Note biografiche
È nato il 23 febbraio del 1898 a Maggiora, paese di circa duemila abitanti, estremamente povero della provincia di Novara. Qui, il 24 febbraio, è battezzato.
Il padre Candido, un bell’uomo di forte tempra fisica e morale, dovette espatriare in America, dove trovò lavoro nelle miniere.
La madre, Marietta Allegrini, recandosi al lavorare in campagna con le sue compagne, precedeva tutte recitando il rosario ad alta voce. Parlando di loro mons. Fasola diceva: «Noi figli avremmo dovuto baciare la terra in cui passavano i nostri genitori: tanto erano santi gli insegnamenti che ci davano ed incredibili i sacrifici che hanno fatto per noi».
Egli cominciò presto a servire messa, a suonare le campane, ad animare i giuochi e la preghiera dei suoi compagni. Come per ogni ragazzo, la sua vita non fu esente da monellerie.
Seminarista
Entrò in seminario giovanissimo. Il suo carattere vivace si incontra con la severità del Rettore e la prontezza a punire del Prefetto. Per una mancanza rischia di essere mandato a casa. Per il terzo ginnasio si trasferisce al seminario di S. Carlo in Arona. Mentre si trova qui suo padre parte per l’America. Dopo la morte del nonno, cui era affezionatissimo, la partenza del padre lo prova duramente.
La Provvidenza, però, mette sulla sua strada don Silvio Galloti, Direttore Spirituale del Seminario, persona determinante per la vita di mons. Fasola, che di lui così scrive: «L’elemento determinante dell’andamento felice della vita del seminario fu la presenza preziosissima di Don Gallotti».
Il primo anno di teologia (1917) lo trascorre nell’isola di S. Giulio. Egli è l’unico dei suoi compagni a non essere sotto le armi, perché dichiarato inabile per un difetto fisico alla pelle. Non essendoci nessuno, deve fare lui da prefetto ai più piccoli. Egli svolge questo compito con quella paternità, che lo distinguerà in tutta la sua missione pastorale.
Al secondo anno di teologia torna ad Arona, dove c’è don Gallotti. È un anno intenso di studio, preghiera e disciplina.
Il terzo anno di teologia torna a Novara, prefetto dei liceali. Le nuove responsabilità richiedono più preghiera, più sacrificio, più impegno.
Il quarto anno di teologia, sempre a Novara, è prefetto dei teologi. Dopo pochi giorni, però, è mandato ad Arona, dove deve sostituire il vice rettore e insegnare varie materie: storia, geografia, matematica, musica, francese. Nonostante la mole di impegni, non deve tralasciare lo studio della teologia. Sostegno prezioso gli è, come sempre, don Silvio Gallotti.
Ricevette l’ostiariato e il lettorato nell’aprile del 1920; a luglio l’esorcistato e l’accolitato; il 19 febbraio 1921 il suddiaconato e il 26 marzo il diaconato. Fu ordinato sacerdote il 26 giugno del 1921.
Ministero a Galliate
Iniziò il ministero sacerdotale a Galliate, agli inizi del 1922, quale assistente del locale oratorio dove rimase sino al 1928. In breve tempo ha saputo accattivarsi la simpatia di tutti con il suo carattere aperto, sereno allegro, sempre sorridente. Siamo negli anni arroventati del dopo guerra e Galliate vive momenti assai aspri di lotte di classe e di anticlericalismo. Alla messa domenicale partecipano circa una dozzina di ragazzi. Egli, procuratosi un elenco dei ragazzi secondo le vie in cui abitano, va di porta in porta a parlare con le loro mamme. A dicembre, prima del S. Natele, ne arrivano già 250. Riesce a coinvolgere anche i giovani, ripristinando un circolo fondato da don Gallotti la «Juventus Christi Regis», che poi aderirà alla Gioventù Cattolica Italiana. Organizza la catechesi, ma anima anche i giochi e fa sorgere una filodrammatica. Sperò tanto nella realizzazione di un oratorio per i suoi ragazzi, ma non ebbe la gioia di veder realizzato il suo sogno perché fu trasferito quando esso fu appaltato. La chiesa dell’Immacolata è il suo dolce rifugio. La trova in uno stato pietoso e si dà subito da fare per renderla decorosa, aiutato da tutti i fedeli. Qui egli può finalmente predicare, giacché in parrocchia il pulpito gli è negato. In parrocchia egli si occupa dei giovani di A.C., del catechismo dei fanciulli e dà la disponibilità per le confessioni, anche se non riceve alcun contributo finanziario dal Prevosto. Il suo spirito di povertà e la sua abnegazione conquistano il cuore di quella gente, che lo aiuta generosamente.
Oblato dei Santi Gaudenzio e Carlo
Dopo la morte di don Silvio Gallotti – il 2 maggio 1927 – decide di entrare tra gli Oblati dei Santi Gaudenzio e Carlo. Per evitare la pena del distacco, il 13 novembre si reca da solo alla stazione. Nel 1972, a cinquant’anni di distanza, il sindaco Albertinale faceva notare come tutti si ricordavano di lui, della sua bontà e serenità, del suo spirito giovanile e di sacrificio, dei suoi insegnamenti cristiani e umani e del sostegno che dava a tutti nella non sempre facile vita quotidiana. E G. Gallinotti testimoniava: «La carità intesa come donazione di sé per tutti quelli che ne avevano bisogno non aveva limite in don Francesco: attraverso gli Associati di A.C. arrivava in ogni casa. Era chiamato ovunque: compose dissidi, riunì famiglie, recò pace, amore, conforto ai sofferenti…».
Il periodo del noviziato a Vergano non fu facile. In un paese squallido e senza vita, le mattinate non passano mai. Il ricordo della fiorente attività pastorale gli fa venire il dubbio di non aver fatto la scelta giusta. Ci sono incomprensioni, critiche. Egli tiene duro e il 21 dicembre1929 emette la solenne professione. Ha un solo desiderio: ubbidire, donando tutto se stesso.
Entrando nella Congregazione dei Padri Oblati dei Santi Gaudenzio e Carlo, fu assegnato nel 1929 alla Vicaria (poi parrocchia) di San Giuseppe in Novara. Nello stesso anno 1929 venne nominato assistente diocesano della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, succedendo a mons. Raspini, eletto vescovo. In tale periodo era presidente diocesano il prof. Luigi Gedda. Con il suo infaticabile zelo si reca anche negli angoli più remoti della diocesi, preferendo l’incontro interpersonale. Raggiunge tutti, li anima, segue tutti e infonde entusiasmo. Sotto il suo impulso si moltiplicano le giornate di studio, le settimane sociali, le scuole per propagandisti, le missioni popolari, le predicazioni varie. Non si lascia scoraggiare dalle difficoltà create dal fascismo. Corre da un paese all’altro senza chiedere nulla. Se danno qualcosa, lo versa alla Congregazione. Usa un linguaggio semplice e, perché il suo pensiero venga assimilato, lo presenta in forma di dialogo. Nel 1933 venne eletto assistente diocesano degli uomini di Azione Cattolica, incarico che tenne sino al 1942 anno in cui la curia lo destinò a delegato vescovile dell'Azione Cattolica.
