dalla Chiesa per riflettere sulla figura dell’apostolo, di vivere una profonda esperienza di comunione. Per l’occasione, i fedeli si sono riuniti nel territorio della parrocchia dei Santi Paolo e Giobbe, su cui ricade la chiesa giubilare, in Cannistrà S. Paolo di Barcellona. Viste le piccole dimensioni della chiesa, i fedeli si sono radunati nell’ambiente circostante all’aperto, dove è stato allestito, decorosamente, un luogo destinato alla celebrazione. Ad accogliere l’Arcivescovo, mons. Calogero La Piana, il parroco della comunità P. Nino Cavallaro, il vicario foraneo P. Tindaro Iannello e trenta sacerdoti tra parroci e religiosi che operano nei vicariati della zona tirrenica. Presenti anche il Vicario generale, P. Carmelo Lupò e il Coordinatore diocesano dell’Anno paolino, mons. Giuseppe Costa, che ha guidato il pellegrinaggio dalla chiesa giubilare al luogo della celebrazione e ha dato lettura del Decreto per l’Indulgenza Plenaria. Giunti al luogo della celebrazione, dopo una breve orazione, l’Arcivescovo ha dato inizio alla celebrazione a cui hanno partecipato tutti i fedeli che, nella zona tirrenica, si sono impegnati ad essere parte attiva nell’occasione di questo anno giubilare. Così, nel canto unanime, ha avuto inizio la celebrazione vissuta nello splendido scenario della vallata che, all’orizzonte, guarda allo sfondo delle isole Eolie, a Capo Milazzo e a buona parte della costa barcellonese fino a Tindari. La peculiarità dell’evento è stata sottolineata dall’Arcivescovo nelle parole dell’omelia: egli dapprima ha espresso l’immensa gioia per la sua presenza attorno ai fedeli e, in particolare attorno ai numerosi presbiteri, parroci e religiosi, che hanno concelebrato con lui; successivamente ha sottolineato l’importanza della figura dell’Apostolo Paolo che ha testimoniato, con la vita, quell’amore in Cristo di cui aveva fatto esperienza. Mons. La Piana ha puntato alla riscoperta della figura dell’Apostolo, il quale per noi, oggi come allora, è l’icona emblematica della testimonianza, tema scelto da lui quest’anno per la Lettera Pastorale inviata alla Diocesi. Nel ribadirlo, ha concluso con l’invito a rinnovare l’adesione a Cristo, pietra angolare, sorgente di vita, dal quale attingere forza nel pellegrinaggio dell’esistenza verso la Gerusalemme del cielo e testimoniarlo vivendo. Alla fine dell’Eucaristia, l’Arcivescovo ha formulato i suoi ringraziamenti nei confronti di coloro che si sono impegnati nella celebrazione di questo anno giubilare, ed ha esortato i presenti a partecipare alla chiusura ufficiale il 29 giugno in Cattedrale per proclamare, nella gioia unanime, la conclusione di un’esperienza largamente condivisa.
Con il canto delle litanie, intervallate, da brani delle Lettere dell’Apostolo, i pellegrini hanno percorso la via principale del paese, seguendo una icona di S. Paolo portata dagli operatori pastorali e giungendo nella ristrutturata piazza del Municipio dove, su un ampio e decoroso palco, appositamente allestito, è stata celebrata l’Eucaristia. Dopo il saluto del Vescovo, Mons. Costa ha dato lettura del Decreto della sacra Penitenzeria Apostolica e del successivo Decreto del Vescovo di Messina Lipari S. Lucia del Mela, con il quale viene concessa l’Indulgenza Plenaria, alle solite condizioni, in occasione delle celebrazioni nell’Anno Paolino.
Al termine, e dopo un pellegrinaggio a ritroso per le vie secondarie del paese, tra caratteristiche casette, vicoli e piccole salite e discese, l’Arcivescovo, i sacerdoti e tutti gli operatori pastorali sono stati invitati, dal Sindaco, nella sala del Consiglio Comunale per un momento di serena e fraterna condivisione.
Alle 21,00 ha avuto inizio la Veglia di Adorazione Eucaristica, con canti, preghiere e riflessioni, preparati dal Coordinatore Diocesano mons. Costa, su brani delle Lettere dell’Apostolo, incentrati sui temi dell’amore, della santità, della testimonianza e della missione, in continuità con le prime due lettere pastorali dell’Arcivescovo. Alle 22,00 si è snodata, per il perimetro dell’area parrocchiale la processione eucaristica, accompagnata da canti e preghiere e dalle numerose luci delle candele che hanno illuminato di fulgida bellezza l’oscurità della notte. Quasi una consegna, quella dell’Apostolo Paolo, attraverso la parola dei suoi scritti, della persona di Gesù Cristo, adorato e portato per le vie della città, con la gioia e l’entusiasmo di annunciarlo a tutti. Al rientro in Chiesa, quasi a mezzanotte, la benedizione Eucaristica e le parole conclusive dell’Arcivescovo, il quale si è complimentato per la grande partecipazione di fedeli, hanno accompagnato tutti i presenti, che sono ritornati alle loro case carichi di una testimonianza ineguagliabile proveniente dalla figura dell’Apostolo, perfetto imitatore di Cristo, crocifisso, risorto e sempre presente nella Chiesa.