Crisi di salute
Nel 1943, mons. Fasola, provato dalla gran mole di lavoro svolto in quei difficili anni, ebbe una grave crisi di salute perciò fu necessario che l'incarico gli venisse revocato. Per la genialità delle sue iniziative, la capacità di inserirsi in ambienti difficili ed agganciare le persone anche più lontane dalla vita religiosa, era ricercatissimo ed egli si offriva senza risparmio di forze. La notte tra la vigilia e la festa dell’Immacolata del 1942 ebbe una grande emorragia ed il medico gli riscontrò esaurimento ed ulcera. Il vescovo Castelli lo obbligò a ritirarsi a Varallo. Qui si ristabilisce, un po’ alla volta, e va riprendendo gli impegni più importanti di Azione Cattolica.
Missionario di Maria, don Francesco si consacra al santuario perché diventi centro di attrazione e irradiazione organizzando esercizi spirituali, ritiri, processioni, solenni celebrazioni… si accinge pure al restauro del grandioso complesso artistico del santuario ed inizia con la cappella del sepolcro di Gesù. Siamo negli anni durissimi della guerra e la carità di don Francesco è assai delicata. Garantisce per un avvocato ritenuto fascista e gli fa evitare la morte, cui l’avevano condannato i partigiani; riesce a far ridurre a cinque i condannati.
Il 29 giugno del 1946, sabato seguente al 26 giugno, XXV anniversario della ordinazione presbiterale di don Francesco, L’Azione Cattolica Novarese si reca al gran completo a Varallo per festeggiarlo, anche se non ne era più il Delegato Vescovile. Prima, però, i più rappresentativi dell’AC (tra cui Scalfaro) erano stati dal Vescovo per chiedere il suo ritorno a Novara. Mons. Ossola, Vescovo di Novara, lo richiamò a riassumere le precedenti cariche dandogli successivamente l'onere di pro-vicario della diocesi e di presidente dell’Opera Diocesana di Assistenza. Così scrive mons. Fasola: «Nomina più inaspettata e sgradita non mi poteva arrivare. Tutte le mie obiezioni non valsero a nulla». Ritorna egli, così, al suo girare instancabile per la diocesi, per essere vicino a tutti i Sacerdoti ammalati, ai lutti che li colpiscono, agli anniversari di ogni genere.
Tra le suore di Mortara
La morte di don Pianzola, fondatore della giovanissima e fiorente Congregazione delle Missionarie dell’Immacolata, in Mortara, gli permette una esperienza pastorale paterna, intensa e gratificante in questa congregazione. È stata la Madre Anna a chiamarlo a predicarvi gli esercizi spirituali, dopo aver letto negli appunti del fondatore che i prossimi esercizi avrebbe dovuti predicarli P. Fasola. Da quel momento la Casa di Mortasa fu il suo rifugio nei momenti di stanchezza e quelle suore furono arricchite dalle sue intense e paterne cure spirituali. Ma un giorno gli arriva l’ingiunzione di non intervenire nelle diocesi altrui (Mortara appartiene alla diocesi di Pavia) e di non andare più in quella Congregazione. P. Fasola, com’era suo stile, ubbidisce e non vi mette più piede.
Incomprensioni
Una parrocchia ricca del novarese ha il prevosto ammalato e immobile. Il Coadiutore non fa niente, le lagnanze sono tante. P. Fasola, visto l’abbandono in cui versa questa parrocchia così importante, cerca di convincere questo sacerdote a lasciarla, ma inutilmente. Egli fa presente la situazione al Vescovo, ma ne ottiene risposte evasive. Porta a conoscenza del fatto l’Arcivescovo Metropolita e quindi la Concistoriale di Roma. La risposta è sempre la stessa: se non ci sono fatti gravissimi, non può essere mandato via. Dopo due anni di faticose trattative, si giunge ad un accordo: egli andrà via, ma con una contropartita. Intanto Mons. Ossola deve lasciare la diocesi per motivi di salute. L’Amministratore Apostolico, da lontano, senza sapere la lunga storia, ritiene esagerata la contropartita (1000 lire annue) ed ordina che non gli si diano e, se non accetta, venga “sospeso a divinis”. Visto inutile ogni tentativo di persuadere l’Amministratore Apostolico, P. Fasola prende carta e penna e gli scrive: «Prima di costringere i preti a disubbidire, i Superiori non debbono metterli nella necessità di farlo». Una dura lettera dell’Amministratore Apostolico precede la deposizione dall’incarico, due giorni dopo il suo ingresso in diocesi, avvenuto il 7 ottobre. Quel sacerdote non gli rivolgerà mai più il suo saluto, neanche quando da vescovo, avendolo incontrato, mons. Fasola lo saluterà e gli si siederà accanto. A ciò va aggiunta la cocente delusione quando, qualche giorno dopo, il Vescovo gli dice di averlo deposto da pro-vicario perché ha saputo che tutto il clero gli era contro. Dovrà restare, però, Delegato vescovile per l’Azione Cattolica.
Devozione alla Madonna
Non può essere taciuto il suo filiale affetto e l’intensa devozione alla Madonna, inculcatagli da don Silvio Gallotti. Era innamorato della Vergine e voleva che al suo saluto «Sia lodato Gesù Cristo» si rispondesse «Sempre con Maria». Nel 1930 fu chiamato a predicare durante un’adorazione notturna organizzato dall’incipiente OPTAL (Opera Piemontese Trasporto Ammalati a Lourdes) e gli viene affidata l’organizzazione del primo pellegrinaggio, che avrebbe dovuto avere luogo nel 1931. Anche in questo campo si apprezza la sua capacità organizzativa, il suo impegno a preparare tutti spiritualmente e a trasmettere a tutti il suo intenso amore per la Vergine. Coinvolge tutti: medici, dame, barellieri, ammalati, semplici pellegrini. A tutti cerca di trasmettere il segreto del suo successo: la carità. Gli ammalati saranno da questo momento oggetto delle sue cure, della sua tenerezza e della sua devozione. E questo non per il solo pellegrinaggio, ma in tutto l’anno. Durante il pellegrinaggio si recò di vagone in vagone, senza soste, per far pregare, cantare, riflettere, per accendere tutti di amore alla Madonna e far comprendere il valore della sofferenza. Al ritorno, per non fare spegnere il grande entusiasmo suscitato, inaugura la «Giornata per gli ammalati», realizza esercizi spirituali e ritiri per il personale, trova nuovi sacerdoti che collaborano. Nelle altre sedi in cui andrà (Agrigento, Caltagirone, Messina) continuerà con altrettanto entusiasmo e ardore tale apostolato.
Raccomandava la recita del S. Rosario e lui stesso amava misurare le distanze con il numero di rosari che riusciva a recitare. Essi servivano a preparare l’incontro con il popolo santo di Dio.
Vescovo Coadiutore di Agrigento
Il 18 marzo 1954 P. Fasola è eletto Vescovo Coadiutore «Sedi datus » di Agrigento. Ne diede notizia con grande gioia Mons. Peruzzo, che ne aveva fatto richiesta su segnalazione di Mons. Gremigni. Ricevette la consacrazione episcopale il 2 maggio del 1954 nella cattedrale di Novara. Lo consacrò Vescovo monsignor Gremigni, assistito da mons. Peruzzo, allora Arcivescovo di Agrigento e dal novarese mons. Tonetti. allora arcivescovo coadiutore di Messina. È nota la sua riluttanza ad accettare la nomina. Giunge ad Agrigento il 20 giugno e subito colpisce per il suo stile semplice, l’ardore e i contenuti teologici e umani. Incontra subito quanta più gente può: sacerdoti (ne conosce già tutti i nomi), Suore, persone di ogni genere. Invita i laureati cattolici ad occuparsi dei quartieri poveri; inorridisce all’idea che le trasfusioni di sangue si ottengano dietro pagamento; non si dà pace per le vocazioni; si prende cura con attenzione delle suore; predilige gli ammalati e i bambini. I suoi rapporti con l’Arcivescovo sono segnati dalla diversità di temperamento, metodo di vita e di lavoro e la formazione da cui provengono. Egli è sempre obbediente all’Arcivescovo, anche quando le impostazioni pastorali non coincidono, anche quando non fa ciò che vorrebbe. Ad una propagandista, che gli manifesta il timore che mons. Fasola non abbia tutto l’affetto e la compassione che gli offrivano a Novara, Mons. Peruzzo risponde: «Oh, Mons. Fasola ha solo due grandi difetti: non dorme e non mangia. E, se viene a mangiare, lo fa solo per rispetto umano. E poi corre troppo…».
Lo zelo pastorale porta mons. Fasola non solo a dare impulso alle attività esistenti, ma a ravvivare quelle ormai morte, quali l’Opera dei Tabernacoli, sorta ad Agrigento per opera di mons. Peruzzo e spentasi a causa della guerra. Per circa sette anni ne curerà lui tutti gli incontri di preghiera e non mancherà di visitare spesso ed incoraggiare le socie. L’intensa attività dell’Opera dei tabernacoli lo fa felice perché permette di eliminare in diocesi tutti quegli arredi sacri che, ormai consunti, rendono sciatte le celebrazioni.
L’impegno per le vocazioni ecclesiastiche per lui è prioritario. Incontra le persone che si occupano della pastorale vocazionale, prepara il primo convegno per le zelatrici dell’O.V.E. indirizza la sua attenzione alle maestre perché sono esse ad occuparsi dei piccoli. Fa visitare le scuole, propone questionari, indice il primo convegno dei chierichetti.
Mentre a Mons. Fasola è permesso di inondare della sua paterna dolcezza i seminaristi del seminario minore di Favara (AG), inspiegabilmente, gli si fa capire che il seminario maggiore è un settore non di sua competenza. Egli fa arrivare a loro il calore del suo affetto come meglio può, soprattutto rivolgendosi direttamente a loro durante la celebrazione dei pontificali. L’ordinazione presbiterale diventa l’occasione di far loro percepire la ricchezza della sua paternità sacerdotale.
Si fa amico e fratello di tutti i presbiteri, oltre che padre, e fa suoi i loro problemi di ogni genere. Egli si fa solidale con tutti, scrive loro lettere personali per le occasioni più svariate, va a trovarli nelle loro case e chiede loro impegno generoso, sacrificio fino all’olocausto, preghiera fervorosa, limpidezza sacerdotale. Nonostante la sua natura focosa e il carattere forte, nelle assemblee egli è capace di dire frasi come questa: «Se io ho sbagliato, sono pronto a chiedervi perdono».
Ad Agrigento mons. Fasola ha tanto faticato, sofferto e amato. Egli è dovuto sottostare all’Ordinario con discrezione, accettando metodi di lavoro e impostazione di vita diversi. Col suo entusiasmo e l’intenso lavoro pastorale, dopo quasi sette anni, lascia una diocesi trasformata, un popolo che lo ha amato e continuerà ad amarlo immensamente.
Vescovo di Caltagirone
Il 19 agosto 1960, mentre era a Cannobio, presso la tomba di don Gallotti, ricevette dalla Congregazione Concistoriale la lettera di trasferimento a Caltagirone. Così egli scrive a riguardo: «stupore, smarrimento, timore mi invasero l’anima: mi sembrava di non essere in grado di reggere una Diocesi».
Prese possesso della Diocesi di Caltagirone il 22 gennaio 1961. Vi entrò in un clima di indescrivibile entusiasmo generale, fra l'evviva della plaudente popolazione. Dall’alto del soglio Mons. Fasola prende la parola dicendo: «Volete sapere il mio programma? Il mio programma siete tutti voi: il mio gaudio e la mia corona». In questa diocesi rimarrà poco più di due anni.
Subito mons. Fasola iniziò le visite della Diocesi, conoscendone con pronto e profondo intuito le esigenze e le possibilità. Ha nel suo stemma una barca a vela (Fasola si fa derivare da phaselus = barca) che solca il mare e porta l’Eucaristia. Splendida brilla in cielo una stella: Maria. C’è scritto: «Duc in altum» (Prendi il largo). Sono le parole dette da Gesù quando chiese a Pietro di gettare le reti per la pesca miracolosa e, dopo, lo chiamò a diventare pescatore di uomini. C’è in esso tutto: l’Eucaristia, la Madonna, la Chiesa, il Vangelo, le anime. Brama solo di essere fedele a così grandi ideali.
Nonostante vi sia rimasto poco tempo, fa la visita pastorale per intero, portando ovunque entusiasmo e lasciando a tutti un ricordo dolcissimo. L’amore per il decoro lo spinge a stracciare in più posti la biancheria malandata e invita tutti a rendere dignitosi i luoghi in cui c’è l’Eucaristia.
Intensa è la sua azione pastorale per il seminario. Dedica subito il primo anno alla «Campagna per il Seminario» e vede il già fiorente Seminario passare da 100 a 130 Seminaristi. Poiché il Seminario è mal ridotto e per il clima umido è davvero freddo, subito inizia i lavori di restauro e lo provvede di termosifoni. Rende pure più funzionale il seminario estivo. Poiché non vuole decidere tutto da solo, forma il Consiglio Episcopale e tutto discute e stabilisce con chi ne fa parte, in un clima di fraterna carità.
Ha dato un particolare impulso all'attività catechistica, invitando tutti al lavoro capillare, alla ricerca metodica. Nuovo impulso ricevono l'Azione Cattolica, considerata «braccio valido della Gerarchia», la Conferenza di S. Vincenzo e ogni altro settore della pastorale.
A Caltagirone non c’è stampa cattolica. Egli riunisce i vescovi di Catania, Acireale, Ragusa, Piazza Armerina, Noto e Siracusa per proporre la fondazione di un settimanale cattolico. Approvata l’idea, ne fa direttore il prof. Mario Cortellese. Il settimanale diventa realtà ed è molto valido. Ha promosso il raduno annuale di tutti i giornalisti, novità assoluta nell'attività pastorale della Diocesi, da lui voluto nel giorno sacro a San Francesco di Sales e svoltosi in un clima di calda affettuosità. In tale occasione mons. Fasola ha sempre sottolineato l’importanza della Stampa.