Lunedì 29 giugno, alle ore 18,30, tutta la Comunità Diocesana di Messina Lipari S. Lucia del Mela, si è ritrovata attorno al Pastore, l’Arcivescovo mons. Calogero La Piana, per la solenne chiusura dell’Anno Paolino Diocesano, in concomitanza con la chiusura romana, presso la Basilica Patriarcale di S. Paolo Fuori Le Mura. Singolari e commoventi i vari momenti che hanno preceduto la Concelebrazione Eucaristica.
Alle 18,30 ha avuto inizio la Concelebrazione Eucaristica che, celebrando il ricordo di Pietro e Paolo, ha unito nella liturgia la testimonianza di fede e l’esperienza diversa e complementare delle due colonne della Chiesa: il pescatore di Galilea e il fariseo di Tarso, divenuti, per elezione di Cristo, i Santi Apostoli Pietro e Paolo. Toccante l’omelia dell’Arcivescovo, che ha ricordato le tappe dell’Anno Giubilare e ha riletto la vita dei due Apostoli alla luce dei ricchissimi brani della Parola di Dio, illuminando tutti i presenti con la ricchezza della sua parola.
Con la
supplica a S. Paolo, con il canto e con la benedizione,
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S.S. PIETRO E PAOLO MESSINA
CHIESA GIUBILARE PER L'ACQUISTO DELL'INDULGENZA PLENARIA
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| Indulgenza Plenaria dell’Anno Paolino I peccati non solo distruggono o feriscono la comunione con Dio, ma compromettono anche l’equilibrio interiore della persona e il suo ordinato rapporto con le creature. Per un risanamento totale, non occorrono solo il pentimento e la remissione delle colpe, ma anche una riparazione del disordine provocato, che di solito continua a sussistere. In questo impegno di purificazione il penitente non è isolato. Si trova inserito in un mistero di solidarietà, per cui la santità di Cristo e dei santi giova anche a lui. Dio gli comunica le grazie da altri meritate con l’immenso valore della loro esistenza, per rendere più rapida ed efficace la sua riparazione.La Chiesa ha sempre esortato i fedeli a offrire preghiere, opere buone e sofferenze come intercessione per i peccatori e suffragio per i defunti. Nei primi secoli i vescovi riducevano ai penitenti la durata e il rigore della penitenza pubblica per intercessione dei testimoni della fede sopravvissuti ai supplizi. Progressivamente è cresciuta la consapevolezza che il potere di legare e sciogliere, ricevuto dal Signore, include la facoltà di liberare i penitenti anche dei residui lasciati dai peccati già perdonati, applicando loro i meriti di Cristo e dei santi, in modo da ottenere la grazia di una fervente carità. I pastori concedono tale beneficio a chi ha le dovute disposizioni interiori e compie alcuni atti prescritti. Questo loro intervento nel cammino penitenziale è la concessione dell’indulgenza. Si ha l’indulgenza “plenaria” quando la liberazione è totale; altrimenti si ha l’indulgenza “parziale”. Per ricevere l’indulgenza plenaria si richiedono: una disposizione di distacco affettivo da qualsiasi peccato, anche veniale; l’attuazione di un’opera indulgenziata; il soddisfacimento, anche in giorni diversi, di tre condizioni, che sono la confessione sacramentale, la comunione eucaristica e la preghiera secondo l’intenzione del papa. Le indulgenze, plenarie e parziali, possono essere applicate ai defunti a modo di suffragio. La pratica delle indulgenze non pregiudica il valore di altri mezzi di purificazione, come anzitutto la santa Messa e l’offerta della propria sofferenza. Costituisce anzi un incoraggiamento a compiere opere buone a vantaggio di tutti.
Indicazioni e orientamenti
I pellegrinaggi (anche per categorie: bambini, ragazzi, giovani, anziani, ammalati etc.) hanno lo scopo di visitare non solo la chiesa di pietre ma la comunità ecclesiale vivente dei fedeli e quindi riteniamo che il momento più espressivo dell’incontro sia la Santa Messa parrocchiale già programmata dalla pastorale ordinaria: Giorni festivi: S. Messe ore 8 – 11 - 17 (ora solare) – 18 (ora legale) Giorni feriali: S. Messa ore 17 (ora solare) – 18 (ora legale) · Si consiglia di far precedere al pellegrinaggio un’opportuna catechesi sull’Indulgenza Plenaria, sul Messaggio Paolino e la celebrazione del Sacramento della Riconciliazione da effettuarsi, ovviamente, nella chiesa di appartenenza. · Il raduno iniziale dei fedeli avviene mezz’ora prima della Messa, nel cortile della parrocchia, nel quale si può parcheggiare. · I sacerdoti che intendono concelebrare portino l’occorrente. · Gli organizzatori dei pellegrinaggi avvisino il parroco almeno una settimana prima per mezzo delle vie indicate nell’intestazione (telefono, fax, email), concertando le modalità del pellegrinaggio.
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settembre 2008 © Arcidiocesi di Messina Lipari S. Lucia del Mela |
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