Realizza pure, nel novembre del 1961, un convegno regionale missionario e, nel gennaio seguente, si passa ad una missione cittadina, preparata lungo tempo prima con preghiera quotidiana in tutte le chiese, con la compilazione di elenchi, statistiche, stampe. Venti Missionari della Pro Civitate di Assisi trovano un’ottima preparazione organizzativa, corrispondenza generosa e un vescovo sempre presente ad incoraggiare e infondere entusiasmo.
Ricorrendo il centenario della nascita di don Luigi Sturzo, gloria Calatina, accetta con entusiasmo la proposta dell’On. Scelba di trasferire la salma nella chiesa del SS. Salvatore, dove quel sacerdote aveva celebrato la sua Prima Messa, e fa preparare un degno sacello. Per l’occasione vengono il Presidente della Repubblica Segni, Fanfani, Scelba ed i rappresentanti delle più alte cariche dello Stato. Tiene anche una stupenda omelia, mettendo in risalto come la politica, intesa come missione, può essere mezzo di santificazione. Ancora a Sturzo fa dedicare un convegno nazionale della Unione Apostolica dei Sacerdoti Adoratori, della quale faceva parte il Sacerdote statista. In tale occasione ben seicento sacerdoti e quattro vescovi si riuniscono intorno alla tomba di don Sturzo.
Anche in questa diocesi dà la sua impronta particolare all’annuale pellegrinaggio a Lourdes, istituzionalizza il pellegrinaggio annuale a Siracusa ed estende agli uomini la devozione del pellegrinaggio notturno al santuario del Signore del soccorso. Egli è sempre in testa alla fila interminabile di persone, che cantano e pregano. Si impegna particolarmente a far sì che la festa del patrono, S. Giacomo, il 25 luglio, essenzialmente folkloristica, diventi più religiosa. Nota che nessun sacerdote vi partecipa. La processione per la quale, però, impegna tutte le sue capacità organizzative è quella del Corpus Domini. Qui trasparre tutto il suo amore per l’Eucaristia. Richiede perfetto ordine, sincronia di canti, balconi ornati e tanti fiori. Le acclamazioni eucaristiche debbono giungere in tutte le case
Un’attenzione particolare riserva ai sacerdoti. Per loro organizza esercizi spirituali, a Zafferana e ad Aci S. Antonio, con larga partecipazione degli stessi. La sua presenza è esempio di zelo e di preghiera. Per tutti i sacerdoti, talvolta, fa pregare con quell’ardente preghiera del Monfort che lui ripete con voce vibrante ed appassionata, chiamando attorno a sé gruppi di persone perché si uniscano alla supplica, specialmente quando si trova a Lourdes: «Domando sacerdoti liberi della vostra libertà, da tutto distaccati…». È vicino a tutti i sacerdoti, specie agli ammalati e dà inizio alla casa di riposo per il clero anziano.
Non lesina il suo impegno alle Suore. Come ad Agrigento, realizza la «Tre Giorni» per le suore, che diventa festa dell’incontro delle anime consacrate, nel clima della carità, della preghiera e della gioia. Gira di istituto in istituto ed è di casa in ognuno di essi. Non si limita alla sua diocesi, ma va per tuta la Sicilia, perché ama respirare dove c’è aria di santità
Va a trovare spesso, a Calascibetta, Mons. Capizzi, suo predecessore, molto anziano e ammalato. Appena apprende la notizia che le sue condizioni erano diventate gravissime, interrompe la visita pastorale a Ramacca e va ad assisterlo. Ne riceve poi solennemente la salma a Caltagirone e fa preparare per lui una degna tomba in cattedrale.
Il suo cuore sacerdotale manifesta il suo immenso amore per i sacerdoti soprattutto nelle ordinazioni sacerdotali, che voleva l’8 agosto perché i presbiteri avessero a modello il Curato d’Ars.
Molte sono le opere realizzate nel breve periodo della sua permanenza: nuove parrocchie, chiese, asili, case canoniche, casa per il clero anziano, restauro del seminario e riscaldamento… sono tutte segno del suo zelo e della profonda fiducia nella Provvidenza e nell’intercessione di Maria.
Per sintetizzare la figura del presule bastano poche parole: pastore infaticabile, ovunque presente con la sua opera e di persona, portatore di testimonianza di affetto sincero.
Arcivescovo a Messina
Il 13 marzo 1963 l’«Osservatore Romano» dà notizia delle dimissioni dell’Arcivescovo di Messina Mons. Angelo Paino. Dopo poco tempo gli arriva una lettera della Concistoriale che nomina lui alla successione. Egli corre a Roma e presenta le sue difficoltà, ma è tutto inutile. Il 5 agosto 1963 è data la notizia ufficiale e si stabilisce che l’ingresso in diocesi avverrà il 15 settembre, domenica, memoria della Beata Maria Vergine Addolorata.
Caltagirone è in subbuglio e Mons. Fasola stesso afferma: «Dovetti fare molta fatica a calmare gli animi che si ribellavano alla mia partenza». Nel saluto di commiato da Caltagirone, soffocando a fatica i singhiozzi, dice: «Mi avete dato solo e sempre gioia…». Poi commenta ciò che ha scritto nella sua foto con Paolo VI e che lascia a tutti come ricordo: «Sentire con la Chiesa: prezioso programma che, nel “dolce Cristo in terra”, unisce l’anima a Gesù e la rende apostolicamente operosa» e conclude: «La Madonna del Ponte sarà il dolce vincolo che mi unirà a voi ed a tutte le anime che in altre Diocesi ho lasciato. In Lei tutti vi ritroverò».
Prima del suo ingresso in diocesi, sono andate a trovarlo le delegazioni di Messina, che rimasero ammirate per la testimonianza di affetto data dai Calatini, profondamente legati al loro vescovo e conquistati in così breve tempo. Mons. Giuseppe Foti, decano dell’Archimandritato del SS. Salvatore, nel Numero Unico a lui dedicato in occasione dell’ingresso in Diocesi, manifesta l’ammirazione per il legame profondo che univa Mons. Fasola al suo clero e ai suoi fedeli. E scrive: «Qualcuno disse: “Vedrete: non vi farà dormire e non vi darà pace. Ma è egli il primo a non dormire ed a non aver pace. Egli vi trascinerà con il suo esempio”».
Entra a Messina per via mare, sfiora la statua della Madonnina del Porto e viene accolto da una marea di popolo entusiasta. In Cattedrale rivolge la sua calorosa parola ai presenti: «Ed ora eccomi a Voi , o figliuoli dilettissimi di Messina… Siete voi l’oggetto appassionato dei miei pensieri, dei palpiti del mio povero cuore! … Desidero chiamarvi per nome, dirvi, e più, darvi ciò che vi può portare speditamente a Dio, a rendere nello steso tempo serena la vostra vita e la vostra attività terrena…».
Il sopraggiunto Concilio Vat. II impegna il nuovo Arcivescovo a promuoverne lo studio per scoprirne tutta la ricchezza e favorirne l’applicazione. C’è da operare un cambiamento di mentalità con tutta la fatica che ciò comporta. In tutto ciò può contare sulla collaborazione di validissimi sacerdoti. «Sacerdoti e fedeli sentano il Concilio come una grande impresa, poiché tale è di fatto. Pensino a questa “irruzione di Dio” nella storia dell’umanità e dia ognuno il contributo sentito, valido, generoso di offerta perché la grande aratura della Chiesa sia tale da far maturare per la raccolta tutti quei frutti che sono nei disegni della Provvidenza» (B.E.M. 1964, n.10, p. 369).
Il suo zelo e l’infaticabilità pastorale sono testimoniate da quanto è stato scritto nel Numero Unico, preparato in occasione del 50° anniversario della sua ordinazione presbiterale (1971): «… Egli nella città del Peloro continua a lavorare come sempre con concretezza, con entusiasmo, con instancabile continuità, senza riposo… È in corso per la seconda volta la Visita Pastorale, ma sono pochissime le parrocchie che ormai possono tenere presente il numero delle sue visite; la maggior parte, invece, non le contano più. Tutte le occasioni sono buone per andare in diocesi… Se a Novara era il “ Vicario volante” qui è l’”Arcivescovo volante”. .. Egli è sempre vicino per gioire con i confratelli in festa e per soffrire con quelli in pena. Anche i Sacerdoti ricoverati in ospedali di città molto lontane improvvisamente se lo sono visti giungere accanto al loro letto». Presta attenzione anche ai bisogni materiali dei sacerdoti istituendo, dopo accurato studio del Consiglio Presbiterale, il Fondo Diocesano di solidarietà sacerdotale. Non cessava di esortare: «Chiediamo dunque fervorosamente: - di essere tutti preti del Signore non preti delle fantasie… preti del Concilio Vaticano II, attenti alla parola di Dio e alle esigenze del mondo… siate felici di essere sacerdoti e di essere chiamati al sacerdozio… e state lieti di essere generosamente e fedelmente a servizio di Dio e della comunità cristiana» (Iniziando, B.E.M. 1966 n. 10, pag. 451). «Sì, la Chiesa ha bisogno di Sacerdoti Santi , non di preti qualunque, senza spirito e senza slancio. Fate guerra alla mediocrità». (Commiato, B.E.M. 1977 n. 6-7-8, p.130). E questo suo calore umano, che lo fa sentire vicino come un fratello a tutti ma particolarmente ai Sacerdoti ammalati, è uno degli aspetti più caratteristici e più cari di questo vescovo.
La strategia pastorale è sempre la stessa: potenzia quanto c’è, cerca di far nascere ciò che non c’è.
La sua prima cura resta sempre il Seminario: «Solo se e in quanto questa nostra Chiesa sentirà “nel cuore” il problema del Seminario e delle vocazioni, solo se e quando si accorgerà sul serio che questo “è il suo cuore”, la nostra Chiesa si mostrerà come chiesa della speranza che può guardare al futuro, sentendo la vitalità che la fa capace di dare frutti e di portare i frutti a maturità” (Vocazioni e Seminario, B.E.M. 1975, n.4, p. 128). Si adopera ad incrementare la pastorale vocazionale e non perde occasione per parlare delle vocazioni. Vuole che gli ambienti del Seminario siano confortevoli e fa ristrutturare ed adeguare alle nuove esigenze liturgiche la Cappella, rendendola uno splendido gioiello d’arte sacra. Non tralascia di andare a trovare i seminaristi ed incontrarli singolarmente. Si adopera perché i seminaristi e i chierici delle varie congregazioni religiose della città abbiano un unico studentato nell’Istituto Teologico S. Tommaso dei PP. Salesiani. Seminaristi, Salesiani, Cappuccini e religiosi di altre congregazioni insieme per un esperimento, tra i primi a livello mondiale, di collaborazione tra religiosi e chiesa locale. Scelta che ancor oggi continua nella fraternità, stima e rispetto. Allo scopo di preparare i docenti di domani, ha inviato presso le Università numerosi giovani per conseguire le specializzazioni ed i gradi accademici.
Il suo grande amore per i sacerdoti non gli risparmia il dolore per la crisi di alcuni di essi dopo il Concilio, così come avvenne nelle altre diocesi. Con cuore di padre trepida e soffre, prega, sta vicino quanto più può a quelli che sono nel dubbio, li incontra, li supplica e cerca di aiutarli in ogni modo. Immenso è il suo dolore per quelli che abbandonano il ministero. Intensa è la sua gioia per quelli che avanzano nella perfezione sacerdotale. Porta tutto questo a Lourdes e supplica il conforto alla Madre. Mentre celebra alla S. Grotta, crolla come morto. Dai megafoni giunge l’appello a pregare per un vescovo in fin di vita. Sta in ospedale 24 ore. Poi dirà che sarebbe stato felice di morire nella terra della Madonna.
Non meno zelo mette per la Catechesi, impiegando le sue energie perché vengano raggiunti i quartieri periferici. Si impegna perché sorgano chiese nei grandi quartieri in cui non ci sono chiese: CEP, UNRRA-CASAS, Camaro S. Paolo. Con una lettera, dopo le elezioni comunali, esorta i 60 consiglieri a provvedere alla soluzione dei quartieri periferici gravemente disagiati.
Convinto che anche i mezzi di comunicazione sociale possono servire perché il Regno di Dio si estenda, etra questi il primo posto lo riconosceva alla stampa, sostenne fortemente il settimanale diocesano “La Scintilla”. Il suo desiderio e l’amore per i mezzi di comunicazione sociale non vennero mai meno, anche quando la risposta non corrispondeva alle attese.
Le visite pastorali furono momenti di particolare importanza per verificare la vitalità della chiesa, operante nel territorio e per descrivere, quasi in una mappa, le effettive forze disponibili. Per lui erano «Occasione preziosa per manifestare l’unione dei cuori, per accrescerla» e un impegno rinnovato per tutti, laici e Clero, di unione, di verifica oggettiva nella verità e di tensione generosa per una nuova donazione apostolica (cfr. B.E.M. 1970, n.3, p.93).
La Settimana Teologica, nata come corso di cultura religiosa per i dirigenti di Azione Cattolica, con la presenza incoraggiante di Mons. Fasola, acquista risonanza diocesana per una partecipazione sempre più numerosa di pubblico e per la presenza di insigni relatori. Le relazioni si tenevano nel salone della borsa alla Camera di commercio e gli Atti fino alla V edizione (1964) sono stati pubblicati dall’ editrice AVE.
In occasione del terremoto del Belice (1968) lancia un appassionato appello alla città e per primo cerca aiuti presso i suoi amici del nord. Viene realizzato così in quella zona il “Villaggio Messina”: 32 alloggi di tre vani, la chiesa, la scuola materna ed elementare, l’ambulatorio. Alcuni avrebbero voluto che si chiamasse “Villaggio Fasola” per i mezzi da lui procurati e per l’appassionato incitamento a che tutti, memori del terremoto del 1908, si attivassero nel soccorrere quella popolazione disagiata. Ma egli ha rifiutato perché Messina meritava l’imperituro ricordo.
Essendoci a Messina un lebbrosario, vi diventa di casa. Gli hanseniani diventarono i suoi amici più cari. A loro riserva un amore paterno.
Ha molto a cuore l’UNITALSI (che si occupa del trasporto degli ammalati a Lourdes) ed istituisce la Giornata lourdiana, che viene realizzata bene sin dal suo nascere.
La solidarietà con chi soffre, Mons. Fasola la manifesta anche con il suo stile di vita. In un afoso mese di agosto arrivarono al palazzo arcivescovile degli operai. Saputo che si erano recati lì per installare un impianto di aria condizionata, che alcune persone volevano offrirgli, egli li fa affacciare dal balcone e, indicando loro degli operai, che lavoravano sotto il sole cocente per la ristrutturazione della strada sottostante, disse di non meritare maggiori riguardi di un qualsiasi lavoratore.
Ricorrendo il 50° della sua ordinazione sacerdotale (26 giugno 1971), egli cede alle pressioni di chi voleva festeggiarlo a patto che si facesse nel modo più semplice possibile. L’On. Scalfaro, in quella celebrazione, dice che Mons. Fasola conosce «il rischio dell’amore». L’Arcivescovo, prendendo la parola, chiede perdono per il bene non fatto, per le omissioni; accenna alle «dilettissime Agrigento e Caltagirone» e non riesce quasi più a parlare nel dire il suo affetto per i suoi figli di Messina «anche per quelli che si sono allontanati…», allusione evidente ai sacerdoti, che hanno abbandonato il ministero.
Giunto ai settantacinque anni (23 febbraio 1973), presenta le dimissioni, che non vengono accettate e che egli presenterà puntualmente ogni anno.
La celebrazione del 50° del santo transito del Servo di Dio Can. Annibale M. Di Francia diventa l’occasione della sua ultima lettera pastorale «Giubileo luminoso». In essa presenta con vibranti detti l’infaticabile impegno del Servo di Dio a pregare e a favorire il sorgere delle vocazioni e la sua passione per i più poveri e i più sofferenti. Questa celebrazione deve dare a i Sacerdoti la gioia e l’ansia della santità e deve essere una vera sensibilizzazione per tutte le vocazioni.
Il passaggio del pastorale
Nel febbraio del 1977 compie 79 anni e pensa che questa volta, dopo ben cinque volte, le sue dimissioni vengano accettate. Mons. Fasola prega in cuor suo che l’annunzio dell’accettazione delle dimissioni gli venga dato in un giorno dedicato alla Madonna. Con la Madonna ha vissuto il suo servizio episcopale e con lei lo vuole concludere. E il 24 maggio, festa di Maria Ausiliatrice, gli viene comunicato che le sue dimissioni sono state accolte e che la notizia dovrà essere divulgata il 3 giugno, festa della Madonna della Lettera.
In una cattedrale affollata, alla fine del solenne pontificale della Patrona della città, l’Arcivescovo dice che ha da dare una benedizione particolare ed annunzia che da quel momento non è più l’Arcivescovo di Messina e passa il pastorale al suo coadiutore Mons. Ignazio Cannavò, che gli succederà nel governo della diocesi. L’iniziale fragoroso applauso si trasforma in esterrefatto silenzio e copiose lagrime accompagnano il suo passaggio per tornare in sagrestia, mentre tutti si accalcano per salutarlo.
Tutti debbono avere il suo saluto: Messina, Caltagirone, Agrigento e diversi istituti di suore sparsi qua e là. Dopo aver scritto al papa per ringraziarlo della fiducia accordatagli e per rinnovare la sua fedeltà alla Chiesa,
scrive a tutti i vescovi della Sicilia e poi va a salutare tutti. Nonostante gli inviti a rimanere, egli, finito il mandato episcopale vuol ritornare Oblato tra i suoi Oblati.
Il 26 giugno, 56° anniversario della sua ordinazione presbiterale, durante la celebrazione della Messa, davanti a pochi intimi, fa leggere da don Franco Montenegro, suo segretario, il Regolamento di vita sacerdotale donatogli da don Silvio Gallotti il giorno della sua ordinazione e scritto appositamente per lui. Alla fine gli si dice: «Padre, Lei è stato fedele a questo programma». Egli ha un modo quasi di impazienza e risponde: «Al contrario, al contrario, è motivo della mia vergogna per la mia infedeltà ad esso».
Il saluto alle Autorità (30 giugno) è un capolavoro sul modo con cui la carica pubblica deve essere concepita come servizio di carità. Egli, raccomandando la concordia, l’interesse per gli ultimi e gli abbandonati esorta a fare una politica degna di tale nome: «Sappiate decisamente proclamare con serenità e con coraggio la verità liberatrice… non perdete la vostra autonomia di giudizio: siate uomini liberi… nell’amore e nella pratica imparziale e invalicabile della giustizia che è la sintesi felice e provvida di ogni virtù umana e cristiana…». Le ultime parole, le più appassionate sono per le periferie più abbandonate. Lascia a tutti il ciclostilato del suo discorso e lo manda agli assenti
Il commiato dalle Suore avviene il 2 luglio, giorno del tradizionale pellegrinaggio mariano con loro. Un commiato velato di lacrime. Lascia loro in ricordo un bella immagine della Madonna in cui dietro aveva fatto stampare una sua riflessione sul «sì» della loro consacrazione,rielaborata sul discorso di Paolo VI alle Religiose.
Nonostante la sofferenza interiore per il distacco, egli dimostra sempre una profonda pace interiore, così come è riportato nel Bollettino Ecclesiastico di Messina del luglio 1977: «Dà ai commiati una tale carica di soprannaturalità da conferire ad essi una nota di serenità quasi gioiosa».
Il saluto ufficiale alla Diocesi avviene il 9 luglio. Dinanzi ad una folla immensa, egli non smette di infondere speranza e gioia: «Vi assicuro che vi porto tutti nel cuore e continuerò a pensarvi con molta nostalgia… Vi ripeterò con affetto immutato: avanti, coraggio, con gioia, con entusiasmo, in Nomine Domini…Non finirò mai di ringraziare il Signore per quanto mi ha dato con bontà e larghezza senza limiti. Lo ringrazio di avermi dato questa dilettissima terra di Sicilia, che ho sentita mia sin dal primo momento; di avermi dato tante anime generose, tanti cuori sensibili ad Agrigento, a Caltagirone, a Messina…». alla fine consegna al Decano della Cattedrale, Mons. Romeo, l’anello episcopale da lui usato nelle celebrazioni solenni, perché venga appuntato sulla «manta» della Madonna, come segno della sua fedeltà alla Chiesa di Messina.
Il 14 luglio, con una concelebrazione, saluta i Sacerdoti. Sono oltre 200, nonostante il caldo insopportabile. Fa leggere la commemorazione fatta dal Card. Poletti per il 50° della morte di Don Silvio Gallotti, del 2 maggio precedente, ne distribuisce copia a tutti i presenti e la manda agli assenti.
Alla sera della vigilia della partenza, volle salire sul campanile della cattedrale, dove non era mai stato. Dalla terrazza dell’altissima torre, volse il suo sguardo commosso alla città e, con gli occhi pieni di lacrime, volle benedire con ampio gesto tutta Messina.
Alle 6,30 del 16 luglio si imbarca sulla nave traghetto per lasciare la città. La nave sfiora la stele della Madonnina del porto: a Lei ha chiesto la prima benedizione entrando in Sicilia da vescovo; a Lei la chiede, tornando tra i Padri Oblati. Porta con sé una effigie della Madonna della Lettera, che riproduce in piccolo quella del porto. È un dono del suo successore, Mons. Cannavò, che terrà sempre accanto a sé.
Arrivati alla costa calabra, in un clima di commozione intensa e generale, saluta i pochi intimi, i numerosi sacerdoti e, con commovente gesto, si inginocchia e chiede la benedizione al suo successore.
Con questo splendido gesto di umiltà Mons. Fasola chiude la sua missione in Sicilia, dove sarà sempre ricordato e venerato come il «Padre».
A Varallo
Vi giunge, accompagnato da Don Giuseppe Malgioglio e Don Mario Aiello, il 30 luglio, dopo essere stato a Pompei, ad Alatri, Roma, Bologna, Lucca. Passa di monastero in monastero ad incontrare le numerose suore che egli aveva conosciuto o avviato alla vita religiosa. Questi incontri diventano occasione propizia per donare la spiritualità e la carità del suo cuore sacerdotale.
È ancora pieno di vitalità, ha ancora tanta energia e tanta voglia di servire il Signore, ma non può più correre di qua e di là. Il santuario è lontano da qualsiasi paese, non c’è chi lo possa accompagnare e i suoi occhi non sono più quelli di prima. Nel santuario spenderà le sue energie finché potrà: confessa, celebra l’Eucaristia, amministra la cresima.
Sono tanti i sacerdoti e gli amici che vanno a trovarlo dalla Sicilia e tantissima è la corrispondenza che riceve giornalmente. Alle telefonate risponde personalmente e tutti incoraggia con la sua calda voce e con la sua disponibilità all’ascolto. Trascorre molto tempo nella lettura e dedica lunghe ore alla preghiera. Anche lo studio che gli è stato preparato lo invita alla preghiera. Lì, infatti, andava ad abitare S. Carlo Borromeo. Dentro ci sono soltanto le cose essenziali: la foto di Don Gallotti, il tempio di Agrigento, una tipica ceramica di Caltagirone e l’effigie benedicente della Madonnina del porto di Messina. nelle sue lunghe preghiere ha sempre presenti tutti i suoi figli e le sue figlie e con cuore supplicante li raccomanda al Signore.
Nel XXV anniversario del suo episcopato gli giunge, per interessamento di Mons. Franzi, il telegramma augurale del S. Padre in cui, tra l’altro si dice: «Vogliamo che tu sappia, o Venerabile fratello, quanto la Madre Chiesa apprezzi le opere e i meriti del tuo ministero episcopale e con quanto fraterno affetto Noi partecipiamo alla tua gioia in questo memorabile giorno anniversario». Giovanni Paolo II, quando ancora era cardinale, aveva avuto modo di apprezzare la pietà e la carità eccezionali di Mons. Fasola durante il Concilio Ecumenico Vaticano II e da allora, per Natale e Pasqua, gli ha sempre mandato gli auguri. Non poteva esserci ricompensa più grande alle fatiche .di Mons. Fasola il quale, dopo aver letto il telegramma, esclamò: «Meritassi almeno queste parole! Io attendo solo la misericordia di Dio».
Dal 3 al 7 novembre 1980 arrivano al Sacro Monte 55 Socie dell’Opera dei Tabernacoli di Agrigento per celebrare con lui il XXV dell’Associazione. Grande fu la gioia di Mons. Fasola che, con ritrovata energia, detta meditazioni stupende per i loro esercizi spirituali.
Ritorni in Sicilia
La salute di mons. Fasola dà delle preoccupazioni: qualche breve degenza in ospedale, una flebite lo costringe ad un periodo di riposo e le aritmie cardiache si fanno frequenti.
Tornato a Messina, in occasione della consacrazione episcopale di Mons. Mondello e per la celebrazione del 50° della Cattedrale di Messina, aveva approfittato per recarsi ad Agrigento e a Caltagirone e i monasteri cari al suo cuore.
Per la consacrazione episcopale di mons. Domenico Amoroso, nominato ausiliare dell’Arcivescovo di Messina, vi ritorna. Si pensa subito a come evitargli di trascorrere l’inverno nella fredda Varallo. Accetta l’affettuoso, insistente invito di una famiglia a lui legatissima e accetta la loro ospitalità a Piazza Armerina. È l’ottobre del 1981. Partecipa a Bagheria alla Conferenza Episcopale Siciliana , va ad Agrigento, filialmente accolto da Mons. Bommarito e si reca a Caltagirone per la festa della Madonna di Lourdes, dove viene colpito da una persistente bronchite. Rimessosi, visita le Benedettine di Ragusa e Modica e , dopo aver celebrato un solenne pontificale nel Santuario di Montalto a Messina (24 aprile), inizia il viaggio di ritorno a Varallo. Il 28 aprile, dopo l’udienza generale, ha un breve incontro con il Papa. All’uscita, mentre scende i gradini di Piazza S. Pietro, mette un piede in fallo e scivola sui gradini. I giornali l’indomani riportano l’accaduto, evidenziando che a soccorrerlo era stato direttamente il papa, che si trovava dietro di lui.
Assistito da Panacea
Ritornato a Varallo, ritemprato e colmo do gioia per l’affetto con cui era stato circondato, impiega il suo pieno di energie in un’una fecondissima attività pastorale, giungendo perfino ad amministrare le Cresime in due turni al giorno. Ma tra giugno e luglio la salute declina rapidamente e viene ricoverato nell’ospedale S. Gaudenzio di Novara, ove rimane per circa due mesi. Ha difficoltà a camminare e l’occhio non operato si offusca sempre più. Ha bisogno di continua assistenza e i Padri Oblati lo affidano alle cure di Panacea, nipote di sacerdoti da lei piamente assistiti ed ora assistente, per vocazione, nella casa del clero anziano di Miasino. Con la delicatezza, che le è propria, Panacea assiste mons. Fasola nella celebrazione eucaristica, gli legge lunghe preghiere di preparazione e di ringraziamento e tante altre cose. Ma egli, con il dinamismo, che lo ha sempre distinto, legge, scrive, risponde personalmente al telefono, riceve visite, e prega. Non ha più da svolgere un ministero pastorale, ma resta sempre Padre delle anime e per questo non smette mai di pregare. Tra le tante preghiere, ne fa leggere e meditare una in particolare: «O Signore, te ne prego, per la mia piccola anima riserva solo una piccola croce quotidiana. Sulla grande strada della salvezza non mi importa se sarò un grande cartello indicatore. Mi basta essere sul marciapiede un cestino portarifiuti».
Notte dell’anima
Più che per la salute malferma, egli soffre per una specie di «notte dell’anima». Egli guarda alla sua vita e non riesce a percepire un raggio delle luci che l’hanno resa fulgida: vede solo buio.
Pensa al bene che avrebbe dovuto fare e che non ha fatto. Si ritiene non vigile Pastore, che non ha saputo coltivare e ha danneggiato la vigna del Signore. Chiede e scrive a tutti che implorino per lui la pietà del Signore. Durerà a lungo questa prova ed egli troverà conforto solo abbandonandosi al Cuore della Madonna, che invoca come Madre della Misericordia e suo Supplemento.
Pensa ai preti, quelli più «scombinati». Mille volte li ha chiamati, incontrati, supplicati… pensa a loro ininterrottamente, li vuole salvi, anche se hanno abbandonato il Ministero. Pure loro sono figli del suo episcopato. Il buon Pastore non va a cercare proprio la pecora perduta? Rintraccia a fatica i loro indirizzi, scrive a ciascuno, li invita a Varallo per incontrarsi. È diventato più silenzioso, più assorto, a volte si direbbe anche un po’ impaziente. Ciò avviene per gli improvvisi sbalzi altissimi della pressione o per il dramma che vive nel cuore?
Un esempio: vede seduta scomoda una persona a lui carissima e che, per non dare le spalle alle persone, soffre atroci dolori alla schiena. La invita a mettersi più comoda, non importa se deve dare le spalle. Quella persona fa complimenti e resta com’è, nonostante dal suo volto traspaia la forte sofferenza. Mons. Fasola, non sopporta vederla soffrire così, le dice che piuttosto che soffrire è meglio che vada via subito. Alla perplessità dei presenti, per quell’insolito gesto del Vescovo, quella persona risponde: «È un gesto della sua paternità che soffre quando mi vede soffrire». L’indomani mattina, quando il gruppo si riunisce in camera sua per pregare, mons. Fasola dice: «Prima di incominciare a pregare debbo chiedere a tutti perdono per il cattivo esempio che ieri sera ho dato. Non ho potuto dormire questa notte, pensandoci». E quasi piange.
Addio a Varallo
Il declino si fa sempre più evidente e da Varallo Mons. Fasola viene trasferito a Novara, accolto dall’affetto dei confratelli. Qui vive lunghe giornate spesso a letto o sempre in poltrona. Non sempre può celebrare, ma la corona del rosario è sempre in mano. Dalla sua bocca mai un lamento. Soffre di dare disturbo. Chiede alla Madonna di rimanere lucido per non essere ancora di più di peso. Tiene perciò davanti, quando prega, la Madonna dell’equilibrio. E lei concede la grazia.
Nel giorno del suo novantesimo compleanno riceve tanti auguri e arriva gente persino dalla Sicilia per festeggiarlo. Una persona , congedandosi, gli chiede un pensiero da custodire come un testamento ed egli risponde: «Ama e fai ciò che vuoi» e, alzando gli occhi e indicando con la mano il cielo, aggiunge: «Se si ama non si può peccare», facendo così suo il pensiero di S. Agostino.
La mattina del 26 giugno, 67° anniversario della sua ordinazione presbiterale, celebra per l’ultima volta l’eucaristia. Fino all’ultimo egli risponde alle numerose telefonate con la voce che diviene sempre più flebile: «Ti benedico».
La nascita al cielo
Alle 15.57 del 1 luglio 1988 dolcemente si ferma il suo cuore. Ora, nella solenne compostezza della morte, rivestito degli abiti episcopali, irradia dal volto, con uno sfumato sorriso, un’immensa pace.
Subito giunge l’On. Scalfaro e numerosi figli e figlie vengono dalle tre diocesi a piangere più che se fosse il loro padre. Stupenda la comunicazione data dai padri della diocesi di Novara: «La Congregazione degli Oblati di Novara, raccogliendo l’ultima benedizione del suo Patriarca, annunzia che Mons. Francesco Fasola, già Arcivescovo di Messina, si è riunito ai Padri nella pace del Signore».
Alle esequie, a Novara, quella bara a terra, senza fiori per sua volontà, diventa l’ultimo invito alla povertà evangelica.
Finite le solenni esequie, come per disposizione testamentaria di Mons. Fasola, la salma viene trasferita a Messina. Questo è stato il segno della sua fedeltà alla Sposa che la Provvidenza gli aveva donato. A Messina, alla «manta» della Madonna aveva fatto appuntare il suo anello e episcopale, simbolo delle mistiche nozze con questa chiesa e pegno della sua fedeltà oltre la morte.
Mercoledì 6 luglio, in una giornata di caldo infuocato, alla presenza di quasi tutti i sacerdoti, il Cardinale Pappalardo concelebra con altri dieci Vescovi le esequie dell’indimenticabile Pastore.
L’On Scalfaro traccia le linee fondamentali della personalità di Mons. Fasola e ne evidenzia le caratteristiche vissute fino all’eroismo: carità nella verità, libertà, povertà, umanità: il tutto nella luce della Madonna, respiro della sua vita.
Ora Mons. Fasola è sepolto nella Basilica Cattedrale di Messina, accanto all’immagine della «Madonna», sua “direttissima Madre e Padrona”, come ebbe a definirla nel suo testamento spirituale.
Non può essere ignorato quanto Mons. Fasola scrisse nel suo testamento spirituale del 16 luglio 1964: «Ai direttissimi Sacerdoti dico: fatevi santi, accrescete l’unione della nostra bella famiglia diocesana; state sempre, state tutti in obbedienza convinta, generosa e soprattutto amorosa col vostro arcivescovo; siate distaccati dai beni materiali, fate gioiosamente solo gli interessi di N. Signore Gesù Cristo.
Ai seminaristi, pupilla dei miei occhi: custodite il tesoro della vocazione, amatelo, valorizzatelo. Nessuno ha segnata una via più bella della vostra.
Alle anime consacrate: vivete nella gioia di essere tutte e solo di Dio.
All’Azione Cattolica ed alle Associazioni di apostolato: siate avanguardia coraggiosa, sempre e dappertutto; l’unione alla Gerarchia sia il vostro vanto.
Al popolo tutto, oggetto del mio affetto e delle mie ansie pastorali: amate ed osservate i santi Comandamenti, tenete il santo Timor di Dio nelle vostre famiglie, vogliate bene alla Madonna, vogliatevi bene tra di voi, perché questo è il precetto del Signore
A tutti: ARRIVEDERCI IN PARADISO
Nato povero, nella prima S. Messa chiesi di vivere in santa povertà. Di mio non possiedo nulla. Ciò che si potrà trovare alla mia morte è della S. Chiesa e dei poveri. Perciò mi si seppellisca poveramente; per i funerali si facciano le spese strettamente necessarie…
Ancora tutti benedico con immenso affetto: nel nome del Padre e del Figliuolo e dello Spirito Santo».